mercoledì 31 luglio 2013

Those who arrive, survive.

Il finale della scorsa stagione di Walking Dead è stato parecchio controverso, lasciando con l'amaro in bocca grossa parte del pubblico che da settimane aspettava il confronto finale con il Governatore.
Un non finale che a me, tutto sommato, non era spiaciuto: gli sceneggiatori hanno preso una scelta coraggiosa nel non volere chiudere la trama dopo aver fatto penare gli spettatori per settimane. Coraggiosa e consapevole.
Il messaggio più forte che hanno voluto lanciare credo sia questo: scordatevi il fumetto.
Qualsiasi legame ci fosse con la serie madre, non c'è più.
Chi ha letto (o sta leggendo) il fumetto si levi dalla faccia i sorrisi maliziosi credendo di sapere cosa stia per accadere. 
Da oggi in poi, aspettatevi qualsiasi cosa.
Togliere le certezze al lettore è sempre stata una chiave del fumetto di Kirkman, che ora vuole applicare questo meccanismo anche alla serie tv.
Anche perché da questa stagione avremo almeno tre personaggi dall'alto tasso di badassitudine che si sono guadagnati (o si guadagneranno) i favori degli spettatori.
Daryl, Michonne e Tyreese saranno quelli che più probabilmente lotteranno più duramente per rimanere vivi fino al termine della serie. 
Senza contare i vari Hershel, Glenn, Carol e il piccolo Chuck Norris Carl.
Per mesi dopo il finale di stagione ci si è chiesti quale sarà il futuro della serie, ora che i nostri si ritrovano senza un nemico (o almeno così sembra).
Si tornerà a quella discreta lentezza che aveva caratterizzato la prima stagione, parte della seconda stagione (e in alcuni momenti della terza)?



A giudicare dall'abbondante trailer del Comicon, si direbbe proprio di no.
A meno che, ancora una volta, Kirkman e soci non stiano giocando ancora una volta, buttando dentro nel trailer tutte le scene d'azione, cercando di confonderci le idee.
Quello che so, è che mai come oggi il 13 ottobre è così lontano.

Let the Sky fall

Se questo fosse un blog serio e competente, ci troveremmo anche qua a commentare la notizia che rimbomba da ieri sera (anche se la cosa si sapeva già da qualche mese) del passaggio di licenze da Disney a Panini, parlandone a vanvera un po’ come Mollica sul TG1.
Ma dal momento che questo è per lo più un covo di cialtroni, oggi si torna nel meraviglioso mondo dei film goderecci di Sky.
Per chi non lo sapesse, infatti, Sky a palinsesto ha un catalogo di film sporcacciozozzi di una certa rilevanza, di cui ci siamo occupati a più riprese.
E allora un, due e tre e si parte con…


martedì 30 luglio 2013

venerdì 26 luglio 2013

Pacific Rim: la recensione

Tutto comincia con una sensazione.
Un brivido fortissimo.
Un trillo emotivo che al cinema non mi era mai capitato di provare.
Un misto di paura e scoperta.


È il primo attacco Kaiju.
Una creatura enorme, e quando dico enorme, è enorme DAVVERO, la cui sagoma si intravede, fumosa e inquietante tra le nebbie del mattino a cui basta una semplice zampata per distruggere un ponte e le vite di chi lo sta attraversando.


Un senso di meraviglia, nell’accezione più genuina e spontanea nel termine, che racchiude il significato di tutto un certo tipo di cinema. È qualcosa di indescrivibile che ti trascina con sé in un misto di fascinazione e repulsione: avresti quasi voglia di scappare ma ne sei al contempo attratto da inchiodare gli occhi allo schermo e non staccarli più.
Un'emozione che proverete solo poche volte nella vostra vita cinematografica.
Pacific Rim nutre le nostre fantasie di noi che da bambini ci credevamo robot, saltando e facendo capriole sul divano.

In fatto di ritmo e di azione, la pellicola di Del Toro è semplicemente uno dei film migliori – nel genere – usciti in tempi recenti: non segue la moda dei “polpettoni action” che vuole un minutaggio inferiore a tre ore (vedi i vari Batman, Avengers, Watchmen, ecc.); spinge quando c’è da spingere – e quando punta l’acceleratore, non si scherza - rallenta quando c’è da rallentare mantenendo comunque viva l’attenzione dello spettatore.
I combattimenti sono realizzati ottimamente sia dal punto di vista coreografico che tecnico: gli effetti speciali non sono mai stati così buoni e anche il character design, soprattutto quello dei kaiju, si dimostra di un certo livello.
Tutto scorre a meraviglia, ma…

