mercoledì 29 maggio 2013

Quante cose puoi comprare con un miliardo di dollari, ovvero Yahoo acquista Tumblr. E non ha la minima idea di cosa diavolo ha comprato.

La notizia è ormai di una decina di giorni fa ed è di quelle che ha fatto il giro di internet in un amen: Yahoo ha comprato Tumblr.
- Ah – dicono in giro pe’l web - …figata! Che colpo! Un affare pazzesco! -

Ora, siccome io sono una bestia ignorante che con internet ha lo stesso rapporto che potrebbero avere un porco e una cravatta a pois, ho deciso di approfondire un pochino di più questo Tumblr, che tra tutte le piattaforme è quella che ho sempre capito di meno.

Quello che sapevo fino a oggi, o almeno mi è sembrato di capire, è che:

- la maggior parte delle persone che usano Tumblr è straniero. Qua in Italia è un fenomeno molto poco riconosciuto.

- la maggior parte delle persone che usano Tumblr, lo usano per postare immagini.

E fin qua ci arrivo, la faccenda ha degli aspetti positivi: Yahoo potrebbe quindi trovarsi in casa una biblioteca di immagini pressoché infinita.
Ma sono testardo e voglio vederci più chiaro e toccare con mano il peso dell’acquisto di Yahoo, dopotutto si parla di una cifra che supera di poco il miliardo di dollari, mica bruscolotti.
Quindi vediamo quali sono i migliori, ma soprattutto i peggiori, blog di tumblr.

E questo non è il peggio.

venerdì 24 maggio 2013

10 video musicali animati di un certo spessore

Spinto dal recente video del secondo - strepitoso - singolo di ...Like Clockwork, ultima fatica dei Queens of the Stone Age, mi sono domandato quali altri video musicali animati mi abbiano colpito negli ultimi anni.
Così andando a spulciare di sopra e di sotto per l'internet, ho ricomposto la mia personale scaletta che inizia dalla posizione numero 10, con...

10 - Three Little Pigs - Green Jelly

Questa canzone l'avevo rimossa completamente dalla memoria, fino a stamattina. Ma diavolo, quando l'ho vista mi si è riaperto un mondo nel cervello. Che io ancora mi ricordo questo video quando lo vidi per la prima volta con mio fratello. Avrò avuto sì e no 10/11 anni e della canzone non mi importava nulla: ma il video... il video girato tutto con la plastilina è un piccolo gioiello di umorismo, che recupera tutte le imprecisioni tecniche con una sana dose di spasso fracassone. 
A distanza di anni, poi, anche la musica è una piacevole riscoperta.




9 - I stay away - Alice in Chains

Sempre restando all'inizio degli anni '90 (1994 per la precisione), sempre restando nel mondo dei pupazzi di plastilina, ecco il video di I stay away degli Alice in Chains ambientato nel mondo circense. Senza dubbio realizzato in maniera migliore dei tre porcellini dei Green Jelly, e decisamente più drammatico, il video gode di una regia di qualità cinematografica che per l'epoca era merce rara, anzi, rarissima.




8 - One more time - Daft Punk

Il video, co-diretto da Lejii Matsumoto (potresti averlo sentito per cosucce tipo Galaxy Express 999 o un certo Capitan Harlock), è solo una piccola porzione del film d'animazione Interstella 5555, film che ha come colonna sonora l'intero disco, Discovery, da cui è per l'appunto tratto questo singolo. Non ho mai visto il film, e sinceramente non mi interessa nemmeno recuperarlo, ma come non muovere il piedino (o la testa) al ritmo della canzone? E come non fingere almeno per un attimo di essere dentro una delle carrozze del Galaxy Express?




7 - Sober - Tool

I Tool non sono nuovi a video animati (o semi animati), vedi Schism o Stinkfist, ma con questa Sober, tratta dall'album Undertow, anno di grazia 1994, ridefiniscono il termine di ansia. Nemmeno Tim Burton sotto LSD sarebbe riuscito a partorire una cosa così allucinata. Ma dopotutto nella loro carriera i Tool ci hanno abituato a questo e a ben altro, anche di peggio.




