venerdì 27 luglio 2012

Riot in my house




Cazzo.
Jerry mi ha riconosciuto.
Butto giù un grumo di saliva, spessa come asfalto.
- Devo sparire dalla circolazione, per sempre. Come posso farlo se l’uomo che mi sta dando una nuova identità, sa chi sono veramente? –
- Per quello hai usato un nome falso. –
- Già. Ma chi l’avrebbe mai detto che il falsario e hacker migliore della Costa Est, quello da cui vanno tutti e che la polizia non è mai riuscito a beccare, era il mio vecchio “amicone” Eugene Gerber? -
- Come hai fatto? A riconoscermi, intendo. –
- Ritornare da queste parti, mi ha fatto tornare a galla un sacco di ricordi. E mi è venuto in mente questo ragazzino mingherlino con cui mi divertivo ai tempi di scuola… Ricordo ad esempio che una volta lo stavo inseguendo per le scale quando è inciampato e ha picchiato l’occhio contro lo spigolo del corrimano. È tipo svenuto e l’hanno dovuto portare in infermeria. Non si fece nulla, ma gli rimase un piccolo segno. -
Istintivamente mi porto una mano accanto all’occhio destro e sfioro appena con le dita il leggero solco lungo meno di mezzo centimetro che da quel giorno mi decora il viso.
- Già. Proprio come quello. -
- J-Jerry ti prego… non… non puoi farmi una cosa del genere. Te-te l’ho prometto, non spiffero niente a nessuno. O-ora ho anche una… una fama da rispettare e lo sai! – le mie labbra tremano mentre parlo. Tutta la paura che ho concesso agli anni del liceo si riabbatte su di me come l’onda di una tempesta tropicale. Improvvisa e bollente.
- Non posso correre questo rischio. Non sai cosa sono capaci di fare le persone per cui lavoro. Anzi, lavoravo. Gesù, ma perché sei entrato in questo mondo? Voglio dire, si capiva che non avevi la stoffa…
- Jerry. – lo interrompo subito – Te lo posso chiedere un favore?
Fa un cenno con la testa.
- Non in faccia. Se non per me, fallo almeno per i miei. –
Non dice nulla, alza appena le spalle e scoppia quattro colpi che s’inchiodano dritti tra il torace e lo stomaco. Il rinculo dei colpi mi fa volare all’indietro di almeno un metro e mezzo. Rimbalzo come un sacco da pugilato travolgendo una delle scrivanie. Vedo volar via – o almeno così mi sembra – la finta sacca di sangue firmata Dexter, gadget omaggio di una qualche convention: chissà dov’è stata sepolta tutto questo tempo.
Mi ritrovo a terra, il respiro strozzato, le orecchie inondate ancora dal rumore degli spari e il gusto dolciastro del ferro che mi pervade fino in fondo alla gola. Dalla mia posizione, vedo Jerry aprire la valigetta con quelli che dovevano essere i miei soldi e infilarci dentro i documenti.
- Sono sempre stato più duro e svelto di te, Gerber. Non ti hanno insegnato niente a scuola? – sento, come in lontananza, il rumore secco della valigetta che si richiude.
Jerry se ne sta andando: con un ultimo sforzo, cerco di tirarmi su, a fatica. La mano, che non mi sembra quasi nemmeno mia, afferra la Browning che tengo per le emergenze e gli sparo alla schiena. Continuo a premere il grilletto ben oltre il numero di proiettili nel caricatore. Jerry è già crollato da un pezzo. Ora che ho quasi del tutto ripreso il controllo, mi alzo e mentre mi avvicino vedo il suo sguardo impaurito: non mi vergogno ad ammettere di avere un’erezione alla vista della sua debolezza, dopo quello che lui per anni ha fatto a me.
- Co-come…? – sussurra mentre un rivolo di sangue cola lungo l’angolo sinistro del labbro.
- L’hai detto tu. Il cattivo va dal falsario, ottiene quello che vuole e poi fa saltare l’accordo uccidendo il falsario. Un classico da film. E come avrai notato, di queste cose me ne intendo. – Così dicendo strappo i bottoni della camicia e gli mostro il giubbotto anti-proiettile. Della scarica di pallottole domani resteranno dei larghi e dolorosi lividi violacei, ma almeno sono vivo.
- Non… non… cough… cough… in faccia, eh… -
In un ultimo, pigro, respiro, l’anima di Jerry sguscia via per sempre dai suoi vestiti e dalla mia vita.

giovedì 26 luglio 2012

Mind Eraser, No Chaser

1. Il tuo personaggio è italiano?
Sì.

2. Il tuo personaggio è una donna?
No.

3. Il tuo personaggio si è mai sposato?
Non lo so.

4. Il tuo personaggio lavora ancora?
Probabilmente no.

5. Il tuo personaggio ha a che fare con il mondo dello sport?
No.

6. Il tuo personaggio ha attualmente più di 50 anni?
Probabilmente.

7. Il tuo personaggio è un cantante?
No.

8. Il tuo personaggio ha avuto problemi con la legge?
Probabilmente.

9. Il tuo personaggio porta gli occhiali?
No.

10. Il tuo personaggio è reale?
No.

11. Il tuo personaggio lavora in ufficio?
No.

12. Il tuo personaggio ha ucciso esseri umani?
Sì.

13. Il tuo personaggio fa parte di un videogioco?
No.

14. Il tuo personaggio è il protagonista dell’opera in cui appare?
No.

15. Il tuo personaggio è del Sud Italia?
Sì.

16. Il tuo personaggio vive in America?
No.

17. Il tuo personaggio viene dalla Sicilia?
Sì.

18. Il tuo personaggio è a capo di un gruppo di persone?
Sì.

19. Il tuo personaggio vive in Italia?
No.

20. Il tuo personaggio ha interpretato il ruolo di un membro della mafia?
No.

21. Il tuo personaggio è cattivo?
Sì.

Ecco, a questo punto dovresti avere sufficienti informazioni per sapere qual'è il personaggio a cui sto pensando.
Come ha fatto? Non non sono certo, ma credo sia capace di leggere nel pensiero.
Provare per credere.