Ma prima di entrare in sala, dovrete buttare in un cestino della spazzatura il vostro cellulare.
Anzi, dimenticatevi del tutto di avere un cellulare.
Altrimenti per tutto il film, ogni circa 5/10 minuti, vi squillerà.
È Guillermo Del Toro che vi sta telefonando per dirvi quello che sta per succedere sullo schermo. La storia infatti è già scritta nella vostra testa, dovete solo leggerla ad alta voce: non c’è un singolo passaggio, snodo narrativo, che non sia prevedibile.
C’è il viaggio dell’eroe, dalla tragedia che lo porta a isolarsi dal mondo fino al riscatto finale.
C’è la love story (leggermente in secondo piano, ma c’è).
C’è il rapporto di reciproco ma rispettoso odio tra i piloti, in piena scuola Top Gun.
Ci sono i personaggi comici che spezzano la tensione.
C’è il vecchio leone mai domo.

Purtroppo nessuno di questi riesce a creare un legame forte con lo spettatore. A partire, anzi, soprattutto, da un protagonista che non ha un briciolo di carisma. Un personaggio prevedibile, scontato, che andrebbe bene forse se fossimo a metà degli anni ’80.
Guillermo Del Toro è un regista che sia nelle sue opere più commerciali, come la saga di Hellboy, che in quelle autoriali come Il Labirinto del Fauno, riesce a dare il suo apporto tanto al comparto visivo quanto a quello della storia, aggiungendo sempre uno spirito poetico, quasi filosofico: stavolta di poesia o spiritualità non ce n'è nemmeno l'ombra. 
La storia prosegue "dritto per dritto" limitandosi al compitino, senza andare alla ricerca di un secondo livello di lettura del racconto o di un significato profondo.
Lo stesso discorso vale per i dialoghi. Sufficienti, ma niente di più.

Pacific Rim non raggiunge lo status di capolavoro del secolo proprio perché sotto non c’è una trama così forte a reggere il peso delle mazzate tra kaiju e jaeger. Può essere che nel secondo, o magari nel terzo, film della serie questo aspetto venga migliorato, ma questo ce lo dirà il tempo (e gli incassi di questo primo capitolo).

Fatevi un regalo e andate a vedervi Pacific Rim e la sua gloriosa magnificenza che meritano di essere visti su almeno sette metri di schermo, e possibilmente in 3D.
Uscirete dal cinema urlando come scimmie, lanciando le vostre feci su tutti quelli che erano nella sala vicino alla vostra a vedersi qualche film polacco, coreano o somalo.

Ma ricordatevi di spegnere il cellulare.


Una nota a margine. Da poco su National Geographic - mi pare - va in onda una trasmissione su un gruppo di pazzi che va in giro per le montagne del Nord America cercando il big foot…
Ma non lo sanno che il big foot vive a Hollywood e si fa chiamare Ron Perlman?



Sul serio, questa persona è l’anello di congiunzione tra l’uomo e il primate.

mercoledì 24 luglio 2013

Aurore

Che Enrique Fernandez sia uno dei migliori illustratori al mondo è che come dire che il cielo è blu, il sole è caldo o che l’acqua è bagnata.
Una cosa del tutto scontata.
Ad oggi è l’unico e solo erede di quella leggenda vivente che risponde al nome di Carlos Nine, tanto per la costruzione delle forme quanto per la ricercatezza nella composizione dell’immagine.

Quello che, almeno a me, era piuttosto sconosciuta, era la dimensione autoriale di Fernandez. I libri usciti finora infatti erano tutti in francese o in spagnolo al massimo, così che – pur sputacchiando due parole nella lingua dei mangiarane (una è Catherine, l’altra è De Neuve) – mi sono sempre “accontentato” della sola parte estetica.

Da un mesetto o poco più però, per la collana Tipitondi della Tunué è uscito Aurore dove Fernandez scrive, disegna e colora.
Il risultato?


Una delle cose migliori lette negli ultimi mesi.
Una storia dalla dimensione onirica, una visione potente che respira la stessa aria delle fiabe di Miyazaki o di Sendak, portandosi addosso il peso di una certa malinconia appena visibile sotto la superficie. Fernandez imbastisce un racconto dai toni, sì, poetici, ma non per questo melodrammatici o stucchevoli (come ci si potrebbe aspettare) portando il lettore a travalicare le vicende dei protagonisti per ricercare un senso più grande che non finisce una volta chiuso il libro.
Questa è la storia del senso di solitudine, di rabbia, di disperazione, di orgoglio, di incertezza ma anche di speranza e di sollievo di un popolo, di due genitori, di una bambina, di una generazione intera.
Una storia che – vi avviso – vi lascerà volutamente nel dubbio, con la richiesta di trovarvi per i fatti vostri una risposta e una conclusione.