6 - Go with the flow - Queens of the Stone Age

Ecco, si parlava a inizio post dei QOTSA e del loro nuovo video. Ma come per i Tool, anche per la band di Josh Homme i video animati non sono una novità: già nel 2003 uscì infatti il video di Go with the Flow, tratto dall'album Songs for the Deaf. Girato con tre colori di base (salvo l'esplosione finale) il video è una folle corsa lungo le strade impolverate di Lansdale e Leonard tra criminali mascherati da teschio, spogliarelliste, sesso e incidenti mortali. Un noir sporco e sudato, che se ne sta tutto concentrato in un pugno di secondi. Certo, a volte fa un pò l'effetto tà-tàà-tà-tàà-tabùù (anche biancooo), ma, insomma, tanto basta per il sesto posto della classifica.




5 - Paranoid Android - Radiohead

Video disegnato male e animato anche peggio ma che con la canzone si completa alla grande. All'epoca in cui uscì, nel 1997, ricordo che ogni volta mi attaccava una morbosa ipnosi che mi lasciava con un profondo senso di inquietudine e angoscia. Il tizio al bar che balla con la faccia/ombelico, il giro di basso, il ciccione sudato con le mutande di pelle e le borchie che si fa a pezzi da solo, le grida malinconiche di Thom Yorke, la partita a ping pong con l'angelo. 
Ancora adesso sono immagini che mi mettono addosso una bellissima, meravigliosa ansia.




4 - The world spins madly on - The Weepies

E okay, non è il video ufficiale (che se proprio vogliamo dirla tutta, è animato in plastilina, quindi...), ma la versione firmata da Ryan Woodward è una di quelle robe che ti rimette in pace con l'universo, che per tre minuti e undici secondi ti trasforma in un amante del balletto, tu che l'hai sempre odiato. Una perla autentica di animazione, da studiare nelle scuole, sia per la qualità tecnica sia per la potenza della poetica che riesce a esprimere dando alla canzone una profondità che altrimenti non avrebbe.




3 - Clint Eastwood - Gorillaz

Entriamo in zona calda, che non è un titolo godereccio di Sky, ma della terza piazza della classifica. La prima volta che vidi questo video me lo ricordo ancora, era una domenica sera, tipo verso le nove. Con il progetto Gorillaz qualcosa cambiava nel mondo della musica: una band di cartoni animati. Un esperimento che nel corso degli anni ha preso corpo e sostanza con live olografici e un mucchio di altre idee originali. Ogni video è riuscito a superare, per tecnica e originalità il precedente (19-2000, Stylo, Melancholy Hill), ma quello a cui sono più legato resta indubbiamente il primo. Quello di quella domenica sera.




2 - Freak on a leash - Korn

D'accordo, il video è animato solo nella parti iniziali e finali, oltretutto da quell'amante dei piedi (sinistri) di Todd McFarlane. Ma tutta quella faccenda del "Follow the leader" con la bambina che gioca a campana su un baratro, mi ha sempre mandato via di testa. Per questo il video si guadagna il secondo gradino del podio. Per questo e per quella maglia grigia di quattro taglie più grande con l'immagine di copertina che ormai è tutta bucata sulla schiena e sotto le ascelle e quell'odore di muffa, è una delle cose a cui tengo in assoluto di più. Anche se so che la ragazza delle stelle sta lavorando nell'ombra per farmela sparire dall'ultimo cassetto. Ma non ce la farai mai.




