martedì 31 dicembre 2013

Kung Fury

Chiudiamo l'anno con il botto.
Cioè con il trailer del film che si candida agli Oscar dei prossimi trent'anni.
Signori, questo è KUNG FURY.




Ne parliamo meglio nei prossimi giorni.

2013


martedì 17 dicembre 2013

venerdì 13 dicembre 2013

Il Nao di Brown

Il Bao di Nao.
Il Nao di Bao.
Il Nao di Brao.
Il Nao di Brown.
Il Now di Brown.
How Now Brown Cow.














6 su 10.
7 su 10.
8 su 10.
9 su 10.
10 su 10.

Sì, 10 su 10.

mercoledì 11 dicembre 2013

Hard Case Crime

L'ultima volta che ci siamo occupati dell'allegro mondo dell'editoria, avevamo parlato della Bantam Books, una casa editrice americana molto popolare negli anni '50.
Oggi però andiamo dritti per dritti ad esplorare una casa editrice attualissima che "vi porta il meglio dei romanzi polizieschi hardboiled, che vanno dai capolavori perduti del noir alle novità degli scrittori più forti di oggi, caratterizzati da splendide copertine dipinte nella più grande tradizione pulp".
Signori, vi presento la Hard Case Crime.



venerdì 29 novembre 2013

Copertine socialmente imbarazzanti parte seconda

In questi oscuri territori ci si era avventurati parecchio tempo addietro, e ci torniamo oggi, così almeno ci roviniamo il weekend.
I territori in questione sono quelli delle copertine più imbarazzanti dall'invenzione del grammofono in poi, copertine che, prima di andare in stampa, hanno dovuto aspettare l'approvazione di una severa giuria composta da quattro artisti di grande fama internazionale.
Ray Charles, Stewie Wonder, Andrea Bocelli e Aleandro Baldi.

E allora partiamo con un cucchiaino da té in mano per scavarci gli occhi a tutto volume con la musica di...

mercoledì 20 novembre 2013

Silver Six

Il metodo più classico e sfruttato per catturare immediatamente l’attenzione del lettore e tirarlo nel mezzo del racconto?



Quando un fumetto inizia con una bella esplosione, raramente si può sbagliare.
E Silver Six non sfugge alla regola, anzi: una volta entrati nel mondo di Phoebe, Max e compagni, difficilmente vorrete staccarvi dal libro.

Silver Six, edito dall’americana Scholastic, è un fumetto/graphic novel/chiamatelo come vi pare scritto da A.J. Lieberman (sceneggiatore di Cowboys Ninja Vikings, una serie che andrebbe presa solo per il titolo) e disegnato dal gigantesco Darren “Rawls” Rawlings ed è uno dei fumetti di avventura tra i più spassosi degli ultimi tempi.
La storia è presto detta: quando un gruppo di orfani si riunisce in seguito a una serie di complesse e misteriose circostanze, partirà per un grandioso viaggio dal claustrofobico orfanotrofio verso una luna inesplorata  tra inseguimenti, misteri, robot killer giganti e parecchia ironia.
Ambientato in un futuro distopico, la storia è a metà strada tra Gli Incredibili e Player One; una bella avventura piena di azione e dove tutto funziona come gli ingranaggi di un orologio: i rapporti tra i personaggi, per quanto stereotipati, girano bene e i dialoghi sono ben sono armonici e scanditi.
Ho citato Gli Incredibili non solo per il robot tentacolare ma proprio per il senso del ritmo qua l’impressione è, infatti, proprio quella di ritrovarsi davanti a un cartone animato su carta: e il grosso del merito va dato a Rawls, che di mestiere, oltre a disegnare fumetti, fa l’animatore con il suo Thinkmore Studios.
E che sia un animatore lo si vede tanto nei pregi quanto nei difetti.
I personaggi hanno infatti un grande carisma: recitano, corrono e si emozionano in maniera fluida e scorrevole... Per contro gli ambienti non sono sempre curatissimi e ricercati, anche se c’è da dire che il loro lavoro descrittivo lo fanno nella giusta misura.

Silver Six è un piccolo gioiellino di umorismo e intelligenza, adatto a un pubblico che va dai dodici anni in su, in cui tutto va come deve andare e lo fa in maniera fresca, immediata con la giusta dose di leggerezza (leggerezza, non semplicità). Non c’è poesia, non c’è malinconia (okay, forse questa un po’ c’è), ma c’è tanta voglia di divertirsi e far divertire.
Al momento – e qua vengono le cattive notizie – in Italia è al momento inedito (è uscito appena quest’estate in America), ma lo potete trovare su Amazon per una spicciolata di eurini e se sono riuscito a leggerlo io in inglese, non dovreste fare una grossa fatica nemmeno voi.