Il narrato ovviamente è a servizio di alcune fra le migliori tavole a fumetti che mi sia capitato di vedere da parecchio tempo a questa parte. Dalla tecnica esecutiva alla composizione, dalla stesura del colore al character design, non c’è una singola riga fuori posto, una singola sfumatura di colore che stoni: un’autentica meraviglia che in questo caso viene esaltata dalla carta, opaca e non lucida (che spesso sfalsa i colori) e ben spessorata segno che la casa editrice sta crescendo e sta dedicando maggiori attenzioni a suoi prodotti.

Un occhio quindi anche agli altri titoli della collana Tipitondi, tra cui spiccano Il Mago di Oz di Chauvel e Fernandez (sempre e solo lui) e Piccolo Pierre di Mastantuono e Intini.

Se ancora non vi ho convinto a tirare fuori questi 14 euro e novanta, a queste coordinate potete leggere una dozzina di pagine di anteprima.
E se ancora non siete convinti... beh, arrangiatevi.


giovedì 18 luglio 2013

martedì 16 luglio 2013

mercoledì 10 luglio 2013

World War Z: La recensione


War World Z è un film educato.
Prima di entrarti in casa si toglie le scarpe e si mette le pattine.
Siede sul bordo del divano e va via presto, senza lasciare tracce.

Nei 116 minuti di pellicola non vedrete una singola goccia di sangue. Non un pezzo di stomaco che trabocca dalle mani di uno zombie. Non un cervello colante lungo il cranio. Non un osso spuntare da sotto la pella grigiastra e purulente.
Insomma, se siete in cerca di qualcosa di simile, farete meglio a guardare una puntata a caso di Grey’s Anatomy.
Ora, io non cerco a tutti i costi lo splatter in un film di zombie, ma qua ci troviamo davanti a uno degli elementi che fanno di questo genere, un genere.
È come togliere l’amico buffo e strampalato del protagonista in una commedia d’amore.
È come togliere i proiettili a un film d’azione.
È come far girare a Johnny Depp un personaggio normale e non un pazzerello buffo.
Un’assenza, questa dell’elemento gore, a tratti addirittura forzata, con una telecamera che sposta il suo occhio proprio nel momento cruciale.

Da questo primo, forse banale, punto si capisce quanto Hollywood abbia voluto sacrificare di tutto il romanzo pur di uscire con un blockbuster estivo per famiglie con un misero rating PG-13.
Ed è un colossale peccato perché il libro di partenza è una delle cose più fiche mai scritte a tema zombie.
Ed era anche una delle cose più difficilmente riconducibili sul grande schermo.
Il romanzo di Max Brooks è una raccolta di interviste sparse per il mondo redatta a molti anni di distanza dalla fine della guerra agli zombie: la cosa più bella era per l’appunto la varietà di situazioni che venivano presentate. Situazioni del tutto inedite per una storia di zombie che danno al tema una nuova prospettiva e molteplici chiavi di lettura.
Ma il libro di Brooks è anche un libro spietato e feroce, nell’accezione più politica del termine: vengono messi in discussione i governi, la loro (in)capacità di gestire la crisi e le emergenze, i loro rapporti con la popolazione. E non ha certo paura a indicare in paesi come la Cina i focolai originari per una possibile epidemia su scala mondiale.
Dentro questo libro, pensato fin nel più piccolo dettaglio, c’è ogni singola sfumatura della gamma dei sentimenti umani: la paura, la rabbia, l’adrenalina, la negazione, la voglia di riscatto, il sacrificio, l’amore, il dolore.


Nel film tutta la coralità del romanzo, la visione d’insieme, viene completamente a mancare. Eppure si parte benissimo con tutta una prima parte decisamente intrigante e – parzialmente – inedita: l’assalto forsennato ai supermercati, il panico per le strade, la paura e la solidarietà e per quasi quaranta minuti il ritmo è sostenuto e mantiene viva l’attenzione. Con il passare dei minuti e della vicenda, il ritmo, ma soprattutto la logica, cala in maniera vertiginosa andando a intortarsi in una serie di situazioni inverosimili (intendo inverosimili all’interno di una storia che parla di zombie). C’è un buono spunto poco prima del finale ma anche questo viene dilapidato in meno di cinque minuti a favore di un’altra sequela di soluzioni scellerate e ulteriori buchi di logica.

A tutto questo aggiungiamoci pure un protagonista, Brad Pitt, trasformato in una sorta di incrocio fra Jessica Fletcher e Crisantemi de L’allenatore nel pallone: ovunque va lui, succede di qualcosa di molto, molto brutto che prevede una quantità di morti sempre maggiore. Facciamo un esempio: la scena ambientata a bordo dell’aereo sarebbe di per sé interessante, è una situazione inedita nel genere, giusto?
Abbiamo uno zombie dentro un aereo: come ci comportiamo? Come ne veniamo fuori? Non fossimo legati a un unico protagonista, ci sarebbero mille modi per rispondere. Al contrario però noi abbiamo Brad Pitt, che dall’inizio del film è già scampato per almeno tre o quattro volte ad attacchi zombie quindi sappiamo già che nel bene o nel male lui se la caverà a prescindere, qualsiasi cosa succederà, fosse pure la caduta rovinosa dell’aereo.
Con tanti cari saluti al pathos e alla tensione.

