venerdì 26 luglio 2013

Pacific Rim: la recensione

Tutto comincia con una sensazione.
Un brivido fortissimo.
Un trillo emotivo che al cinema non mi era mai capitato di provare.
Un misto di paura e scoperta.


È il primo attacco Kaiju.
Una creatura enorme, e quando dico enorme, è enorme DAVVERO, la cui sagoma si intravede, fumosa e inquietante tra le nebbie del mattino a cui basta una semplice zampata per distruggere un ponte e le vite di chi lo sta attraversando.


Un senso di meraviglia, nell’accezione più genuina e spontanea nel termine, che racchiude il significato di tutto un certo tipo di cinema. È qualcosa di indescrivibile che ti trascina con sé in un misto di fascinazione e repulsione: avresti quasi voglia di scappare ma ne sei al contempo attratto da inchiodare gli occhi allo schermo e non staccarli più.
Un'emozione che proverete solo poche volte nella vostra vita cinematografica.
Pacific Rim nutre le nostre fantasie di noi che da bambini ci credevamo robot, saltando e facendo capriole sul divano.

In fatto di ritmo e di azione, la pellicola di Del Toro è semplicemente uno dei film migliori – nel genere – usciti in tempi recenti: non segue la moda dei “polpettoni action” che vuole un minutaggio inferiore a tre ore (vedi i vari Batman, Avengers, Watchmen, ecc.); spinge quando c’è da spingere – e quando punta l’acceleratore, non si scherza - rallenta quando c’è da rallentare mantenendo comunque viva l’attenzione dello spettatore.
I combattimenti sono realizzati ottimamente sia dal punto di vista coreografico che tecnico: gli effetti speciali non sono mai stati così buoni e anche il character design, soprattutto quello dei kaiju, si dimostra di un certo livello.
Tutto scorre a meraviglia, ma…

Ma prima di entrare in sala, dovrete buttare in un cestino della spazzatura il vostro cellulare.
Anzi, dimenticatevi del tutto di avere un cellulare.
Altrimenti per tutto il film, ogni circa 5/10 minuti, vi squillerà.
È Guillermo Del Toro che vi sta telefonando per dirvi quello che sta per succedere sullo schermo. La storia infatti è già scritta nella vostra testa, dovete solo leggerla ad alta voce: non c’è un singolo passaggio, snodo narrativo, che non sia prevedibile.
C’è il viaggio dell’eroe, dalla tragedia che lo porta a isolarsi dal mondo fino al riscatto finale.
C’è la love story (leggermente in secondo piano, ma c’è).
C’è il rapporto di reciproco ma rispettoso odio tra i piloti, in piena scuola Top Gun.
Ci sono i personaggi comici che spezzano la tensione.
C’è il vecchio leone mai domo.

Purtroppo nessuno di questi riesce a creare un legame forte con lo spettatore. A partire, anzi, soprattutto, da un protagonista che non ha un briciolo di carisma. Un personaggio prevedibile, scontato, che andrebbe bene forse se fossimo a metà degli anni ’80.
Guillermo Del Toro è un regista che sia nelle sue opere più commerciali, come la saga di Hellboy, che in quelle autoriali come Il Labirinto del Fauno, riesce a dare il suo apporto tanto al comparto visivo quanto a quello della storia, aggiungendo sempre uno spirito poetico, quasi filosofico: stavolta di poesia o spiritualità non ce n'è nemmeno l'ombra. 
La storia prosegue "dritto per dritto" limitandosi al compitino, senza andare alla ricerca di un secondo livello di lettura del racconto o di un significato profondo.
Lo stesso discorso vale per i dialoghi. Sufficienti, ma niente di più.

Pacific Rim non raggiunge lo status di capolavoro del secolo proprio perché sotto non c’è una trama così forte a reggere il peso delle mazzate tra kaiju e jaeger. Può essere che nel secondo, o magari nel terzo, film della serie questo aspetto venga migliorato, ma questo ce lo dirà il tempo (e gli incassi di questo primo capitolo).

Fatevi un regalo e andate a vedervi Pacific Rim e la sua gloriosa magnificenza che meritano di essere visti su almeno sette metri di schermo, e possibilmente in 3D.
Uscirete dal cinema urlando come scimmie, lanciando le vostre feci su tutti quelli che erano nella sala vicino alla vostra a vedersi qualche film polacco, coreano o somalo.

Ma ricordatevi di spegnere il cellulare.


Una nota a margine. Da poco su National Geographic - mi pare - va in onda una trasmissione su un gruppo di pazzi che va in giro per le montagne del Nord America cercando il big foot…
Ma non lo sanno che il big foot vive a Hollywood e si fa chiamare Ron Perlman?



Sul serio, questa persona è l’anello di congiunzione tra l’uomo e il primate.

3 commenti:

MrJamesFord ha detto...

Stai perdendo colpi, eh!?
Film bellissimo dal punto di vista tecnico e visivo, ma privo della scintilla che negli anni ottanta faceva spalancare gli occhi per la meraviglia.
Avrebbe dovuto girarlo Abrams!

Tom ha detto...

Non ha la scintilla ma la meraviglia sì! Nel genere indubbiamente il migliore finora! Se l'avesse diretto Abrams ci sarebbero stati dei buchi di sceneggiatura sparsi ovunque, almeno qua quel poco di storia che c'è, fila via tranquilla! :D

Tom ha detto...

Anzi, ti dirò questa cosa: secondo me ha anche la scintilla.
Siamo noi a non averla colta.
O meglio, quella scintilla non è per noi.
Un film del genere visto nei nostri dodici o tredici anni ci avrebbe cambiato la vita (almeno a me l'avrebbe cambiata). Visto oggi ci esalta perché siamo dei bambinoni di trent'anni, ma lo guardiamo con un spirito critico maggiore (come è giusto che sia).