lunedì 25 febbraio 2013

No surprises

Sia chiaro, non ho nulla contro la Pixar, anzi, sono sempre stato un loro devoto e ho amato la maggior parte dei loro film.
Ma francamente la vittoria della poi-non-così-tanto-ribelle Brave a questa ultima edizione degli Oscar 2013 mi ha lasciato vagamente perplesso.
Specie se andiamo a spulciare gli altri nominati e ci troviamo due gioiellini come Paranorman e Briganti! - Pirati da Strapazzo (ma anche il frato-cugino di mamma Disney, Ralph Spaccatutto e Frankenweenie).



Intendiamoci, sotto un profilo squisitamente tecnico, la Pixar mangia ancora in testa a tutti regalando preziosi tecnicismi (vedi i capelli di Merida) e alcuni grandi momenti di regia (nei primi minuti di Brave, nel passaggio di lei bambina), salvo poi risparmiare sugli ambienti e su un cattivo degno di nota. 
I problemi, grossi, di Brave sono strettamente connessi alla storia e a una sceneggiatura debole; sceneggiatura che è invece è uno dei punti più solidi e ben costruiti dai già citati Paranorman e Briganti!. 
Davvero un peccato, che mi riporta alla memoria prima al 2011 quando Toy Story 3 ebbe la meglio sull'Illusionista di Chomet e prima ancora, al 2004, quando Alla ricerca di Nemo vinse su Appuntamento a Belleville, sempre dello sfortunato Chomet.

A pensar male si potrebbe credere che la giuria dell'Academy abbia già una X siglata su Pixar alla voce Miglior Film d'Animazione, ma è pur vero che i film che hanno vinto negli ultimi anni se lo meritavano pure (eccezion fatta appunto per Toy Story 3).

E' vero: l'anno scorso a vincere fu il geniale Rango di Verbinski che ha battuto facilmente la concorrenza de Il gatto con gli stivali e Kung Fu Panda 2, ma nella rosa dei nominati non c'era nessun titolo Pixar (o meglio, avrebbe potuto esserci, ma sarebbe stato il pezzentissimo Cars 2).
Il nocciolo della questione però resta questo: il divario di qualche anno fa tra la casa di produzione di Emeryville e le sue concorrenti (Dreamworks in testa) era ben più ampio e ora che la forbice si sta decisamente accorciando, la Pixar farebbe bene a farsi un sano esame di coscienza.
Sono i più grandi, sono i giganti da battere e questo significa non commettere passi falsi e smettere di continuare far leva sui loro brand più consolidati (a parte il prossimo Monsters University, che forse è qualcosa di più di un mero prequel).
La crisi di idee che si sta abbattendo su Hollywood già da qualche anno, non lascia scampo a nessuno, ha la memoria corta e non tiene conto del passato... insomma, in Pixar sono avvisati.




Gioia e giubilo invece per Paperman, ma pure quello era abbastanza ovvio che avrebbe vinto.



mercoledì 20 febbraio 2013

When Universes Collide

Qualche mese fa anche da queste parti si studiava il Tarantinoverse, cioè tutti gli intrecci narrativi che collegano tutti i film del vecchio Quentin da Knoxville.
E da questo universo naturalmente non poteva essere escluso Django Unchained.
Stavolta i rimandi sono davvero ben nascosti, ma ci sono...
Vi dice qualcosa il nome Crazy Craig Koons? 
Si tratta di uno della banda di Smitty Bacall, un pericoloso ladro su cui pende una taglia e che finisce sulle tracce di Django e del Dottor Shultz.
E se siete abbastanza svelti di memoria, il nome Koons vi riporterà in mente un personaggio del film più celebre di Tarantino...



Esatto, proprio lui... il Capitano Koons di Pulp Fiction, l'uomo che consegna l'orologio d'oro a un giovane Butch Coolidge!

Ma i collegamenti non finiscono qui: infatti in Kill Bill Vol. 2, la Sposa viene sepolta nella tomba della povera Paula Shultz... molto probabilmente la moglie defunta del nostro Dr. Shultz.




Questo in realtà scardina parzialmente la teoria secondo cui Kill Bill farebbe parte dell'universo nell'universo di Tarantino, alla pari di Dal Tramonto all'alba e Death Proof...
Vista la lungimiranza che ha dimostrato in questi anni questo regista, ci dobbiamo aspettare qualche ribaltamento di universo o siamo di fronte a un più semplice easter egg per divertire i fan?