Probabilmente la formula migliore per raccontare l’originale World War Z sarebbe stato un mockumentary che raccontasse fatti e avvenimenti catturati da telecamere e resoconti da ogni parte del mondo, oppure una serie tv fatta di episodi autoconclusivi.
Ma al di là del legame con la materia di partenza, resta in ogni caso un film diretto con mestiere ma senza amore, scritto in maniera scialba e con tanti buchi di logica (che giustificheranno le ragioni dell’odio per Lindelof, che ultimamente le sta sbagliando tutte).

Insomma, un film innocuo, educato.
Che esce di casa scivolando sulle sue pattine, senza sporcare.


Vabbè, io me ne andrei, allora...

mercoledì 3 luglio 2013

Dexter - Puntata Uno, Stagione Otto.


Ammettiamolo... Dexter è finito con la quarta stagione.
Un finale glorioso, al termine di dodici episodi dal ritmo serrato, diretti bene e scritti ancora meglio.

La quinta stagione, quella che era stata definita “di passaggio”, è stata tutto sommato buona, ma si cominciavano a intravedere i primi segni di cedimento strutturale: molte situazioni che sapevano di già visto ma anche qualche ottimo spunto.

La sesta stagione, al di là di un interessante twist narrativo negli episodi finali, è fiacca, priva di mordente e soprattutto priva di un vero personaggio che possa confrontarsi con le idiosincrasie del protagonista che nel corso degli anni ha costruito la sua forza anche e soprattutto in relazione ai suoi antagonisti (da Rudy a Trinity, passando per Lyla, Doakes e Prado).

La settima stagione qualcuno se la ricorda davvero?
Al di là di quel finale confuso e pasticciato, intendo?


Questa ottava serie ricomincia how conveniently sei mesi dopo la fine della precedente (sei mesi in cui Harrison ha attraversato un tunnel spazio temporale dove per lui sono già passati quattro o cinque anni, parla, gioca a calcio e fa di conto) e che si lascia alle spalle tutte quelle conseguenze che Dexter e Debra avrebbero dovuto pagare.
Perché, diciamolo pure, sarebbe stato impossibile rendere credibile la totale estraneità dei due ai fatti sanguinosi del precedente season finale.
La prima puntata, al di là di tutte queste considerazioni filologiche, è stata comunque meno peggio di quel che avevo predetto e ha tirato fuori un personaggio che potrebbe essere interessante.

Peccato che sia fuori tempo massimo.
L’arrivo di Vogel e del carico di segreti che si porta dietro e del rapporto che la lega a Dexter è indubbiamente parecchio intrigante, ma risente tutto il peso di quello che c’è stato nel mezzo. Se questo personaggio fosse stato il cardine della quinta – e conclusiva – stagione, la serie avrebbe chiuso i battenti toccando l’apice anziché crollare sulle sue ginocchia anno dopo anno.
Perché uno dei pregi maggiori di Dexter nelle prime quattro stagioni era l’incertezza.
L’incertezza del destino di Dexter che solo all’ultimo secondo dell’ultima puntata riusciva a scamparla.
Ora, dopo sette stagioni, la tensione non c’è più o se c’è è attenuata dalla sensazione che tanto in qualche modo se la cava, a prescindere dalla gravità della situazione in cui si trova. Situazioni che con il tempo si sono sempre andate a ingigantire chiedendoci sempre maggiori sforzi alla nostra sospensione dell'incredulità.

La qualità della scrittura resta di buon livello, anche se rispetto alla prima o alla terza stagione, siamo di parecchi gradini sotto.
E questo è un vero peccato, perché va a intaccare soprattutto Dexter, reso un personaggio "normale", molto più umano rispetto a quello psicopatico ci veniva presentato anni fa.
Un personaggio socialmente distante da tutti, che odiava i rapporti umani e sessuali (al punto che si scelse Rita proprio perché con lei non doveva fare sesso) e più in generale che faceva fatica a capire gli altri. 
Non capiva le loro scelte, non capiva le loro emozioni, non capiva i loro tormenti.
Eppure era facilissimo sentirsi Dexter.

Ad oggi quel personaggio è solo un ricordo sbiadito.

Come proseguirà – e come terminerà – questa stagione a me francamente non importa più granché.
E questo è di fondo il peccato più grande di Dexter, aver perso il grado di attenzione e fiducia in uno dei personaggi meglio interpretati e scritti degli ultimi anni.