martedì 5 febbraio 2013

Song for the Dead

Nel 1982 Tim Burton ha 24 anni, è in Disney già da tre e lavora a progetti che non gli piacciono, lontani dal suo immaginario, come Red&Toby nemiciamici. In quel periodo però la Disney è spaccata tra i fedelissimi della vecchia scuola di Walt Disney e chi vuole invece puntare in una direzione più moderna e solo l’arrivo del produttore Jeffrey Katzenberg un paio di anni più tardi cambierà definitivamente le carte in tavola.
Nel frattempo Burton, come abbiamo già detto, lavora come “arista concettuale”: un ruolo che in cui si sente inadeguato soprattutto considerato che tutte le sue idee e i suoi concept vengono trovati “non in linea” con quelli dell’azienda. Un’esperienza frustrante e dolorosa che termina quando due giovani dirigenti leve della rinnovata direzione gli affidano il suo primo cortometraggio, Vincent, che desta una discreta dose di attenzione, vincendo anche il premio della critica Festival di Annecy.

Nel 1984 a Tim Burton viene data quindi una seconda possibilità, un cortometraggio di trenta minuti in live action, chiamato Frankenweenie.
Il Tim Burton del 1984 mette in piedi un divertente omaggio al Frankenstein di James Whale filtrato attraverso il suo mondo e alcuni di quegli stilemi diventati poi negli anni diventeranno i punti cardini della sua filmografia (dagli zombie all’inquietante normalità della periferia americana) e dirigendo un piccolo attore di nome Barret Oliver che avremmo rivisto nello stesso anno ne La Storia Infinita e in quello successivo in D.A.R.Y.L.  (e che poi da adulto sarebbe diventato il sosia del cantante dei Counting Crows).
Frankenweenie avrebbe dovuto essere stato proiettato nelle sale prima di Pinocchio (riedito in quell’anno) ma alla fine la Disney s’impaurisce e lo ritira dal circuito commerciale, bollandolo come troppo cupo e violento.




Nel 2012 Tim Burton ha 54 anni, è un regista tra i più amati e la sua carriera ha avuto parecchi alti, ma pure parecchi bassi. È una persona che è profondamente cambiata in questi anni, che ha contribuito a creare una nuova figura di eroe dark malinconico e fragile (Edward Mani di forbice, Jack Skeleton, Ed Wood, il "suo" Bruce Wayne/Batman) ma che con il tempo si è visto letteralmente schiacciare sotto il peso di quello stesso immaginario freak/bizzarro/un po’ matto che l’ha reso celebre, al punto da risultare oggi banale e ripetitivo.
Anche la Disney nel frattempo è cambiata, svecchiandosi enormemente e diventando una delle cinque multinazionali più potenti del pianeta. Ma come gran parte dell’industria hollywoodiana, anche la casa del Topo è vittima di un notevole calo di idee e decide quindi di ripescare quel vecchio corto di quel giovane regista fuori dagli schemi e farne una versione estesa, in stop motion.
E come allora questo Frankenweenie versione 2.0?

Partiamo da questo concetto: chi ama Tim Burton ci troverà dentro tutte quelle cose che Burton ha sempre amato: c’è Vincent Price, ci sono i freak, le ragazzine con gli occhi a capocchia di spillo, la Burbank dell’infanzia di Tim Burton, i rimandi tanto ai Classici della Universal (su tutti – ovviamente – il Frankenstein di Whale) ma anche citazioni a Nosferatu e L’uomo Lupo e ai film di mostri di Ray Harryhausen, le magliette a righe orizzontali e via dicendo.
Quindi è facile intuire come chi amava Burton prima, amerà ciecamente questo film.

A me che ho sempre considerato Tim Burton una “mamma” a livello artistico, soprattutto nella prima parte del mio percorso come disegnatore, tutti questi elementi non sono bastati, almeno non completamente, a farmi amare ciecamente la pellicola.

Intendiamoci, ci sono parecchie cose che mi sono piaciute in Frankenweenie, ma forse avrei voluto ancora qualcosa in più: ho avuto come l’impressione che proprio come per il cane riportato in vita con un fulmine del film, anche qui si stia cercando di fare la stessa cosa.
Riportare alla vita un vecchio regista stanco e annoiato che si è trovato di colpo ad avere pochissimo da dire. 
Indubbiamente ci troviamo una spanna sopra  tutti gli ultimi lavori di Burton (Dark Shadows, Alice in Wonderland e Sweeney Todd su tutti) ma proprio in un film che va a toccare argomenti parecchio profondi come la morte e le sue conseguenze, Frankenweenie si ferma alla superficie delle cose.
Regia e sceneggiatura sono sobrie e ben costruite, con alcune trovate simpatiche: anche lo stesso lavoro sul character design è perfettamente in linea con tutto il resto della produzione burtoniana (stesso discorso sull’ambientazione), il lavoro sulla fotografia e l’illuminazione è forse l’aspetto che salta di più all’occhio e che dà uno spessore maggiore alla pellicola. Ma quello che realmente manca, almeno a me, che sono sempre stato frocio per Tim Burton, è un’evoluzione, uno sviluppo narrativo e coerente all’interno dell’universo del regista di Burbank.
Dai tempi ormai lontani di Big Fish (ultimo vero capolavoro) Burton si è come fermato.
Ha smesso di ricercare, di trovare un senso a quei personaggi disturbati e emotivamente confusi dei suoi esordi, resi ora macchiette, protagonisti al servizio di storie insipide, dove la loro crescita interiore non ha alcun punto d’arrivo.
E allo stesso modo il Victor di Frankenweenie non sviluppa un percorso drammatico che lo porterà a essere un personaggio diverso alla fine del film, tutto il contrario di ciò che avveniva vent’anni fa con il Jack Skeleton di Nightmare before Christmas.

Nonostante tutto il film non è affatto da buttare, anzi, scorre via bene, è simpatico e sicuramente merita di essere visto, magari anche più di una volta: ma se il Frankenweenie del 1984 fa poneva le basi a quello che poi sarebbe stato Edward Mani di Forbice e contava su una discreta dose di originalità, quello del 2012 perde il senso di quell’originalità e quella genuina stramberia burtoniana.
In questo senso Frankenweenie ha perso in maniera totale lo scontro che l’ha visto duellare con un altro film uscito nello stesso anno, Paranorman di Chris Butler e Sam Fell.

Perché e percome ha perso questa sfida lo andremo analizzare in un post ad hoc in arrivo nei prossimi giorni, dove ci addentreremo un po’ di più nella trama e faremo le pulci a Sparky al film.


2 commenti:

MrJamesFord ha detto...

Tommy boy, ti dirò: dopo quella merda gigante di Alice e quella schifezzina di Dark Shadows, questo mi è parso un ritorno del vero Burton.
Mi è piaciuto molto.

Tom ha detto...

In realtà anche a me è piaciuto abbastanza, ma ci sono molti punti che non mi hanno convinto, soprattutto rispetto alla logica e alla filosofia burtoniana. Comunque vedrai che con il prossimo post dedicato la mia posizione verso Frankenweenie sarà ancora più chiara.