1 - Do the Evolution - Pearl Jam

E arriviamo quindi al primo podio. Il mio video musicale animato preferito di tutti i tempi.
Se c'è una cosa per cui i Pearl Jam non sono proprio rinomati, sono i loro video, che nel corso di quasi trent'anni di carriera si possono contare su una mano (vabbè, su due). Ma tra quelli da ricordare c'è sicuramente questo Do the Evolution: un video così tremendamente anni '90 che racchiude tutto lo spirito non solo la canzone, ma anche quel mondo e quel tempo che per noi significava adolescenza, senso di crescita, ribellione (?) e di evoluzione. Un cult assoluto di noi giovani capelloni drogati comunisti.
Il video è diretto da Kevin Altieri (e, di nuovo, Todd McFarlane) lo stesso della serie animata di Batman dell'epoca. 
A occhio, giurerei che tra gli animatori c'è anche Bruce Timm, ma vallo a sapere.


martedì 21 maggio 2013

Non avrà più scuse tutto il nero che ti porti dentro


Issei è un ragazzo timido.
Issei è un ragazzo bruttino, alto appena un metro e cinquanta, dal fisico gracile, una precoce stempiatura e poca autostima.
Issei però è anche un ragazzo cresciuto in una buona famiglia, ricca, che non ha mai fatto mancare nulla né a lui, né a suo fratello.

Issei parla poco, ma come tutti ha dei sogni e dei progetti.
Così parte. E dalla sua casa a Kobe si trasferisce a Parigi, dove si iscrive al corso di letteratura inglese alla Sorbona.
Issei nel 1981 ha 32 anni e il suo rapporto con le donne è pressoché inesistente, prigioniero della sua timidezza.
Ma decide di fuggire da quella prigione, invitando un pomeriggio a casa sua Renée Hartevelt, una sua compagna di corso, olandese, per studiare insieme.
Una ragazza molto carina, che ha la sfortuna di accettare il suo invito.

lunedì 20 maggio 2013

Il Grande Gatsby: la recensione

Il Grande Gatsby targato Baz Luhrmann è un film decisamente medio.
Non mediocre, proprio medio.
Nel senso che il voto finale deriva dalla media della storia raccontata e della messa in scena finale.


Se non fosse per il fatto che la materia da cui proviene è di altissima qualità, Il Grande Gatsby sarebbe un film decisamente trascurabile.
Il romanzo originale di Fitzgerald infatti, pur non avendolo letto, racconta una storia potente, attualissima nonostante i quasi cento anni che ci separano da quando è stata scritta.  Un intreccio umano delicato, destinato a cambiare in maniera radicale le persone coinvolte e che ci restituisce con malinconia tutto quel carico di valori senza tempo, che spaziano dal significato profondo dell’amicizia a quello dell’amore.
Dalla potenza dei sogni al confronto con la realtà.

Luhrmann, a mio avviso uno dei registi più sopravvalutati in tempi moderni, comincia con un primo atto registicamente disastroso.
Trenta/quaranta minuti di lezione sul come NON dirigere un film.
Partiamo da questa premessa.
Andando oggi a vedere Il grande Gatsby al cinema avete la possibilità di vederlo in 3D, come se fosse un film d’animazione o un film di fantascienza.
Io ho scelto di vederlo in 2D, perché pagare due euro di più per rovinarmi la retina non mi andava, ma forse stavolta ho sbagliato.
Già, perché la regia di tutta la prima parte è totalmente asservita al 3D: inquadrature, panoramiche, movimenti di camera che si muovono compiaciuti nella loro presupposta tridimensionalità (vedi tutti gli spostamenti da un lato all’altro della baia, o il festino nella garconniere di Tom).
Probabilmente visto in 3D tutto questo avrebbe avuto un minimo di senso, viceversa quel senso non c’è. Oltretutto il 3D, abbassando la luminosità dei colori, avrebbe almeno in parte camuffato la qualità del CGI: una qualità che non va oltre quella di uno show televisivo medio odierno.
La prima parte della pellicola è nevrotica, vive di primi piani o di campi lunghi e lunghissimi, tralasciando del tutto o quasi i campi medi: nevrosi però non funzionale al racconto, quindi semplicemente fastidiosa.