venerdì 20 luglio 2012

Gray goes Black




Sono quasi le cinque del mattino. 
I miei occhi sono ormai punte di spillo, ho bisogno davvero di dormire, se solo questa maledetta insonnia me lo permettesse. Guardare cartoni animati, film e serie tv è l’unica cosa che quantomeno mi aiuta a distendermi un po’. Questa notte a farmi compagnia è l’ultimo blu-ray della parodia di Star Wars fatta dai tizi della Robot Chicken: sono davvero uno spasso.
- Ma che cazzo ti stai guardando?! – esplode una voce cupa alle mie spalle. Non ho bisogno di girarmi per sapere di chi si tratta. E non voglio girarmi per impedire a Jerry di capire quanta paura mi ha messo in questo momento.
Sento le ginocchia cedere sotto i pantaloni.
Resto zitto per qualche secondo.
- Robot Chicken. Sai loro fanno questa parodia di Guerre Stellari che… - dico simulando indifferenza.
- So cos’è Guerre Stellari. –
- Ah bene, allor… -
- E mi ha sempre fatto cagare. –
Stacco la pancia che se ne stava mollemente incastrata tra la scrivania e la sedia girevole e mi volto verso Jerry Nole. Una striscia di luce velata di azzurro grigiastro taglia in due il suo viso: Cristo, sembra tagliato con l’accetta. Ho l’impressione che se colpissi il suo mento con un pugno, mi taglierei le nocche.
- Immagino che tu sia più un tipo da Crank, Transporter o Fast and Furious. –
- Oh, non sono qui per parlare di cinema. Di sicuro non con te. Sono pronti i miei documenti? –
- Non c’è bisogno di scaldarti. E…sì. I tuoi documenti dovrebbero essere pronti, sono ad asciugare nell’altra stanza, te li vado a prendere. Aspetta qua. Ah, se ti vuoi accomodare e guardare una puntata dei… - La rabbia dei suoi occhi mi si appiccica in fronte. – Come non detto. –
Quando ritorno nella stanza pochi minuti dopo, Jerry è di spalle che contempla il poster de Il Gigante di Ferro. – Ecco qua. – dico, tenendogli una busta di plastica trasparente chiusa da un elastico. – Ci sono tutti i documenti che mi hai chiesto. Il pacchetto completo prevede anche un conto in banca con duecento dollari dentro, alcuni certificati medici fittizi e un paio di note sul registro della polizia. –
A queste parole, Jerry diventa un blocco di marmo.
- Mmh? –
- Si tratta di qualche multa per divieto di sosta, niente di che. Aggiunge un tocco di credibilità alla sua nuova vita… signor Sark.
Jerry straccia la busta con le sue dita forti e nervine e controlla i documenti. La sua bocca s’increspa in quello che dovrebbe essere una specie di sorriso.
- Ottima qualità, davvero: nemmeno l’FBI saprebbe notare la differenza. Costi parecchio, ma devo dire che te li meriti tutti. –
- Lo so. –
- E’ vero peccato, allora, che tu non te li possa godere. –
- C-come, scusa? –
Jerry tira fuori la sua pistola, l’occhio vacuo della canna mi guarda con un’intensità tale che un brivido ghiacciato mi percorre la schiena.
- Andiamo, lo sai come vanno queste cose. Fai tanto l’esperto e ancora non l’hai imparato? Il cattivo va dal falsario, dal tecnico, dal chimico, da chi cazzo vuoi tu, e al momento del pagamento, l’accordo salta e il cattivo uccide lo sfigato di turno. Semplice, no? –
- Non fa una piega. – Sorrido con amara ironia. – Se è per i soldi te li puoi anche tenere. Vorrà dire che per questa volta avrò lavorato gratis. Cosa credi, che andrò alla polizia a denunciarti?
- Sai… non avevo programmato di ucciderti. Voglio dire, sono nella merda fino al collo, perché complicarsi la vita? Il problema non è che tu mi abbia visto in faccia, il problema è che sai come mi chiamo. Come mi chiamo realmente, dico.
Non è così… Eugene? –


(continua)

giovedì 19 luglio 2012

Handwritten

C'è chi fa pop rock.
C'è chi fa post-rock.
C'è chi fa indie rock.
C'è chi fa math rock.
C'è chi fa krautrock.
C'è chi fa shoegaze. Chi fa indietronic. Chi fa Dream-pop. Chi fa dreamwave.
C'è persino chi campiona i suoni a 8 bit del Nintendo (no, sul serio).


Trovare chi fa del "semplice" rock sembra diventato impossibile.