L’augurio però è che qualche editore italiano ne acquisisca i diritti, penso ad esempio alla Tunuè e alla sua collana TipiTondi, perché Silver Six è uno di quei tesori nascosti che meritano di uscire alla luce.

giovedì 14 novembre 2013

Movember/2

Siamo onesti: con un argomento come questo dei baffi, come si fa a resistere?

martedì 12 novembre 2013

Avete presente l'iniziativa No Shave November (o Movember)?

Ecco, io da giorni mi chiedo... In quale modo farmi crescere i baffi dovrebbe sconfiggere il cancro?  Questa è la risposta che mi sono dato.


martedì 5 novembre 2013

...43 e 44!

Causa trasferta lucchese, non ho postato giovedì come di consueto, rimedio pertanto con una doppia di Storiebrevi da farvi venire l'acquolina in bocca!



mercoledì 30 ottobre 2013

mercoledì 9 ottobre 2013

Ascolti dal futuro: Lighting Bolt e Whales and Leeches

Ieri sera i generosi folletti del computer – piccole entità magiche che vivono nel computer – mi hanno fatto trovare magicamente sulla scrivania due album in uscita il 15 ottobre.
E sì, si tratta proprio del nuovo album dei Pearl Jam, Lighting Bolt e di Whales and Leeches dei Red Fang.
Pertanto bando alle chiacchiere e tiriamo fuori un paio di commenti a caldo, dopo i primi ascolti.



Negli ultimi mesi attorno al nuovo lavoro di Eddie Vedder e soci si era sviluppato un notevole hype, vuoi per i quattro anni di assenza, vuoi per un singolo spacca tutto come Mind your Manners.
 Il risultato? Il risultato è un album diverso da quello che mi aspettavo. Molto diverso. Tutta la prima parte del disco, grossomodo fino a metà, fino cioè alla title track Lightning Bolt, è un disco che richiama effettivamente la prima parte della carriera del gruppo. Spiccano ovviamente il già citato Mind your Manners (difficile non paragonarlo a Spin the Black Circle) e il secondo singolo, Sirens, che è già un istant classic: un pezzo che si va immediatamente ad accostare ai pezzi storici della band, da Black a Immortality, e i cui testi andranno a riempire status e update sulle bacheche Facebook e Twitter.
La seconda parte dell’album, anticipata da un pezzo atipico e “strano” come Infallible, prende una piega diversa con pezzi onirici come Pendulum o Swallowed Whole e Let the Records Play dove salta fuori tutto l'amore verso gli Who, una delle band che ha più influenzato i Pearl Jam fin dai loro esordi. Chiude il disco Future Days, una ballata malinconica che mi fa già immaginare Eddie Vedder da solo sul palco che la suona solo chitarra e voce.
La sensazione è che questo Lightning Bolt sia una sorta di viaggio attraverso i quasi venticinque anni di carriera, ci sono i pezzi tirati – con un sontuoso (come sempre) Matt Cameron che lavora quasi tutto sul controtempo, come all’epoca dei Temple of the Dog –, ci sono i loro pezzi classici, ma c’è anche molto dell’ultimo Vedder solista (quello di Ukulele Songs, per capirci) con brani come Sleeping by Myself e in parte Yellow Moon.
In definitiva questo Lightning Bolt è la naturale prosecuzione di album come Pearl Jam, “l’album dell’ avocado”, e Backspacer: penso che però sia abbastanza chiaro e faremmo bene a fissarcelo in testa.
I Pearl Jam sono stati la nostra storia e continueranno a esserlo, erano nei nostri walkman da ragazzini e sono dentro i nostri lettori mp3 oggi e che lo vogliamo o meno queste sono le canzoni che vorremo fare ascoltare ai nostri figli per farci conoscere meglio.


Passiamo ai Red Fang e a Whales and Leeches.
La cosa più bella dell’album è che sono bastati poco meno di trenta secondi per farmi crescere la barba, a me che a trent’anni ho ancora il visino liscio come il sederino di un bebè. Una bella barba forte, rossa, ispida, mascolina.
Poche chiacchiere, ancora una volta questo gruppo di zotici contadini ubriachi dell’Oregon vi sfonderà i denti a colpi di spranga, pestando giù come fabbri e prendendosi di diritto il titolo di miglior gruppo stoner degli ultimi anni. Si parte fortissimo con DOEN, si prosegue altrettanto fortissimamente con il singolo Blood like Cream. Proprio quando sentirete i pre-molari che cominciano a scricchiolare, le cose si faranno davvero pesanti e non sperate nemmeno nei secondi di pausa tra una canzone e l’altra.
Niente vi salverà da questo martello pneumatico infilato diritto nel timpano.
Se siete fan del genere, avrete trovato cosa ascoltare nei prossimi mesi, se non siete fan del genere, beh, allora andate a farvi fottere.
Insomma questa è la roba adatta se mai voleste tornare indietro nel tempo, per svegliare vostro padre nel cuore della notte e convincerlo a invitare vostra madre per il ballo Incanto sotto al Mare.


