lunedì 18 febbraio 2013

Keepsake


Se avessi visto film come Frankenweenie o Paranorman da bambino, probabilmente il mio rapporto con la morte sarebbe stato diverso, con meno ansie e meno nascoste, perché sono entrambe pellicole, che per un verso o per l’altro si propongono di affrontare il tema della morte e dell’accettazione della stessa, specie quando ci coglie in giovane età.
Lo fanno in maniera del tutto antitetica, portando in scena situazioni, luoghi e personaggi completamente differenti, tra i due c’è chi porta il colpo a bersaglio e chi invece sfiora soltanto l’obbiettivo… ripartendo direttamente dalla recensione di Frankenweenie, cerchiamo ora di scendere a un altro gradino.




Frankenweenie

La tematica della morte è molto cara al giovane Burton, quel giovane che viveva la sua adolescenza a Burbank come il freak di quartiere, l’incompreso asociale che vestiva di nero e che odiava i suoi genitori: la morte, e ogni sua derivazione, è diventata poi una costante nella produzione cinematografica del regista (i soli film a sfuggire a questa logica sono Pee-Wee, il Pianeta delle Scimmie e La Fabbrica di Cioccolato) pertanto dovrebbe essere una materia che conosce molto bene.
Chi trova pessimistiche le opere di Tim Burton, è uno che di Burton non ha mai guardato oltre alla superficie delle cose, oltre alla patina grottesca che dà ai suoi personaggi, tanto esteticamente quanto caratterialmente, senza soffermarsi sulla vera essenza del messaggio che il regista ci vuole comunicare.
La poetica burtoniana se ne sta in bilico fra dramma e sottile ironia, fra la capacità di sorridere della propria diversità e il vuoto profondo della solitudine, in una danza agrodolce che accarezza la vita e la morte in uguale misura. Talvolta lo fa con l’irriverenza aggressiva dello spiritello porcello Beetle Juice o degli alieni infami di Mars Attacks, talvolta con la misurata dolcezza di Edward Bloom/Ewan McGregor in Big Fish (anche se su questo film ci sarebbe da aprire un capitolo a parte, viste le circostanze personali ed emotive in cui Burton l’ha girato).
Parlare di morte a un pubblico di bambini non è mai facile, perché la morte ognuno la capisce a modo suo pagandone cause e conseguenze. È un’esperienza che, per quanto dolorosa e traumatica, ti aiuta a crescere, a formarti come persona.
Ed è proprio in questa assenza di crescita interiore che Frankenweenie fallisce completamente nel suo scopo.
Come ho già ripetuto, il film è ampiamente piacevole e divertente: i personaggi sono sufficientemente azzeccati e il ritmo gode di una discreta dinamica. Ogni elemento è al posto giusto, ma manca di coesione con ciò che lo circonda.

I personaggi, a partire dal protagonista Victor, non crescono all’interno del film, restano immobili, fermi sulle loro posizioni, subendo passivamente tutto ciò che gli succede attorno. Non affrontano per davvero il problema, ma lo scavalcano, gli girano in tondo, fanno finta di non vederlo.
E il finale non fa che moltiplicare questa non crescita.

Andiamo nel pratico con una breve scaletta del film.

1. A Victor muore Sparky, il suo adorato cagnolino, nonché migliore amico.
2. Seguendo le intuizioni del suo maestro di scienze, Victor riporta in vita Sparky.
3. Alla scoperta della resurrezione di Sparky, i compagni di classe di Victor, per vincere il concorso di scienze, provano a resuscitare i loro animali domestici.
4. I loro esperimenti però vanno storto e danno vita a creature da incubo, tra cui un incrocio fra un pipistrello (morto) e un gatto (vivo).
5. Victor e Sparky insieme mettono fuori gioco i mostri.
6. In uno scontro finale con il mostro alato (il pipistrellogatto), Sparky perde nuovamente la vita.
7. La comunità, grata ora a Sparky che non è più visto come un mostro, decide che è giusto riportarlo in vita ancora una volta.

Se tra il punto 1 e 2 Victor non accetta (giustamente) la scomparsa del suo amico, malgrado i tentativi di consolazione da parte dei genitori, qualcosa dovrebbe cambiare al punto 7 della scaletta, considerati tutti gli avvenimenti nel mezzo. Dovrebbe cioè portarsi a compimento quella che si definisce come “parabola di crescita”, cioè quella curvatura emotiva che porta – all’interno di un intreccio narrativo - un qualsiasi personaggio che va da un punto A a un punto B, a non essere più lo stesso personaggio dell’inizio.
Un percorso naturale che permette al personaggio di evolversi (o di involversi).
E in effetti per un istante quella crescita sembra palesarsi in Victor, quando davanti al cane esanime capisce di dover accettare la natura della morte dicendo al padre “…hai detto che devo imparare a “lasciare andare”…
Ecco in questo momento preciso, si può insegnare una delle più grandi lezioni che un bambino potrà mai imparare.
“Qualche volta gli adulti non sanno di che cosa parlano…” risponde invece il padre, recidendo con un taglio netto il processo di crescita interiore del protagonista, suggerendo quindi di resuscitare ancora una volta Sparky.
La lezione non è imparata.
Il problema è rimandato, aggirato, bypassato.