Per fortuna che poi ci sono loro, i Gaslight Anthem.
Partiti in sordina con Sink or Swim, esplosi con The '59 Sound e definitivamente consacrati con American Slang, la band originaria di New Brunswick (New Jersey) pubblica il suo quarto album in studio: Handwritten.
Quale sia la principale fonte di ispirazione dei Gaslight Anthem è facilmente intuibile, le loro sonorità si rifanno a band come Pearl Jam, Soundgarden ma soprattutto a lui. 
Bruce Springsteen. 
Un paragone di prestigio, certo, ma anche parecchio scomodo. Che Brian Fallon sia un fan del Boss lo si capisce dalla stessa voce raschiata, dalla stessa attitudine cantautoriale nello scrivere i testi.




La cosa più straordinaria di questo album è la sua capacità di essere incredibilmente moderno e di essere già un classico. Un disco che potrebbe avere trent'anni alle spalle ma che suona fresco e fluido: Handwritten passa attraverso pezzi di straordinaria potenza emotiva, partendo subito con il botto di "45" (primo singolo che ha svegliato la scimmia urlatrice che ho in testa) e proseguendo forte con la title track: la terza traccia, Here comes my man, è forse uno degli omaggi più espliciti al già citato Springsteen.
La sensazione, confermata da pezzi come Mulholland Drive, Keepsake, Biloxi Parish è che questo album sia un viaggio dentro e fuori l'America, quella della working class, quella che si spacca le nocche nei cantieri edili da Philadelphia a Los Angeles, che la domenica va allo stadio a veder giocare gli Yankees o i Giants, in una sorta di atto d'amore verso la propria patria. E a proposito di questa doppia dimensione, quella classica e quella moderna, le due ballate finali, Mae e National Anthem sono forse le più indicative: brani emozionali molto intensi che raccontano storie sospese tra passato e presente (Stay the same/don't ever change/cause I'd miss your ways/with your Bette Davis eyes) rimanendo sospese in un limbo bellissimo dove il tempo per un attimo non esiste più (I will never forget you my American love/and I'll always remember you wild as they do come).

Uno dei ricordi più belli legati ai Gaslight Anthem è di un paio di anni fa, quando andai al loro concerto - per il tour di American Slang - ai Magazzini Generali a Milano. Ricordo con precisione un padre sulla cinquantina con la maglietta di un vecchio tour di Springstreen del '92 (mi pare) e un figlio che sgomitavano tra le prime file saltando come grilli.


Ecco, in quel momento io mi sono sentito felice.

martedì 17 luglio 2012

The Man who Sold the World - reprise


Il piano di Victor prende forma: lui e il banchiere sono diventati buoni amici. Durante una delle loro numerose uscite, Victor a un certo punto si fa “scappare” una confidenza. Suo cugino, che lavora in una stazione telegrafica, sarebbe in grado di sapere con un certo anticipo i nomi dei cavalli vincitori di qualunque corsa. Tentato dalla prospettiva di un guadagno facile, l’uomo accetta. E vince. Tutte le volte. Si tratta pur sempre di piccole somme, ma poco importa. Scommessa dopo scommessa, Victor lo persuade a fare il salto di qualità.
Il banchiere fa allora una grossa puntata. 
Ma quelle decine di migliaia di dollari al botteghino delle scommesse non ci arriveranno mai. Svaniscono nel nulla insieme a Victor. Un trucchetto tanto semplice quanto geniale che anche in questo caso non viene denunciato perché per il banchiere sarebbe stata un’ammissione di truffa ai danni dei bookmaker. Qualche anno più tardi l’industria di Hollywood si sarebbe basata su questo trucchetto per uno dei suoi film, una pellicola di discreto successo intitolato La Stangata con  Paul Newman e Robert Redford.
 Per Victor, dopo molti anni in giro per gli states, è giunto il tempo di ritornare a casa. 
Ed è proprio qui che l’uomo mette a punto la truffa che lo farà entrare nella leggenda.

È il 1925 e la Francia si sta riprendendo dalla Prima Guerra Mondiale, Parigi sta vivendo un momento di grande subbuglio, culturale e sociale. Una mattina, seduto a uno dei tavolini del bistrot che solitamente frequenta, Victor sfoglia il giornale. In particolare c’è una notizia che cattura la sua attenzione: la manutenzione e la verniciatura della Torre Eiffel  stanno assumendo dei costi esorbitanti. Talmente alti che sembra impossibile continuare a tenerla in piedi.
Victor allora comincia a pensare. E pensare. E pensare.
Nel giro di qualche settimana si procura dei documenti governativi fasulli che lo attestano come funzionario statale incaricato di vendere la Torre Eiffel. Lustig chiama l’Hotel de Crillion e organizza un incontro con i sei principali commercianti di ferro della Francia.
All’appuntamento Victor si presenta come l’assistente del direttore generale del Ministero delle poste e delle telecomunicazioni.
 “Come tutti voi sicuramente saprete – dice – la Torre Eiffel era il simbolo dell’Esposizione Universale dell’89 e lo smantellamento era già in programma sei anni fa. Solo un evento atroce come la guerra ci ha fatto ritornare sui nostri passi. Ma oggi le forti spese indotte dalla manutenzione, ci costringono a demolirla. Questa nostra scelta è vincolata da un segreto di stato, che, sono certo, rispetterete senza farne parola alcuna”.
Andre Poisson è da subito il candidato ideale nel piano ordito da Victor. La moglie dell’imprenditore resta invece perplessa da tanta segretezza e da tanta fretta. Ma lo sappiamo, Victor è uno che pensa a tutto. E la sua risposta fa scattare la trappola.
Lo stato non ha dato abbastanza fondi a Victor per finanziare una trattativa più lunga e quindi è suo interesse concludere il più in fretta possibile, considerato che il suo stipendio era troppo basso rispetto alla portata dell’evento.
Poisson intuisce di trovarsi davanti a un funzionario corrotto che gli sta chiedendo una bustarella: fiuta l’affare e insieme ai soldi per la torre, aggiunge un cospicuo “extra” per Victor. Quella sera Lustig e il suo complice Robert Tourbillon saltano sul treno per Vienna e spariscono dalla circolazione.
E anche stavolta nessuna denuncia viene sporta, l’onta della vergogna sarebbe troppa per i coniugi Poisson.
Victor si fa spavaldo e passati sei mesi riprova la stessa truffa, ma stavolta il meccanismo si inceppa e l’uomo è costretto alla fuga.
E dove ritornare se non in America?

