mercoledì 10 luglio 2013

World War Z: La recensione


War World Z è un film educato.
Prima di entrarti in casa si toglie le scarpe e si mette le pattine.
Siede sul bordo del divano e va via presto, senza lasciare tracce.

Nei 116 minuti di pellicola non vedrete una singola goccia di sangue. Non un pezzo di stomaco che trabocca dalle mani di uno zombie. Non un cervello colante lungo il cranio. Non un osso spuntare da sotto la pella grigiastra e purulente.
Insomma, se siete in cerca di qualcosa di simile, farete meglio a guardare una puntata a caso di Grey’s Anatomy.
Ora, io non cerco a tutti i costi lo splatter in un film di zombie, ma qua ci troviamo davanti a uno degli elementi che fanno di questo genere, un genere.
È come togliere l’amico buffo e strampalato del protagonista in una commedia d’amore.
È come togliere i proiettili a un film d’azione.
È come far girare a Johnny Depp un personaggio normale e non un pazzerello buffo.
Un’assenza, questa dell’elemento gore, a tratti addirittura forzata, con una telecamera che sposta il suo occhio proprio nel momento cruciale.

Da questo primo, forse banale, punto si capisce quanto Hollywood abbia voluto sacrificare di tutto il romanzo pur di uscire con un blockbuster estivo per famiglie con un misero rating PG-13.
Ed è un colossale peccato perché il libro di partenza è una delle cose più fiche mai scritte a tema zombie.
Ed era anche una delle cose più difficilmente riconducibili sul grande schermo.
Il romanzo di Max Brooks è una raccolta di interviste sparse per il mondo redatta a molti anni di distanza dalla fine della guerra agli zombie: la cosa più bella era per l’appunto la varietà di situazioni che venivano presentate. Situazioni del tutto inedite per una storia di zombie che danno al tema una nuova prospettiva e molteplici chiavi di lettura.
Ma il libro di Brooks è anche un libro spietato e feroce, nell’accezione più politica del termine: vengono messi in discussione i governi, la loro (in)capacità di gestire la crisi e le emergenze, i loro rapporti con la popolazione. E non ha certo paura a indicare in paesi come la Cina i focolai originari per una possibile epidemia su scala mondiale.
Dentro questo libro, pensato fin nel più piccolo dettaglio, c’è ogni singola sfumatura della gamma dei sentimenti umani: la paura, la rabbia, l’adrenalina, la negazione, la voglia di riscatto, il sacrificio, l’amore, il dolore.


Nel film tutta la coralità del romanzo, la visione d’insieme, viene completamente a mancare. Eppure si parte benissimo con tutta una prima parte decisamente intrigante e – parzialmente – inedita: l’assalto forsennato ai supermercati, il panico per le strade, la paura e la solidarietà e per quasi quaranta minuti il ritmo è sostenuto e mantiene viva l’attenzione. Con il passare dei minuti e della vicenda, il ritmo, ma soprattutto la logica, cala in maniera vertiginosa andando a intortarsi in una serie di situazioni inverosimili (intendo inverosimili all’interno di una storia che parla di zombie). C’è un buono spunto poco prima del finale ma anche questo viene dilapidato in meno di cinque minuti a favore di un’altra sequela di soluzioni scellerate e ulteriori buchi di logica.

A tutto questo aggiungiamoci pure un protagonista, Brad Pitt, trasformato in una sorta di incrocio fra Jessica Fletcher e Crisantemi de L’allenatore nel pallone: ovunque va lui, succede di qualcosa di molto, molto brutto che prevede una quantità di morti sempre maggiore. Facciamo un esempio: la scena ambientata a bordo dell’aereo sarebbe di per sé interessante, è una situazione inedita nel genere, giusto?
Abbiamo uno zombie dentro un aereo: come ci comportiamo? Come ne veniamo fuori? Non fossimo legati a un unico protagonista, ci sarebbero mille modi per rispondere. Al contrario però noi abbiamo Brad Pitt, che dall’inizio del film è già scampato per almeno tre o quattro volte ad attacchi zombie quindi sappiamo già che nel bene o nel male lui se la caverà a prescindere, qualsiasi cosa succederà, fosse pure la caduta rovinosa dell’aereo.
Con tanti cari saluti al pathos e alla tensione.

Probabilmente la formula migliore per raccontare l’originale World War Z sarebbe stato un mockumentary che raccontasse fatti e avvenimenti catturati da telecamere e resoconti da ogni parte del mondo, oppure una serie tv fatta di episodi autoconclusivi.
Ma al di là del legame con la materia di partenza, resta in ogni caso un film diretto con mestiere ma senza amore, scritto in maniera scialba e con tanti buchi di logica (che giustificheranno le ragioni dell’odio per Lindelof, che ultimamente le sta sbagliando tutte).

Insomma, un film innocuo, educato.
Che esce di casa scivolando sulle sue pattine, senza sporcare.


Vabbè, io me ne andrei, allora...

2 commenti:

MrJamesFord ha detto...

Concordo in pieno.
Fin troppo educato.
Io lo bastonerò a breve. ;)

Tom ha detto...

Bravo! Però il libro, se riesci, leggilo, quello ne vale proprio la pena! :)