martedì 25 febbraio 2014

Her: la recensione

Ammetto che con Her, nuovo film di Spike Jonze in uscita questi giorni al cinema, sono partito parecchio prevenuto.
Dal trailer puzza tutto di film indie costruito per un pubblico di hipster che lo innalzerà a proprio manifesto generazionale.
Ma dal momento che i pantaloni in casa li porterò pure io, ma il telecomando (virtuale) lo detiene qualcun altro, con grande fermezza ho detto “Io questo film dimmerda non lo vedo nemmeno morto D’accordo, lo vedo volentieri!”
La prima nota positiva - non trascurabile - è che i traduttori italiani stavolta hanno lasciato il titolo originale senza dargli buffi nomi tipo Se mi lasci, ti brucio l'Hard Disk oppure Che bel pezzo di USB.
Ma le mie perplessità e i miei dubbi erano giustificati oppure no?

Andiamo però con ordine.

Her è per davvero un tempio dell’onanismo hipster. 
Un monumento a forma di baffi eretto davanti al teatro del Sundance Festival, costruito interamente con materiale riciclato (esclusivamente copertoni di camioncini Volkswagen T2 dell'75) attorno a cui suonare la chitarra, scattare foto al proprio cibo e risvoltare i propri pantaloni oltre la caviglia.

In fondo Spike Jonze, è uno che – volente o nolente – fa parte di quella categoria di registi insieme ad Anderson, Gondry, Coppola e la coppia Dayton/Faris, che tanto manda in brodo di giuggiole il mondo indie.

Dicevamo quindi che qua tutto, ma proprio tutto, è studiato per gli hipster:
- Il lavoro del protagonista: autore di testi dettati al computer che però vengono inviati come lettere scritte a mano.
- Gli ambienti: uffici open space con pannelli in vetro colorati (solo colori primari). 
- Il vestiario: fateci caso, non c’è una sola persona in tutto il film, anche le comparse più fuori fuoco, che non segua la moda sopracitata.
- I baffi: sul serio, ma da quando i baffi hanno smesso di diventare il segno distintivo di serial killer e molestatori? 
- Gli occhiali con la montatura spessa.
- Le luci filtrate vintage.
- L’effetto videoclip. 
- La colonna sonora: Arcade Fire, vi estinguerete prima o poi (ah-ah)! 
- Il protagonista che suona l’ukulele e la protagonista che canta.
- L’uso smodato della tecnologia.
Insomma, dite una cosa e ci sarà.

Spike Jonze, che non è affatto uno stupido, è uno che sa perfettamente qual è il suo pubblico e pertanto ha messo in scena tutto quello che ci si aspettava da lui.
Ma lo ha fatto in una maniera talmente esagerata, talmente smaccata da diventare quasi una presa in giro di quello stesso mondo.
Uno sfottò così in bella vista, che nessuno se ne accorgerà.
Perché una volta tolta tutta questa patina e sovrastruttura indie, quello che resta è un film diretto bene e scritto con molta intelligenza. 
La sceneggiatura, infatti, ha il grosso merito di porsi le domande giuste e di riflesso di porle allo spettatore: è frutto di un lavoro attento e consapevole che opera su due piani differenti. Quello della relazione tra un uomo e una donna e quello della relazione tra uomo e macchina. Il film ha un sovradosaggio di dialoghi, che si risente parecchio nella parte centrale, ma sono tutti scritti con garbo e il giusto ritmo. 
Ci sono tanti spunti interessanti, a partire dalla solitudine dell’uomo moderno e della sua incapacità di relazionarsi con le altre persone ma di farlo invece attraverso l’uso della tecnologia, portata in questo caso all’estremo di un computer con una coscienza.
E a proposito di macchine dotate di coscienza, Spike Jonze prova a giocare con questo concetto cercando una soluzione una meno banale possibile, ma forse trattata con un pelo di superficialità (ma del resto ho sperato che alla fine le macchine si riunissero tutte insieme, fondassero la Skynet, costruissero un super cyborg da mandare indietro nel tempo per uccidere Sarah Connor).
Joaquin Phoenix si sobbarca sulle spalle tutto il peso del film, stando in scena due ore quasi del tutto da solo aiutato solo dalla voce di Scarlett Johansson: non merita l’Oscar ma diciamo che ci si avvicina parecchio. 


Tutto sommato il film è godibile, quantomeno è andato oltre quello che credevo. Questo purtroppo me lo farà odiare di più quando vedrò sbucare da tutte le parti poster minimal con scritte in Helvetica e gif animate su Tumblr con le faccette malinconiche di Joaquin Phoenix.




Ecco, appunto.

2 commenti:

Babol ha detto...

Jonze mi è sempre piaciuto tantissimo e mi aspetto molto da questo Her. Pur non essendo Hipster :)

Tom ha detto...

Ciao Babol, anche a me Jonze piace come regista e in effetti anche qua scrive e dirige molto bene... Basta evitare la fila di hipster al cinema! ;)