Qui Victor conosce il criminale più ricercato d’America, Al Capone. L’uomo più pericoloso dell’intera nazione. Ma nemmeno questo ferma Lustig che propone al boss una partita di alcolici per il valore di cinquantamila dollari: anziché garantirgli la merce, Victor deposita i soldi in banca per un paio di mesi. In quei giorni Victor pensa a come trarne il maggiore vantaggio, ma forse per paura o più semplicemente per astuzia, fa ritorno da Capone dichiarando che l’affare è saltato e restituendo il denaro: impressionato dall’onestà di Victor, lo ricompensa con una somma di cinquemila dollari. Ancora una volta Lustig è caduto in piedi.
Passano alcuni mesi in cui Victor mette a punto la truffa della macchina copiatrice. Venduta alle sue vittime per 30.000 dollari, questa macchina è in grado di produrre banconote da cento dollari ogni sei ore. Peccato che produca appena due biglietti nell’arco di dodici ore, dopodichè stampa solo carta bianca. Un giorno però a Victor è più che sufficiente per scomparire. Non lo è quella volta, in cui prova a truffare uno sceriffo dell’Oklahoma cercando di vendergli la sua “money box”.

In carcere però ci resta solo qualche settimana.
Il giorno prima del processo, Lustig riesce ad evadere. 
Ma la sua libertà dura appena 27 giorni. Al momento della cattura si trova a Pittsburgh, si dice che stia riorganizzando il vecchio giro di contraffazione di banconote. 
La condanna è senza appello. 
Vent’anni. 
Da scontare nel carcere di Alcatraz.
È il 1934.

Tredici anni più tardi, l’11 marzo 1947, la vita dell’uomo che ha venduto la torre Eiffel per due volte si spegne a causa di una polmonite, non prima però di aver stilato i dieci comandamenti del Truffatore.


  • Impara a essere un ascoltatore paziente (è questo a fare la differenza, non la parlantina veloce).
  • Non sembrare mai che ti stia annoiando.
  • Aspetta sempre che sia l’altra persona a rivelarti le sue idee politiche. Poi condividile.
  • Aspetta sempre che sia l’altra persona a rivelarti la sua fede religiosa. Poi condividila.
  • Accenna appena a parlare di sesso ma non proseguire oltre, a meno che l’altra persona non mostri un forte interesse.
  • Non discutere mai di malattie, a meno che non sia per un particolare motivo.
  • Non ficcare il naso nelle situazioni personali dell’altra persona. Tanto alla fine te li racconterà comunque.
  • Non vantarti mai.
  • Cerca di essere sempre curato e mai in disordine.
  • Non ubriacarti mai. 

lunedì 16 luglio 2012

Hunger Strike

Questa settimana la iniziamo così.
Un caprone, dei compiti di matematica e una fame pazzesca.
Alle percussioni, come sempre, il mastro Ferrario!

venerdì 13 luglio 2012

Tiny grain of truth

(segue dall'Atto primo)




- Windom Earle? – domanda guardandomi.

