mercoledì 3 luglio 2013

Dexter - Puntata Uno, Stagione Otto.


Ammettiamolo... Dexter è finito con la quarta stagione.
Un finale glorioso, al termine di dodici episodi dal ritmo serrato, diretti bene e scritti ancora meglio.

La quinta stagione, quella che era stata definita “di passaggio”, è stata tutto sommato buona, ma si cominciavano a intravedere i primi segni di cedimento strutturale: molte situazioni che sapevano di già visto ma anche qualche ottimo spunto.

La sesta stagione, al di là di un interessante twist narrativo negli episodi finali, è fiacca, priva di mordente e soprattutto priva di un vero personaggio che possa confrontarsi con le idiosincrasie del protagonista che nel corso degli anni ha costruito la sua forza anche e soprattutto in relazione ai suoi antagonisti (da Rudy a Trinity, passando per Lyla, Doakes e Prado).

La settima stagione qualcuno se la ricorda davvero?
Al di là di quel finale confuso e pasticciato, intendo?


Questa ottava serie ricomincia how conveniently sei mesi dopo la fine della precedente (sei mesi in cui Harrison ha attraversato un tunnel spazio temporale dove per lui sono già passati quattro o cinque anni, parla, gioca a calcio e fa di conto) e che si lascia alle spalle tutte quelle conseguenze che Dexter e Debra avrebbero dovuto pagare.
Perché, diciamolo pure, sarebbe stato impossibile rendere credibile la totale estraneità dei due ai fatti sanguinosi del precedente season finale.
La prima puntata, al di là di tutte queste considerazioni filologiche, è stata comunque meno peggio di quel che avevo predetto e ha tirato fuori un personaggio che potrebbe essere interessante.

Peccato che sia fuori tempo massimo.
L’arrivo di Vogel e del carico di segreti che si porta dietro e del rapporto che la lega a Dexter è indubbiamente parecchio intrigante, ma risente tutto il peso di quello che c’è stato nel mezzo. Se questo personaggio fosse stato il cardine della quinta – e conclusiva – stagione, la serie avrebbe chiuso i battenti toccando l’apice anziché crollare sulle sue ginocchia anno dopo anno.
Perché uno dei pregi maggiori di Dexter nelle prime quattro stagioni era l’incertezza.
L’incertezza del destino di Dexter che solo all’ultimo secondo dell’ultima puntata riusciva a scamparla.
Ora, dopo sette stagioni, la tensione non c’è più o se c’è è attenuata dalla sensazione che tanto in qualche modo se la cava, a prescindere dalla gravità della situazione in cui si trova. Situazioni che con il tempo si sono sempre andate a ingigantire chiedendoci sempre maggiori sforzi alla nostra sospensione dell'incredulità.

La qualità della scrittura resta di buon livello, anche se rispetto alla prima o alla terza stagione, siamo di parecchi gradini sotto.
E questo è un vero peccato, perché va a intaccare soprattutto Dexter, reso un personaggio "normale", molto più umano rispetto a quello psicopatico ci veniva presentato anni fa.
Un personaggio socialmente distante da tutti, che odiava i rapporti umani e sessuali (al punto che si scelse Rita proprio perché con lei non doveva fare sesso) e più in generale che faceva fatica a capire gli altri. 
Non capiva le loro scelte, non capiva le loro emozioni, non capiva i loro tormenti.
Eppure era facilissimo sentirsi Dexter.

Ad oggi quel personaggio è solo un ricordo sbiadito.

Come proseguirà – e come terminerà – questa stagione a me francamente non importa più granché.
E questo è di fondo il peccato più grande di Dexter, aver perso il grado di attenzione e fiducia in uno dei personaggi meglio interpretati e scritti degli ultimi anni.

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