Io nel frattempo continuo a farmi le trecce alla barba, buttando giù una birra dietro l’altra.

lunedì 7 ottobre 2013

Gravity: la recensione

Siete mai stati nel Grand Canyon?
È un mondo a parte, che non ha nulla in comune con tutto quello che i vostri occhi hanno visto prima di quel momento.
"Sembra di essere caduti sulla terra cinque milioni di anni fa" (cit.).
È insomma una di quelle esperienze preziose, che capitano solo una volta nella vita, o quasi.

Quante volte ce lo siamo sentiti dire da Licia Colò su Raitre?
La verità è che una volta davanti al Grand Canyon non ci sarà descrizione al mondo che possa restituire nella sua interezza l’emozione e il senso di meraviglia che proverete di fronte a quello spettacolo.
Dinanzi all’immensità di uno spazio che vi mangia letteralmente, sarete sommersi al di là di ogni vostra immaginazione.

E spiegare perché Gravity sia un film di tale intensità e struggente bellezza è come tentare di spiegare cosa si provi a stare sul ciglio di un baratro profondo oltre cinquecento metri.


Prima di ogni altra cosa Gravity un’esperienza visiva senza precedenti.
L’immersione è totale, Cuarón ti prende per mano e ti porta lassù, a fare una passeggiata, là fuori, nel buio, nel vuoto, insieme ad altri due astronauti: prende la telecamera e le fa fare letteralmente quello che vuole. Afferra la tua testa e la mette in una centrifuga, gioca con i tuoi sensi, li confonde, ti prende in giro, ti gira intorno e ti fa sentire spaesato, come un vecchio giocattolo inglobato da uno spazio buio, denso e gelatinoso.
Ti molla per novanta minuti di fronte allo spettacolo della terra vista da lassù, con i crampi allo stomaco, sospeso tra il silenzio e un uso intelligentissimo del sonoro che alterna momenti diegetici a momenti extradiegetici.

Personalmente, e lo ripeto, personalmente, è uno dei film più belli mai visti in sala: anzi, siamo dalle parti dell’essenza stessa del cinema, una roba di importanza capitale del valore di film come 2001: Odissea nello Spazio o Full Metal Jacket.
Gravity è tanto intenso e raffinato da un punto di vista registico quanto rabbioso ed emotivo da un punto di vista narrativo: gioca tutto sulla tensione, sul terrore inconscio del vuoto, del buio, della solitudine, della paura che di fronte alla fine siamo da soli e che il nostro bisogno di essere amati e ascoltati non potrà mai più essere colmato da nessuno. Ma gioca anche sull’istinto primordiale dell’uomo di giocarsi tutte le sue carte per sopravvivere.
Sarebbe però terreno facile giocare solo sulla voglia lotta per la sopravvivenza e per il suo ottenimento, tant’è che per quel che mi riguarda il film sarebbe potuto benissimo finire senza nemmeno sapere le sorti della protagonista (una Sandra Bullock che si candida ufficialmente alla corsa agli Oscar).
Cuarón invece si spinge oltre e imbastisce un film sulle decisioni e su quanto siamo chiamati quotidianamente a fare delle scelte.
L’importanza in questo caso sta nella domanda non nella risposta.
Ognuno ne troverà una sua, e sua soltanto.
Potete abbandonarvi al vuoto o tentare in qualsiasi modo di ritornare sulla Terra, ma, per Dio, prendete una posizione nella vita, non lasciate che quest’apatia generazionale vi spenga dentro.
E tutto è raccontato quasi esclusivamente attraverso le immagini: lunghi, lunghissimi pianisequenza (il primo stacco di scena vero e proprio avviene dopo quasi venticinque minuti), campi aperti, primi piani claustrofobici e una profondità di campo inquietantemente magnetica. Non c'è niente che sia girato per mero sfoggio di tecnica: ogni singolo movimento di macchina è funzionale al narrato così come dialoghi, ridotti all'osso, siano sintetici ed essenziali al punto da risultare quasi un elemento di distrazione dal quadro generale.

E tanto lo so che queste sono parole a cui potete credere o meno.

Non lo capirete realmente fino a quando non lo avrete visto di persona.

venerdì 4 ottobre 2013

Minimal Dexter


Va bene che il finale di Dexter ci ha fatto venire voglia di buttare dalla finestra il televisore, ma vi sembra una buona ragione per non appendervi in casa un bel poster minimale fatto da questo bello omino qui? 

giovedì 3 ottobre 2013

Lascia o raddoppia

Visto che martedì mi sono colpevolmente dimenticato di postare anche qua la Storiabreve del giorno, mi rifaccio oggi con una doppia dose del solito gretto umorismo che mi è proprio.