giovedì 9 maggio 2013

Trova le differenze: ovvero la recensione di Asterios Polyp (e il confronto con un'altra graphic novel notevole)


Avevo letto la prima volta Asterios Polyp, di David Mazzucchelli, ai tempi della sua uscita e seppure mi fosse piaciuto, ma era rimasto un po’ nel limbo di quei libri “mah, forse sì, forse no, non lo so…”.
In tempi recenti però mi è capitato di riparlarne con il Mastro Verzini così mi è ripresa la voglia di rileggerlo, magari con più convinzione, cercando di capire cosa non mi avesse convinto tempo fa.

Mazzucchelli è un tecnico del fumetto, uno sperimentatore assoluto del settore che già dai tempi di Città di Vetro (l’adattamento del romanzo di Paul Auster) faceva della commistione di stili e linguaggi il suo punto forte. Si tratta di un assoluto big nel panorama del fumetto americano, uno di quelli da guardare con ammirazione e il riguardo che si riserva solo ai migliori, con un bagaglio culturale a fumetti di rara importanza.
Non a caso insegna da anni alla School of Visual Arts di New York.

Ma proprio questa sua vasta conoscenza dei meccanismi segreti del fumetto risulta, a conti fatti, il suo più grosso limite.
Già. Perché dopo essere tornati a casa con Asterios Polyp, sarete convinti di avere tra le mani un romanzo a fumetti.



E invece, tra le mani, scoprirete di aver un’altra cosa.


Perché Asterios Polyp, prima ancora di essere un racconto fatto di luoghi, persone, fatti e situazioni, è un autentico manuale per capire il mondo dei fumetti: una profonda analisi e ricerca delle forme di linguaggio narrativo di questo mezzo espressivo.

Da questo punto di vista, Mazzucchelli crea un autentico capolavoro, confezionando un prodotto, anche dal punto di vista “fisico”, in cui ci mette dentro tutto il suo amore per la nona arte, infondendo tutto quello che ha imparato (e insegnato) negli oltre trent’anni della sua carriera.

Ed è proprio nel discorso dell’insegnamento che forse si nasconde la chiave di lettura del romanzo. Perché esattamente come lo stesso Mazzucchelli, anche Asterios Polyp, il protagonista, è un uomo, un insegnante (di architettura), che si trova ad affrontare una crisi di mezz’età. Una crisi comunicativa che in qualche modo lo isola da chi ha vicino e che lo riporterà, grazie a un aiuto insospettato, a riallacciare (o quantomeno a provarci) i rapporti di un tempo. Ma la messa in scena adottata dall'autore non è che un'ambiziosa dissezione chirurgica della tavola e del disegno stesso, che viene letteralmente smontato pezzo per pezzo, in una continuo viaggio fuori e dentro le forme, i contenuti, le sequenze, gli stili estetici, giocando da una parte con l’uso dei colori e dall’altra con la (s)composizione della stessa pagina.
La quarta parete, quella che separa noi dalla carta, viene presa a martellate, messa su un vetrino e osservata al microscopio. 
E, chiariamoci bene, in questo compito, Mazzucchelli ci riesce alla perfezione, ma...

Ma questo genere di opera ha un solo pubblico.
Noi.
Sceneggiatori, illustratori, disegnatori.
Gente che, insomma, ci mangia (o cerca di farlo) con questo lavoro.

Perché Asterios Polyp è un volume da studiare, da apprezzare per lo sforzo creativo che ci porta nelle profondità delle numerose variabili offerte dal linguaggio del fumetto.
La componente del romanzo, quella fatta di luoghi, persone, fatti e situazioni assume un ruolo ampiamente secondario. Godibile (anche se pone più di un interrogativo), certo, ma solo a un secondo livello di lettura.
 Il romanzo finisce perciò per risultare asettico, rigido e così dannatamente pulito nelle forme (ma fondamentalmente vuoto nei contenuti) allo stesso modo del suo protagonista: un esercizio di stile più fine a se stesso che legato a un obiettivo ultimo.

Non metto nemmeno in dubbio quanto amore e quanta onestà intellettuale ci abbia messo Mazzucchelli nella realizzazione della storia, ma quando l’aspetto tecnico di un’opera prende il sopravvento e finisce per cannibalizzare l’aspetto più emozionale della stessa, allora c’è qualcosa che non va. Vuol dire che malgrado gli sforzi, non sei arrivato al cuore del lettore. Che è l'obiettivo ultimo di cui sopra.

Sono profondamente convinto che questi tentativi di innalzare il fumetto come prodotto d’alta cultura, paradossalmente non facciano altro che spingerlo lontano dal grosso pubblico che si troverà di fronte a qualcosa di troppo diverso, inintelligibile rispetto al suo canone. 
E quindi ghettizzare una volta di più il fumetto.

Ma quindi opere di questa importanza sono destinate a un pubblico di nicchia?
Nient’affatto.

Perché esattamente allo stesso prezzo, 29 euro, un paio di mesi fa è uscito un’opera sontuosa come Essex County di Jeff Lemire (di cui si è parlato benissimo già qua).
Ed è un’opera assolutamente “popolare”, nel senso più etimologico del termine, considerati i temi che vengono affrontati.

Senza entrare troppo nel dettaglio della trama, Essex County mescola le vite e le storie di un pugno di personaggi ripercorrendo oltre sessant’anni di storia sullo sfondo, per l’appunto, l’Essex County del titolo, una contea in Ontario, dalle parti del lago St. Clair. Lemire tesse le fila dei personaggi con passione e dedizione in un volume emozionante, di quelli che ti restano per un po’ anche dopo averli riposti in libreria.
E lo fa con un bel malloppo di tecnica. 

Una tecnica che però si mette al servizio del racconto, nascondendosi dietro la tenda delle pause di silenzio, del ritmo fluente e malinconico, degli spazi vuoti, degli sguardi assenti: l’autore canadese gioca tutto su uno stile minimale, un bianco e nero tirato via con un pennino che sembra più uno scalpello che incide lastre di pietra.
Anche il lettore meno avvezzo a romanzi di una certa lunghezza (si parla di oltre 400 pagine) non avrà la minima difficoltà a tenere alto il suo livello di attenzione e a provare verso i personaggi quell'empatia che in Asterios Polyp è del tutto assente.
Un volume quindi che chi è interessato può studiarsi approfonditamente andando a ricercare in maniera del tutto personale la tecnica narrativa adottata da Lemire, ma che anche il lettore “casuale” può trovare appagante e immediato.

Senza per forza perdersi in quel mare di tecnicismi che spogliano la tavola, lasciandola nuda, come un cadavere sul lettino dell’obitorio: utile più per gli studenti della School Visual of Arts, che per un vero pubblico di lettori.

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