I suoi occhi ci impiegano qualche secondo prima di abituarsi alla penombra del mio scantinato. Non coglie la citazione nascosta nel mio pseudonimo. È evidente che non mi abbia riconosciuto. Come potrebbe dopotutto? Da ragazzino ero uno scricciolo, pensavo sì e no cinquanta chili: vent’anni dopo il peso è quasi raddoppiato. Troppa vita sedentaria e scarsa propensione alle attività all’aperto, suppongo.
E poi naturalmente c’è la barba: spessa, ispida, screziata di un rosso mogano se vista sotto una certa luce, punteggiata dalle briciole dell’ultimo pacchetto di Cheez-It finito un’ora fa. Con un movimento quasi inconscio mi piazzo davanti al pc che sto usando per scaricare tutti i cinquantadue numeri 1 del reboot dei fumetti DC. Come se Jerry, vedendo cosa sto facendo, possa ricollegarmi a quel ragazzino che pestava un giorno sì e l’altro pure.
- Chi lo cerca? – domando io, sapendo già la risposta.
- Adam Mayhew. Ho bisogno del tuo… talento. – dice.
Interessante… Un nome falso. Sei partito con il piede sbagliato, Jerry. L’istinto mi dice di mandarlo via: non sono arrivato ad avere un conto a cinque zeri in banca rischiando la vita come un qualsiasi criminale da strada. Il tuo campo è la rete, mi dico.
- Il suo pc ha forse qualche problema, Mr. Mayhew? –
- Taglia corto, ciccione. So benissimo cosa fai qua. Ho avuto il tuo nome dal coreano. –
- Mmm… okay. Allora il coreano le avrà anche detto che i miei talenti sono molteplici. E soprattutto piuttosto… come dire… -
- Costosi, lo so. Ci sono le parole, usiamole. Ho bisogno di un pacchetto completo. Nuovo nome, nuovi documenti, nuova tessera sanitaria, patente. Tutto ciò che è necessario per lasciare il paese, insomma. –
- Ritorni con quattro fototessere. –
La mano di Jerry scatta come un coltello a serramanico e s’infila nella tasca della giacca per estrarne un secondo dopo una lunga strisciolina di carta lucida su cui è stampato per quattro volte il suo volto inespressivo. Me la mostra, tenendola stretta fra l’indice e il medio della mano destra.
- Bene. Le può appoggiare lì sopra. –
Jerry inchioda quei suoi occhietti piccoli sulla scrivania affollata di roba; sbuffa come un cinghiale che sgrufola nel terreno. Non prova neppure a nascondere il disgusto con cui fissa la tazza di The Big Bang Theory o l’action figure di uno degli 88 Folli. Immagino che non sappia cosa siano neppure lontanamente, per lui sarà solo spazzatura da freak.
- Bene. Ci vediamo tra due settimane. – Dico radunando tutta la freddezza che possiedo.
- Due settimane un cazzo. – Ringhia Jerry Nole-Adam Mayhew. – Se non ti fosse ancora molto chiaro, devo sparire dalla circolazione il prima possibile. Al massimo dopodomani. –
Dalla tasca dei pantaloni tira fuori una spessa mazzetta di presidenti morti. La appoggia vicino alle fototessere.
- Questo è il doppio del tuo compenso. Ed è solo un anticipo. Alla consegna te ne becchi altrettanti, intesi? –
Hai proprio fretta, eh? Chissà che cosa hai fatto da dover sparire così di corsa? Sei andato a letto con la figlia del boss? O forse una rapina andata storta?

- Immagino che dopodomani possa andare bene. – rispondo serrando le mascelle.

(continua)

giovedì 12 luglio 2012

mercoledì 11 luglio 2012

The Man who sold the World


4 Gennaio 1890.
I Lustig sono una buona e rispettata famiglia di un piccolo paesino chiamato Hostinné, Boemia e la nascita del piccolo Victor viene salutata da tutto la cittadina con grande gioia.
Fin dai primi anni scolastici Victor si rivela indubbiamente più brillante e spigliato dei suoi compagni di studi: impara alla svelta, il ragazzo, soprattutto nelle materie linguistiche. Si direbbe che davanti a lui si prospetti un futuro radioso. Questo futuro però sembra tardare ad arrivare, anzi. Spinto dai genitori, che lo vorrebbero vedere in carriera nell’ambito diplomatico, Victor s’iscrive all’università di Praga. I risultati sono ottimi, per non dire straordinari. Ma se il mondo universitario apre così apertamente le braccia al giovane Victor, quell’abbraccio non è ricambiato, tant’è vero che decide di mollare gli studi dopo appena un pugno di esami.
Impiegare il suo genio negli studi non pare divertente tanto quanto impiegarlo sul tavolo verde. Il gioco del poker infatti diventa la specialità di Victor.
Vive così le sue giornate, spennando i polli alle carte.
Ma la fortuna è una ruota, si sa: e la ruota può girare da un momento all’altro.
È così che Lustig si trova coperto di debiti e con un mucchio di creditori alla porta. Quel tipo di creditori che non fanno sconti, che al primo sgarro si prendono la tua vita.
E allora, messo alle strette, Victor che fa?
Usa i suoi ultimi spiccioli per un completo nuovo di zecca, una bella cravatta regimental,un  profumo di marca e un biglietto.
Un biglietto per una nave da crociera.
Dal giorno alla notte sparisce dalla circolazione. Come un mago, uno spirito, un enigma da risolvere.
Da quel momento il mondo di Victor diventa quello delle grandi imbarcazioni di lusso dove gode il frutto delle vincite contro il malcapitato di turno circondandosi, spesso e volentieri, di bellissime donne che impazziscono per quel giovanotto così intelligente e affascinante.
Ehi, Victor, sbaglio o era proprio questa la vita che avevi sempre sognato?
Già, peccato che poi arrivi la guerra. La maledetta guerra sempre in mezzo a tutto.

