lunedì 20 maggio 2013

Il Grande Gatsby: la recensione

Il Grande Gatsby targato Baz Luhrmann è un film decisamente medio.
Non mediocre, proprio medio.
Nel senso che il voto finale deriva dalla media della storia raccontata e della messa in scena finale.


Se non fosse per il fatto che la materia da cui proviene è di altissima qualità, Il Grande Gatsby sarebbe un film decisamente trascurabile.
Il romanzo originale di Fitzgerald infatti, pur non avendolo letto, racconta una storia potente, attualissima nonostante i quasi cento anni che ci separano da quando è stata scritta.  Un intreccio umano delicato, destinato a cambiare in maniera radicale le persone coinvolte e che ci restituisce con malinconia tutto quel carico di valori senza tempo, che spaziano dal significato profondo dell’amicizia a quello dell’amore.
Dalla potenza dei sogni al confronto con la realtà.

Luhrmann, a mio avviso uno dei registi più sopravvalutati in tempi moderni, comincia con un primo atto registicamente disastroso.
Trenta/quaranta minuti di lezione sul come NON dirigere un film.
Partiamo da questa premessa.
Andando oggi a vedere Il grande Gatsby al cinema avete la possibilità di vederlo in 3D, come se fosse un film d’animazione o un film di fantascienza.
Io ho scelto di vederlo in 2D, perché pagare due euro di più per rovinarmi la retina non mi andava, ma forse stavolta ho sbagliato.
Già, perché la regia di tutta la prima parte è totalmente asservita al 3D: inquadrature, panoramiche, movimenti di camera che si muovono compiaciuti nella loro presupposta tridimensionalità (vedi tutti gli spostamenti da un lato all’altro della baia, o il festino nella garconniere di Tom).
Probabilmente visto in 3D tutto questo avrebbe avuto un minimo di senso, viceversa quel senso non c’è. Oltretutto il 3D, abbassando la luminosità dei colori, avrebbe almeno in parte camuffato la qualità del CGI: una qualità che non va oltre quella di uno show televisivo medio odierno.
La prima parte della pellicola è nevrotica, vive di primi piani o di campi lunghi e lunghissimi, tralasciando del tutto o quasi i campi medi: nevrosi però non funzionale al racconto, quindi semplicemente fastidiosa.

A sorpresa Luhrmann si riscatta nella seconda e nella terza parte, alternando alcune sequenze discrete, ad altre invece molto molto buone (su tutte, quella finale). Ma l’impressione di fondo è che il regista australiano debba a tutti i costi riempire lo schermo di sfarzi e lustrini per mascherare tutti i suoi limiti in termini di narrazione. Affastella ballerini, musicisti, camerieri, litri d’alcool, nani da circo e fuochi d’artificio e nel farlo è molto bravo, ma oltre la tenda che separa lo spettacolo dalle quinte, non c’è altro che un vecchio straccio per i pavimenti.
È come ricevere in regalo una scatola bellissima, con un incarto dorato e prezioso.
Una scatola bellissima, ma vuota.
Per quello che riguarda la colonna sonora vale più o meno lo stesso discorso fatto per il 3D. Irritante a dir poco.
Non siamo tutti Tarantino che può cacciare un pezzo hip-hop in un western e far muovere la testolina a ritmo a tutta la sala.
Questo fatto della musica moderna applicato a film in costume (marchio di fabbrica delle pellicole di Luhrmann) è, almeno PER ME, insopportabile e straniante.
E quindi vai di Beyoncé, vai di Alicia Keys, vai di Unza-unza, vai di… Un momento ma quello che leggo fra i nomi dei produttori del film è Jay-Z?



Ah, ecco.

Eppure sarei bugiardo se dicessi che sono uscito dal film scontento o insoddisfatto. 
La storia di base è davvero molto bella, soprattutto per quelle bestie ignoranti come me che non conoscono l’originale, e tenuta insieme dalle ottime prove di tutto il cast: mi ha stupito Tobey Maguire, non mi ha stupito invece Di Caprio. Che come sempre tira fuori dal cappello un’altra sontuosa prova di recitazione dando al suo personaggio una profondità che nemmeno il 3D avrebbe potuto dare.
Certo, se Di Caprio la smettesse di trombarsi le mamme di tutti i giurati degli Oscar*, quest’anno potrebbe anche vincerla quella maledetta statuetta…

Se vi piace Luhrmann come regista, questo film vi piacerà indubbiamente.
Se non vi piace, evitatelo.
E se siete interessati alla storia, compratevi il libro.
Oppure guardatevi il film del ’74 con Robert Redford.




*Sul serio. Deve averlo fatto per forza, altrimenti non si spiega perché non abbia ancora vinto.

4 commenti:

MrJamesFord ha detto...

Pensa, io invece l'ho trovato bellissimo, ridondante, emozionante come pochi altri titoli quest'anno.
Ma evidentemente la vecchiaia ti sta rovinando! ;)

Tom ha detto...

Beh, ma d'altra parte se ti chiamo vecchio pazzo, un motivo ci sarà! :D
Scherzi a parte, capisco come ti possa essere piaciuto, magari semplicemente Luhrmann non è un regista fatto per me...

whz ha detto...

sul fatto che luhrmann sia sopravvalutato non concordo... per il resto non ho visto il film, ma temevo un altro passo falso, certo magari qui è più a suo agio che in australia, ma il rischio dei lustrini inutili c'era. che cazzo però. ah, moulin rouge è un capolavoro, se tu capissi qualcosa di cinema lo avresti sottolineato. merda. ti amo. prendo le pillole ora.

Tom ha detto...

Luhrmann, prima di questo, ha diretto tre film.
Di questi ne ha azzeccato uno e mezzo, eppure a Hollywood gode di una stima che va ben oltre i suoi meriti effettivi, dal mio punto di vista tutto ciò lo rende sopravvalutato.

Ora, forza, rimettiti la camicia, quella speciale, e segui quei due signori vestiti di bianco.