Ai Poster l'ardua sentenza.


lunedì 18 febbraio 2013

Keepsake


Se avessi visto film come Frankenweenie o Paranorman da bambino, probabilmente il mio rapporto con la morte sarebbe stato diverso, con meno ansie e meno nascoste, perché sono entrambe pellicole, che per un verso o per l’altro si propongono di affrontare il tema della morte e dell’accettazione della stessa, specie quando ci coglie in giovane età.
Lo fanno in maniera del tutto antitetica, portando in scena situazioni, luoghi e personaggi completamente differenti, tra i due c’è chi porta il colpo a bersaglio e chi invece sfiora soltanto l’obbiettivo… ripartendo direttamente dalla recensione di Frankenweenie, cerchiamo ora di scendere a un altro gradino.


martedì 5 febbraio 2013

Song for the Dead

Nel 1982 Tim Burton ha 24 anni, è in Disney già da tre e lavora a progetti che non gli piacciono, lontani dal suo immaginario, come Red&Toby nemiciamici. In quel periodo però la Disney è spaccata tra i fedelissimi della vecchia scuola di Walt Disney e chi vuole invece puntare in una direzione più moderna e solo l’arrivo del produttore Jeffrey Katzenberg un paio di anni più tardi cambierà definitivamente le carte in tavola.
Nel frattempo Burton, come abbiamo già detto, lavora come “arista concettuale”: un ruolo che in cui si sente inadeguato soprattutto considerato che tutte le sue idee e i suoi concept vengono trovati “non in linea” con quelli dell’azienda. Un’esperienza frustrante e dolorosa che termina quando due giovani dirigenti leve della rinnovata direzione gli affidano il suo primo cortometraggio, Vincent, che desta una discreta dose di attenzione, vincendo anche il premio della critica Festival di Annecy.

Nel 1984 a Tim Burton viene data quindi una seconda possibilità, un cortometraggio di trenta minuti in live action, chiamato Frankenweenie.
Il Tim Burton del 1984 mette in piedi un divertente omaggio al Frankenstein di James Whale filtrato attraverso il suo mondo e alcuni di quegli stilemi diventati poi negli anni diventeranno i punti cardini della sua filmografia (dagli zombie all’inquietante normalità della periferia americana) e dirigendo un piccolo attore di nome Barret Oliver che avremmo rivisto nello stesso anno ne La Storia Infinita e in quello successivo in D.A.R.Y.L.  (e che poi da adulto sarebbe diventato il sosia del cantante dei Counting Crows).
Frankenweenie avrebbe dovuto essere stato proiettato nelle sale prima di Pinocchio (riedito in quell’anno) ma alla fine la Disney s’impaurisce e lo ritira dal circuito commerciale, bollandolo come troppo cupo e violento.




Nel 2012 Tim Burton ha 54 anni, è un regista tra i più amati e la sua carriera ha avuto parecchi alti, ma pure parecchi bassi. È una persona che è profondamente cambiata in questi anni, che ha contribuito a creare una nuova figura di eroe dark malinconico e fragile (Edward Mani di forbice, Jack Skeleton, Ed Wood, il "suo" Bruce Wayne/Batman) ma che con il tempo si è visto letteralmente schiacciare sotto il peso di quello stesso immaginario freak/bizzarro/un po’ matto che l’ha reso celebre, al punto da risultare oggi banale e ripetitivo.
Anche la Disney nel frattempo è cambiata, svecchiandosi enormemente e diventando una delle cinque multinazionali più potenti del pianeta. Ma come gran parte dell’industria hollywoodiana, anche la casa del Topo è vittima di un notevole calo di idee e decide quindi di ripescare quel vecchio corto di quel giovane regista fuori dagli schemi e farne una versione estesa, in stop motion.
E come allora questo Frankenweenie versione 2.0?

Partiamo da questo concetto: chi ama Tim Burton ci troverà dentro tutte quelle cose che Burton ha sempre amato: c’è Vincent Price, ci sono i freak, le ragazzine con gli occhi a capocchia di spillo, la Burbank dell’infanzia di Tim Burton, i rimandi tanto ai Classici della Universal (su tutti – ovviamente – il Frankenstein di Whale) ma anche citazioni a Nosferatu e L’uomo Lupo e ai film di mostri di Ray Harryhausen, le magliette a righe orizzontali e via dicendo.
Quindi è facile intuire come chi amava Burton prima, amerà ciecamente questo film.

A me che ho sempre considerato Tim Burton una “mamma” a livello artistico, soprattutto nella prima parte del mio percorso come disegnatore, tutti questi elementi non sono bastati, almeno non completamente, a farmi amare ciecamente la pellicola.