1914.
Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale pone fine a quella vita agiata spesa su grosse navi di lusso: il mare adesso pullula di sottomarini tedeschi, pronti ad affondare i bastimenti delle imbarcazioni che incontrano sulla loro strada.
Victor però non è un uomo qualunque. 
È intelligente, svelto a pensare e furbo. 
Molto furbo. 
Capisce che dall’Europa è meglio starsene alla larga, almeno per un bel pezzo ancora. Sbarca così nella terra delle grandi opportunità. L’America a quel tempo vede la propria borsa alzarsi senza sosta e nuove imprese di successo nascere quotidianamente.
Victor, lo sappiamo, non è un uomo qualunque.
Così, qualche giorno dopo il suo arrivo in una cittadina del Missouri, mette il suo miglior vestito ed entra in una banca. Impossibile non notare i suoi modi altezzosi e raffinati. Avvicinato pertanto dal direttore della banca, Victor si spaccia per un nobile asburgico caduto in rovina a causa della guerra. Offre perciò dei buoni del tesoro come garanzia per il prestito di cui ha bisogno. Il direttore imbocca con tutte le scarpe e consegna a Victor una valigetta contenente diecimila dollari. Il “nobile asburgico” ringrazia, stringe con gratitudine la mano al direttore della banca ed esce. Solo pochi minuti più tardi un funzionario apre la busta consegnata da Victor: dentro ci sono solo ritagli di giornali.
Per evitare lo scandalo, il direttore della banca decide di non sporgere denuncia alla polizia.


Qualche tempo dopo Victor si trasferisce più a nord, in Canada. Qui, fa rubare da un suo complice il portafoglio del presidente di una banca: è poi lo stesso Victor a inseguire il ladro e a recuperare il portafogli, riconsegnandolo al legittimo proprietario. 
L’uomo si offre perciò di ricompensare il suo salvatore, ma Victor rifiuta seccamente: ciò che conta è guadagnare la fiducia del direttore. 
Quello che Victor ha in mente è qualcosa di diverso. 
Una truffa a lunga termine, una long con.

(fine prima parte)

martedì 10 luglio 2012

Stuck in the middle with you

Tarantino è probabilmente uno dei più grandi registi sci-fi di tutti i tempi.
Detta così sembra una bestemmia, ma proviamo a rivederla in questa ottica.


Che tutti i film di Quentin Tarantino siano costruiti all’interno del medesimo universo è risaputo e ci viene ampiamente confermato dal legame di parentela che lega il Mr. Blonde de Le Iene a Vince Vega di Pulp Fiction (i due sono infatti fratelli), dalla marca di sigarette, le Red Apple di cui sopra, che fumano praticamente tutti i protagonisti dei film o i Big Kahuna Burger (presenti sia in Pulp Fiction che Grindhouse) e anche dalla relazione che ha avuto Mr. White (sempre da Le Iene) con Alabama, da Una vita al massimo. 
Dato quindi per assodato questo assioma, il regista di Knoxville cambia completamente le carte in tavola con Inglorious Basterds: infatti cominciamo proprio in questo istante a entrare nel mondo sci-fi ideato dal vecchio Quentin.
Nell’universo alternativo immaginato da Tarantino, sono tutti cresciuti sapendo che Hitler è morto massacrato da una squadra di ebrei iper addestrati in un cinema dato alle fiamme, anziché suicida nel suo bunker.
E dal momento che la Seconda Guerra Mondiale si è conclusa dentro un cinema, c’è una generale maggiore attenzione alla cultura pop, quindi, infatti hanno tutti (almeno apparentemente) un ottimo livello di conoscenza sia di film e che di serie Tv. Secondo questa logica, in cui gli Stati Uniti hanno vinto la guerra grazie ad un atto di sanguinosa ultraviolenza, i cittadini americani sono in qualche modo più abituati alla violenza e meno suscettibili a questo genere di cose. In alcuni casi però s'innesca il meccanismo contrario: ecco spiegato come mai Butch sia restio a uccidere due persone (ma lo faccia comunque), Mr. White e Mr. Pink adottino un approccio più pragmatico e cauto prima di ammazzare qualcuno, Esmeralda, la tassista di Pulp Fiction, sia ossessionata dalla morte, ecc. ecc.

L’universo di Tarantino però è ben più complesso di così: come lui stesso ha affermato, all’interno della sua filmografia è possibile distinguere un secondo “mondo” e cioè quello “cinematografico”. Infatti sia Kill Bill e Dal tramonto all’Alba si svolgono in un universo filmico all’interno del suo universo principale.
Si tratta cioè dei film che i personaggi dell'universo di Pulp Fiction, Le Iene, Una vita al massimo e Death Proof potrebbero tranquillamente andare a vedere nelle sale. Kill Bill, dopo tutto, è fondamentalmente un’evoluzione di Fox Force Five, il pilota del telefilm girato da Mia Wallace-Uma Thurman in Pulp Fiction.
È evidente inoltre come Kill Bill e Dal Tramonto all’Alba abbiano un tasso di violenza eccessivamente alto persino per gli standard tarantiniani: la risposta la otteniamo se immaginiamo che a produrre questi film ci sia Lee Donowitz, il produttore cinematografico di grande successo in Una Vita al Massimo.
Lee infatti è il figlio di Donnie Donowitz, quell’Orso Ebreo che cinquant'anni prima insieme alla sua squadriglia girava per l'Europa massacrando e torturando nazisti a colpi di mazza da baseball.

A fine anno è prevista l’uscita nelle sale di Django Unchained, ambientato nel vecchio west: cosa ci dobbiamo quindi aspettare da questa pellicola?
Si tratterà di un film nel film come Kill Bill oppure farà parte dell’universo principale? E se così fosse quello che succederà porterà alla luce nuovi avvenimenti che nel nostro mondo non sono mai accaduti? 

*'Sto giro nessun link su film e attori - Django a parte - ché tanto dò per scontato che li conosciate pure meglio di me.

lunedì 9 luglio 2012

Il mondo gira su sé stesso, io faccio lo stesso, cambio le lenzuola e non ci penso più.

