lunedì 7 gennaio 2013

Babel


Poco più di un anno e mezzo fa, classificai Sigh No More, l’album d’esordio dei Mumford & Sons, come robetta per hipster barbuti, con le scarpe di vernice e le caviglie scoperte, buono giusto da far saltar fuori di tanto in tanto nella rotazione casuale dell’ipod.
E senza ombra di smentita, i Mumford & Sons sono effettivamente degli hipster barbuti con le scarpe di vernice e le caviglie scoperte.
Negli ultimi anni, soprattutto in Inghilterra, sono spuntati come funghi decine e decine di band indie con forti aspirazioni folk e country e tra queste troviamo per l’appunto i Mumford & Sons. Ma quindi cosa li distingue da quelle decine di altri gruppi come loro?


Fondamentalmente due cose, entrambe piuttosto banali (ma non scontate).

a) Questi quattro ragazzotti londinesi sanno suonare. Intendo che sanno suonare per davvero.

b) Questi quattro ragazzotti londinesi hanno qualcosa da dire.

La maggior parte di questi gruppetti indie-folk, indie-pop, dream-pop, whatev, dopo uno o due album appena hanno finito le cartucce, andando semplicemente a ricalco di quanto costruito in precedenza fino ad arrivare a un minutaggio sostanzioso abbastanza per poter pubblicare un disco.
I Mumford & Sons dimostrano con il loro nuovo lavoro, Babel, di non far parte della stessa categoria.
È vero, si tratta anche per loro del secondo album e forse è meglio andarci piano con i facili entusiasmi, ma si capisce subito quando un gruppo può fare la differenza, e diamine, loro la fanno. O quantomeno hanno tutte le credenziali per farla.
Babel è un album ambizioso che parte in sordina e cresce lentamente, pezzo dopo pezzo, al punto che dalla sesta traccia (Lover of the Light che guardacaso è il singolo di lancio) in poi è un crescendo continuo: un lavoro complesso e sontuoso che mette in scena una quantità di sonorità corposa e mai banale. Se le chitarre acustiche sono predominanti, è altrettanto vero che il background di violini, strumenti a fiato, pianoforte e percussioni crea quel contrasto necessario alla costruzione di pezzi raffinatissimi come Hopeless Wanderer o Below my Feet.
Sarà che le aspettative che avevo erano più basse di quel che immaginavo, sarà che questo album sa essere una vera sorpresa, ma resta uno dei migliori ascolti che potrete fare in questa fine d’anno.
Per farla breve. Dietro questo loro aspetto di hipster alla moda, che da una parte li glorifica rispetto al proprio pubblico e da una parte li penalizza (visto che in molti – come me – potrebbero liquidarli eccessivamente di fretta), ci sono quattro musicisti fatti e finiti con una discreta profondità di suoni e testi e una (potenziale) lunga carriera davanti a loro.

Detto questo, magari al prossimo album fanno pena e schifo e io sono costretto a rimangiarmi la parola e mi potete schifare e sputare addosso quando mi incontrate.

Ma sono ragionevolmente certo che non succederà.

O almeno me lo auguro.

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