Tutto cioè inoltre stona rispetto alla fine che fa l’antagonista di Sparky, il mostro alato.
Il mostro alato (che peraltro muore in maniera orribile) non è che la combinazione di un pipistrello morto e del Signor Baffino, il gatto di una compagna di Victor: un personaggio secondario senza nessuna connotazione negativa.
Un personaggio quindi non cattivo per scelta. Per lui però morire sembra giusto e sembra ancora più giusto non riportarlo in vita, anche se di fatto non si è mai comportato male (se non nel finale, ma a causa dell’esperimento fallito).
Non so quanto di tutto questo finale ci sia di Tim Burton e quanto invece ci sia l’imposizione di mamma Disney, ma in tutta onestà, non è questo il nocciolo della questione.

In conclusione non mi sento di condannare del tutto Frankenweenie perché il mio lato gay romantico mi dice che in un modo che è già duro così, è giusto che a quell’età i bambini debbano poter credere – anche se solo per un minuto, anche solo per gioco – che dalla morte si possa ritornare. 
Che non tutto finisce. 
Che si può inserire un’altra monetina e ricominciare a giocare. 
Sicuramente molto più favolistico come finale, ma, insomma, chi da bambino non ha mai sognato di essere il protagonista di una favola? 

Ma è quindi possibile parlare di morte a un pubblico giovanissimo con ironia e senza rientrare nei canoni della fiaba? Dare un’occhiata a Paranorman potrà forse darci la risposta a questa domanda.

Paranorman

Se Frankenweenie, con il suo bianco e nero, le sue atmosfere tetre, è un film per bambini che fa di tutto pur di non sembrarlo, Paranorman è esattamente il contrario. Un film che parla ai grandi prima ancora che ai bambini, ma con un look molto più “baby” (solo in apparenza).
Partiamo subito dall’aspetto che ci interessa di meno ai fini di questo confronto, ma comunque rilevante: la parte estetica e tecnica.
La pellicola di Fell e Butler vince ampiamente a mani basse la sfida, facendo leva non solo un character design pazzesco, ma anche su ambientazioni curatissime e complesse, una tecnica che raggiunge le vette più alte mai raggiunte nel settore.
Se Burton gioca con il concetto di “finto imperfetto” – camminate claudicanti, ecc. -, Fell e Butler portano la stop-motion a un altro livello: non c’è una sbavatura, un minimo dettaglio fuori posto. I “pupazzi” diventano attori in carne e ossa, ognuno con una recitazione specifica, sia a livello posturale sia a livello mimico facciale. Il tutto calato in set iper definiti, dai colori a tutto il reparto di oggettistica che fa da sfondo agli interni, passando per le strutture architettoniche degli esterni.

In Paranorman il tema della morte non è così esplicitato come in Frankenweenie, ma alla stessa maniera di Victor, anche Norman ha un problema a relazionarsi con il mondo degli adulti su questa tematica.

Norman infatti vede i morti, tra cui sua nonna, e ovviamente quando ne parla con la famiglia, la reazione non può essere che di negazione. Già dai primi minuti vengono messe in chiaro le posizioni dei genitori rispetto a quelle di Norman: ma quella che sembra una fredda durezza (“Tua nonna è morta, Norman! È mortaaaaa!!!”) è in realtà filtrata da un’atmosfera leggera, con i toni tipici della commedia.
E proprio a questo proposito, si può tranquillamente dire che mentre Frankenweenie è una favola dark che omaggia i film di mostri degli anni ’60, Paranorman è un chiaro omaggio alle commedie per ragazzi degli anni ’80: in più di un’occasione, infatti, mi sembrava di vedere un seguito o una versione animata di Scuola di Mostri (Monster Squad, 1987) un vero supercult accanto al più blasonato Goonies.

Ma torniamo al tema principale, la morte: Norman non ne è spaventato, né tantomeno tormentato (ricordiamo che lui “vede la gente scema morta”), ma anzi, ha un grado di comprensione che è di gran lunga superiore a quella della sua famiglia e della cittadina in cui vive che basa il suo benessere economico proprio su un evento tragico (l’impiccagione di una strega secoli prima). Paranorman trova una sua originalità in un linguaggio narrativo a metà strada fra il black humor dei Cohen e la genuina comicità in stile Disney, tirando fuori delle trovate inaspettate (e qui di nuovo un rimando ai Goonies nella scena di Norman abbracciato al cadavere dello zio barbone!), delle battute che mai ci si aspetterebbe di sentire e persino un personaggio dichiaratamente gay (per non parlare di una scena con un personaggio a MB che mi fa sospettare nasconda qualcosa… ma forse sono solo io che sono pazzo).
Praticamente un balzo in avanti di dieci anni, in un’ora e mezza di film.

Il pregio migliore di questa pellicola è proprio quello di coniugare demenzialità pura a momenti molto intensi a livello emozionale e difficili da affrontare (per un bambino, ma anche per un adulto nei confronti di un bambino) come il senso di colpa, l’ingiustizia e ancora una volta il “lasciare andare”: e cosa più importante, e così la finiamo di menare il torrone, i personaggi non subiscono passivamente gli eventi, ma al contrario, contribuiscono attivamente ed evolvono rispetto a come li abbiamo conosciuti all’inizio del film. E lo fa con un happy ending, tanto per ribadire una volta per tutte, che non serve a tutti i costi un finale amaro e pessimista per essere più vero.

Ecco perché Paranorman “vince” la sfida: è un prodotto più schietto e onesto verso il proprio pubblico, che parla al cuore con quella sincerità che non avremmo nemmeno con noi stessi.

Frankenweenie e Paranorman si accomunano ricordandoci che il passato è un luogo bellissimo che conserva tutte le cose brutte – che restano lì dove sono – e tutte le cose belle – che nessuno potrà mai toglierci – e che il solo modo per poterci avere a che fare, è quello di “lasciare andare”.  

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