Capita che un sabato mattina decidi di prendere la bici e andarti a fare un giro in centro, pur sapendo che è il primo sabato dei saldi estivi. Capita però che mentre sei lì che cammini senza pensieri, evitando la folla, ti arrivi una di quelle telefonate che speri non arrivino mai.
Quelle che ti dicono che qualcuno che conosci, improvvisamente non c’è più. Capita allora che ti senti un completo idiota a provarti un paio di pantaloncini corti a scacchi. E poco importa che quella persona non la vedevi da un pezzo e che i rapporti non erano poi così stretti: una strana sensazione di disagio ti si appiccica addosso e non mica semplice togliersela via.
E allora capita che alla fine di una giornata che sembra interminabile, decidi di vincere la tua innata pigrizia, ti infili in macchina e parti.

Il Summer Fest di Varese è, diciamolo subito, un luogo abbastanza pezzente: un parchetto di dimensioni ridotte che fa da anticamera al campo di rugby poco distante. A incorniciare il modesto palco, c’è qualche bancarella, l’onnipresente baracchino dei panini con la salamella, i tavoloni di legno lunghi e appiccicosi e l’angolo del gelato. Mi aspetto da un momento all’altro l’annuncio della lotteria di beneficenza, primo premio un prosciutto cotto intero. L’atmosfera è quella classica della festa di paese, punto di ritrovo per famiglie, anziani e bambini: l’impressione è che quasi nessuno sia lì per il concerto e che nemmeno sappia chi sia quel giovane coi baffi che verso le dieci e tre quarti sale sul palco e comincia a cantare.
Quel giovane coi baffi è Dario Brunori, un cantautore che qui in bottega gode di una stima pressoché infinita. Insieme alla sua Brunori Sas (nome che ha preso dal cementificio che ereditò alla morte del padre) mette in piedi un concerto vivo, sincero, nazionalpopolare, come lo definisce lui stesso.


Brunori è un personaggio atipico nel panorama cantautoriale italiano. È atipico perché autentico, spontaneo, naturale: non si perde in citazionismi di sorta per sembrare più colto, non spara minchiate a caso travestendole da metafore filosofiche pretendendo poi di spacciarle come verità universali (un nome A CASO: Vasco LOL Brondi), non ammorba tirando dei pipponi tanto belli quanto noiosi.
In scena Brunori è istrionico, non si prende sul serio nemmeno a provarci: maschera la malinconia di cui sono pervasi i suoi testi con la comicità del clown, che rivela la sua anima da solo davanti allo specchio mentre si strucca. Lo si nota dalle piccole sfumature, dai dettagli, dallo sguardo appena accennato al cielo, da quel sopracciglio alzato quando canta il primo ritornello di Come Stai.
Profondamente legato alla sua infanzia e alla nostalgia che evidentemente ci imbriglia al passato, Brunori traccia delle storie dai contorni agrodolci, che strappano dei sorrisi amari. Come avevo già sottolineato, l’influenza musicale e stilistica di Rino Gaetano è molto presente ma pian piano si sta slegando dal suo maestro e sta assumendo sempre più una propria identità, ben definita.


Per tutto il tempo passato tra un hot-dog e una birra seduto al tavolo di legno, mi sono chiesto che ci facesse uno come Brunori in un posto del genere: la risposta me l’ha data lui sul palco. Le sue canzoni fondamentalmente parlano della stessa gente presente quella sera, “poveri cristi” che si trovano alle prese con i problemi di tutti i giorni: lutti, disoccupazione, cambiali, sogni impossibili, illusioni, amori interrotti. Lo conferma anche il pezzo con cui chiude la sua esibizione, Stella d'argento, cover di un brano di Gino Santercole del 1964 (e già presente nel suo primo album) e che idealmente riunisce un pò tutte le fasce d'età presenti. Così, dopo quasi un’ora e mezza di musica mi volto dalla mia posizione in prima fila e vedo che si è radunata una piccola folla che ha cantato a squarciagola, segno che forse mi sbagliavo e che tante di quelle persone erano venute davvero per lui.

Capita allora che durante il viaggio di ritorno, ti riemergano un sacco di ricordi di quella persona che non c’è più, ma che all’improvviso quella sensazione di disagio è sparita, sostituita da un’altra sensazione, una sensazione che sembra esserci sempre stata. Che se pure la vita ti prende a calci, continua a esserci, anche se a volte si nasconde a fondo.

