lunedì 7 ottobre 2013

Gravity: la recensione

Siete mai stati nel Grand Canyon?
È un mondo a parte, che non ha nulla in comune con tutto quello che i vostri occhi hanno visto prima di quel momento.
"Sembra di essere caduti sulla terra cinque milioni di anni fa" (cit.).
È insomma una di quelle esperienze preziose, che capitano solo una volta nella vita, o quasi.

Quante volte ce lo siamo sentiti dire da Licia Colò su Raitre?
La verità è che una volta davanti al Grand Canyon non ci sarà descrizione al mondo che possa restituire nella sua interezza l’emozione e il senso di meraviglia che proverete di fronte a quello spettacolo.
Dinanzi all’immensità di uno spazio che vi mangia letteralmente, sarete sommersi al di là di ogni vostra immaginazione.

E spiegare perché Gravity sia un film di tale intensità e struggente bellezza è come tentare di spiegare cosa si provi a stare sul ciglio di un baratro profondo oltre cinquecento metri.


Prima di ogni altra cosa Gravity un’esperienza visiva senza precedenti.
L’immersione è totale, Cuarón ti prende per mano e ti porta lassù, a fare una passeggiata, là fuori, nel buio, nel vuoto, insieme ad altri due astronauti: prende la telecamera e le fa fare letteralmente quello che vuole. Afferra la tua testa e la mette in una centrifuga, gioca con i tuoi sensi, li confonde, ti prende in giro, ti gira intorno e ti fa sentire spaesato, come un vecchio giocattolo inglobato da uno spazio buio, denso e gelatinoso.
Ti molla per novanta minuti di fronte allo spettacolo della terra vista da lassù, con i crampi allo stomaco, sospeso tra il silenzio e un uso intelligentissimo del sonoro che alterna momenti diegetici a momenti extradiegetici.

Personalmente, e lo ripeto, personalmente, è uno dei film più belli mai visti in sala: anzi, siamo dalle parti dell’essenza stessa del cinema, una roba di importanza capitale del valore di film come 2001: Odissea nello Spazio o Full Metal Jacket.
Gravity è tanto intenso e raffinato da un punto di vista registico quanto rabbioso ed emotivo da un punto di vista narrativo: gioca tutto sulla tensione, sul terrore inconscio del vuoto, del buio, della solitudine, della paura che di fronte alla fine siamo da soli e che il nostro bisogno di essere amati e ascoltati non potrà mai più essere colmato da nessuno. Ma gioca anche sull’istinto primordiale dell’uomo di giocarsi tutte le sue carte per sopravvivere.
Sarebbe però terreno facile giocare solo sulla voglia lotta per la sopravvivenza e per il suo ottenimento, tant’è che per quel che mi riguarda il film sarebbe potuto benissimo finire senza nemmeno sapere le sorti della protagonista (una Sandra Bullock che si candida ufficialmente alla corsa agli Oscar).
Cuarón invece si spinge oltre e imbastisce un film sulle decisioni e su quanto siamo chiamati quotidianamente a fare delle scelte.
L’importanza in questo caso sta nella domanda non nella risposta.
Ognuno ne troverà una sua, e sua soltanto.
Potete abbandonarvi al vuoto o tentare in qualsiasi modo di ritornare sulla Terra, ma, per Dio, prendete una posizione nella vita, non lasciate che quest’apatia generazionale vi spenga dentro.
E tutto è raccontato quasi esclusivamente attraverso le immagini: lunghi, lunghissimi pianisequenza (il primo stacco di scena vero e proprio avviene dopo quasi venticinque minuti), campi aperti, primi piani claustrofobici e una profondità di campo inquietantemente magnetica. Non c'è niente che sia girato per mero sfoggio di tecnica: ogni singolo movimento di macchina è funzionale al narrato così come dialoghi, ridotti all'osso, siano sintetici ed essenziali al punto da risultare quasi un elemento di distrazione dal quadro generale.

E tanto lo so che queste sono parole a cui potete credere o meno.

Non lo capirete realmente fino a quando non lo avrete visto di persona.

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