A sorpresa Luhrmann si riscatta nella seconda e nella terza parte, alternando alcune sequenze discrete, ad altre invece molto molto buone (su tutte, quella finale). Ma l’impressione di fondo è che il regista australiano debba a tutti i costi riempire lo schermo di sfarzi e lustrini per mascherare tutti i suoi limiti in termini di narrazione. Affastella ballerini, musicisti, camerieri, litri d’alcool, nani da circo e fuochi d’artificio e nel farlo è molto bravo, ma oltre la tenda che separa lo spettacolo dalle quinte, non c’è altro che un vecchio straccio per i pavimenti.
È come ricevere in regalo una scatola bellissima, con un incarto dorato e prezioso.
Una scatola bellissima, ma vuota.
Per quello che riguarda la colonna sonora vale più o meno lo stesso discorso fatto per il 3D. Irritante a dir poco.
Non siamo tutti Tarantino che può cacciare un pezzo hip-hop in un western e far muovere la testolina a ritmo a tutta la sala.
Questo fatto della musica moderna applicato a film in costume (marchio di fabbrica delle pellicole di Luhrmann) è, almeno PER ME, insopportabile e straniante.
E quindi vai di Beyoncé, vai di Alicia Keys, vai di Unza-unza, vai di… Un momento ma quello che leggo fra i nomi dei produttori del film è Jay-Z?



Ah, ecco.

Eppure sarei bugiardo se dicessi che sono uscito dal film scontento o insoddisfatto. 
La storia di base è davvero molto bella, soprattutto per quelle bestie ignoranti come me che non conoscono l’originale, e tenuta insieme dalle ottime prove di tutto il cast: mi ha stupito Tobey Maguire, non mi ha stupito invece Di Caprio. Che come sempre tira fuori dal cappello un’altra sontuosa prova di recitazione dando al suo personaggio una profondità che nemmeno il 3D avrebbe potuto dare.
Certo, se Di Caprio la smettesse di trombarsi le mamme di tutti i giurati degli Oscar*, quest’anno potrebbe anche vincerla quella maledetta statuetta…

Se vi piace Luhrmann come regista, questo film vi piacerà indubbiamente.
Se non vi piace, evitatelo.
E se siete interessati alla storia, compratevi il libro.
Oppure guardatevi il film del ’74 con Robert Redford.




*Sul serio. Deve averlo fatto per forza, altrimenti non si spiega perché non abbia ancora vinto.

giovedì 16 maggio 2013

Quanto pesa un sogno? 2.000 tonnellate, circa (chilo più, chilo meno).

Sul serio, come si fa a non voler bene a un regista che da forma ai tuoi sogni di bambino?








Che se anche Pacific Rim facesse pena e vomito, non lo ammetterò mai.

giovedì 9 maggio 2013

Trova le differenze: ovvero la recensione di Asterios Polyp (e il confronto con un'altra graphic novel notevole)


Avevo letto la prima volta Asterios Polyp, di David Mazzucchelli, ai tempi della sua uscita e seppure mi fosse piaciuto, ma era rimasto un po’ nel limbo di quei libri “mah, forse sì, forse no, non lo so…”.
In tempi recenti però mi è capitato di riparlarne con il Mastro Verzini così mi è ripresa la voglia di rileggerlo, magari con più convinzione, cercando di capire cosa non mi avesse convinto tempo fa.

Mazzucchelli è un tecnico del fumetto, uno sperimentatore assoluto del settore che già dai tempi di Città di Vetro (l’adattamento del romanzo di Paul Auster) faceva della commistione di stili e linguaggi il suo punto forte. Si tratta di un assoluto big nel panorama del fumetto americano, uno di quelli da guardare con ammirazione e il riguardo che si riserva solo ai migliori, con un bagaglio culturale a fumetti di rara importanza.
Non a caso insegna da anni alla School of Visual Arts di New York.

Ma proprio questa sua vasta conoscenza dei meccanismi segreti del fumetto risulta, a conti fatti, il suo più grosso limite.
Già. Perché dopo essere tornati a casa con Asterios Polyp, sarete convinti di avere tra le mani un romanzo a fumetti.



E invece, tra le mani, scoprirete di aver un’altra cosa.