Intendiamoci, ci sono parecchie cose che mi sono piaciute in Frankenweenie, ma forse avrei voluto ancora qualcosa in più: ho avuto come l’impressione che proprio come per il cane riportato in vita con un fulmine del film, anche qui si stia cercando di fare la stessa cosa.
Riportare alla vita un vecchio regista stanco e annoiato che si è trovato di colpo ad avere pochissimo da dire. 
Indubbiamente ci troviamo una spanna sopra  tutti gli ultimi lavori di Burton (Dark Shadows, Alice in Wonderland e Sweeney Todd su tutti) ma proprio in un film che va a toccare argomenti parecchio profondi come la morte e le sue conseguenze, Frankenweenie si ferma alla superficie delle cose.
Regia e sceneggiatura sono sobrie e ben costruite, con alcune trovate simpatiche: anche lo stesso lavoro sul character design è perfettamente in linea con tutto il resto della produzione burtoniana (stesso discorso sull’ambientazione), il lavoro sulla fotografia e l’illuminazione è forse l’aspetto che salta di più all’occhio e che dà uno spessore maggiore alla pellicola. Ma quello che realmente manca, almeno a me, che sono sempre stato frocio per Tim Burton, è un’evoluzione, uno sviluppo narrativo e coerente all’interno dell’universo del regista di Burbank.
Dai tempi ormai lontani di Big Fish (ultimo vero capolavoro) Burton si è come fermato.
Ha smesso di ricercare, di trovare un senso a quei personaggi disturbati e emotivamente confusi dei suoi esordi, resi ora macchiette, protagonisti al servizio di storie insipide, dove la loro crescita interiore non ha alcun punto d’arrivo.
E allo stesso modo il Victor di Frankenweenie non sviluppa un percorso drammatico che lo porterà a essere un personaggio diverso alla fine del film, tutto il contrario di ciò che avveniva vent’anni fa con il Jack Skeleton di Nightmare before Christmas.

Nonostante tutto il film non è affatto da buttare, anzi, scorre via bene, è simpatico e sicuramente merita di essere visto, magari anche più di una volta: ma se il Frankenweenie del 1984 fa poneva le basi a quello che poi sarebbe stato Edward Mani di Forbice e contava su una discreta dose di originalità, quello del 2012 perde il senso di quell’originalità e quella genuina stramberia burtoniana.
In questo senso Frankenweenie ha perso in maniera totale lo scontro che l’ha visto duellare con un altro film uscito nello stesso anno, Paranorman di Chris Butler e Sam Fell.

Perché e percome ha perso questa sfida lo andremo analizzare in un post ad hoc in arrivo nei prossimi giorni, dove ci addentreremo un po’ di più nella trama e faremo le pulci a Sparky al film.


lunedì 4 febbraio 2013

Stealing society

- Come che ce fai? Soltanto il prestigio e la classe che ti dà, questo te lo attacchi in ufficio, c'hai 'no scatto da così a così! -
- Ma io c'ho 'n centro carni, se me l'attacco pare la reclàme d'a carne guasta! -
- Ma te lo metti in casa, fai un figurone! Io ce l'ho avuto in salotto per vent'anni, non sai quante serate m'ha risolto! Perché è anche un argomento di conversazione, sai... -
- Ah, c'è pure chi c'ha 'r coraggio de parlà de 'sta crosta?! -
- Ma che scherzi?! Infatti c'è pure chi dice... Se c'ha le zinne viola, de che colore c'avrà er culo?! -
- Seee.... turchese! -


Non fate anche voi come Finocchiaro, se volete la classe e il prestigio, a casa come in ufficio, da oggi potete trovare la 80s Minimal Movie Poster Collection (e non solo) in vendita sulla pagina http://society6.com/Comeasfalto


venerdì 1 febbraio 2013

Paperback writer

E così, un venerdì mattina qualunque, a tradimento scopri che da un paio di giorni sul tubo è disponibile Paperman, quel cortometraggio tanto atteso che doveva andare prima di Ralph Spaccatutto e che invece puppa.

E quindi? E' davvero così bello come ce lo si aspettava?


No.
Lo è molto di più.

Un capolavoro da qualsiasi punto di vista. Un gioiello visivo che riempie occhi, cuore e orecchie in maniera così viva e piena da volerlo rivedere fino a impararlo a memoria.
E sì, questa nuova nuova tecnologia Meander, rappresenta SUL SERIO il nuovo standard di animazione che vedremo negli anni a venire.
Non sono un fan particolarmente entusiasta della Disney, ma tanto di cappello a chi ha visto il futuro prima che arrivasse, dimostrando che attualmente nessuno può competere al loro livello.

Abbassate le luci, alzate il volume, spegnete i cellulari, silenzio in sala.