venerdì 6 luglio 2012

The Gravedigger's Song


Ho appena iniziato a vedere la season finale della terza stagione di It’s always sunny in Philadelphia, quando, dall’altro lato della mia stanza, sprofondata nel buio rotto solo dagli undici monitor dei computer, sento suonare il citofono.
Butto un occhio sul pc che uso per accedere ai server dei network televisivi.
Tutto sotto controllo.
Per un secondo provo vergogna per i sistemisti di rete che curano i firewall di sicurezza dell’ABC. Un posto del genere dovrebbe avere un livello di protezione più accurato. O quantomeno un po’ più difficile da penetrare.
Oh, beh, meglio per me. Vorrà dire che stanotte mi potrò guardare tutta Once upon a time. Ho letto alcune recensioni niente male.
Il citofono ulula impazzito sotto le dite isteriche di chi lo sta premendo.
Immagino che Danny DeVito dovrà aspettare.
Attraverso la stanza cercando di non inciampare nei sei miliardi di cavi che corrono lungo il pavimento: il piccolo monitor collegato al circuito chiuso della telecamera del videonoleggio di fianco al mio scantinato mi mostra l’immagine di una persona che si guarda attorno con aria schiva.
Ha fretta, lo vedo dalla velocità con cui la sigaretta brucia stretta fra le labbra. E dall’insistenza del citofono, naturalmente.
L’espressione tirata di quel volto, seppure invecchiato rispetto ai miei ricordi, è quella di sempre, quella che da ragazzino non mi faceva dormire la notte.
Jerry Nole.
Il terrore dei miei quindici anni.
Il bullo da cui tutti quanti a scuola si tenevano alla larga.
Quanti soldi e quante merendine sono passate dalle mie alle sue tasche?
Quando finalmente Jerry finì il liceo e a me mancavano ancora due anni al diploma, mi sembrò che la scuola di colpo si fosse ingrandita: scoprii zone in cui non ero mai stato, dall’angolo dietro la palestra fino a un’intera sezione di aule. Per non parlare dei bagni! Dio… tornavo al pomeriggio a casa che quasi me la facevo quasi sotto: i cessi erano il suo territorio di caccia. Farsi trovare accidentalmente lì, significava farsi uno shampoo con il primo cesso disponibile.
Nei mesi successivi mi era capitato di vederlo solamente ogni tanto e da parecchi metri di distanza: di quegli anni c’era di buono che per evitare le strade che solitamente bazzicava Jerry, ero costretto a prenderla molto alla larga ed ero diventato un vero esperto del quartiere. Conoscevo il modo più veloce per raggiungere ogni singola strada, ogni singolo negozietto, ogni singolo angolo da qui a Greenpoint.
Un giorno si arruolò nella marina militare e di lui non si seppe più molto. Alcuni dicevano che dopo un paio di anni aveva mollato l’esercito e si fosse messo in affari con della brutta gente.
Gente che trattava con altra gente ancora più brutta.
Ma di queste voci di quartiere non c’è mai da fidarsi troppo, in genere sono figlie di un passaparola che si gonfia da orecchio e orecchio: dalle nostre parti se rubi un pacchetto di chewingum alla cannella nel minimarket degli indiani, nel giro di qualche ora si trasforma in una rapina a mano armata in cui a momenti ci è scappato il morto.
Ma considerata la presenza di Jerry che suona con così tanta foga al mio citofono, in quel caso le voci di corridoio dovevano per forza essere vere.

Se Jerry è qui, vuol dire che frequenta davvero della brutta gente.

(continua)

giovedì 5 luglio 2012

Old White Lincoln

Ha senso che i Los Angeles Lakers abbiano comprato Steve Nash, un playmaker che sulle spalle si porta trentotto (e dico 38) primavere?
Probabilmente sì.




Probabilmente sì se si considera che in questa sessione estiva di mercato l'unico altro playmaker in grado di fare la differenza, ha appena rinnovato con la sua squadra. (Parlo naturalmente di quel Deron Williams che ora sta pregando tutti i santi che lo raggiunga ai Nets Dwight Howard e sperare di vincere qualche cosa).

Probabilmente sì se si considera che la qualità di gioco che ha espresso Nash è sempre stata altissima in tutta la sua carriera, a dispetto di quanto ci dica la sua bacheca dei trofei (terribilmente deserta, a livello di titoli).


Probabilmente sì se si considera che nell'ultima stagione, "Hair Canada" ha girato con una media impressionante di 10.7 assist a partita, a cui va aggiunta una media di 12.5 punti. Qualcosina di più rispetto al fatturato medio di un altro playmaker che l'estate scorsa avrebbe dovuto indossare la casacca giallo-viola ma che poi è finito dalla sponda opposta della Città degli Angeli: a sua discolpa però va detto che Chris Paul ha chiuso sì la stagione con un numero di assist inferiore (9.1) ma con una media punti per gara piuttosto significativa: 19,8.

Insomma, Nash è come un'auto d'epoca: si porta dietro il peso dell'età ma funziona splendidamente ancora oggi. Questo chiaramente non toglie il fatto che stiamo parlando di una scelta azzardata, coraggiosa e pure abbastanza dispendiosa (contratto faraonico, per un trentottenne, da poco più di 8 milioni di dollari a stagione per i prossimi tre anni), ma scendere in campo con un quintetto composto da Nash, Bryant, World Peace, Bynum e Gasol (specie se gli ultimi due trovano il giusto ritmo) significa spaccare il culo dare del filo da torcere a LeBron e soci.
Maledetta Miami, quest'anno hai avuto solo fortuna. Ehm, cioè, quasi.

mercoledì 4 luglio 2012

We are all Innocents

Jeff Lemire è un autore atipico per una collana come la Vertigo. A differenza dei vari Ennis, Azzarello, Aaron, Wood e compagnia bella, non riempie i suoi fumetti di ultra violenza, sangue, parolacce, tette, denaro, potere, corruzione e infine altre tette. Si tratta di un autore più intimista, con una sensibilità diversa nel tipo di narrazione: e deve essere proprio stata questa sua atipicità ad aver convinto Karen Berger, direttrice esecutiva dell’etichetta per “lettori maturi” di mamma DC che Jeff era l’uomo giusto al momento giusto.


Infatti nel 2009 Lemire ha debuttato Sweet Tooth serie di cui si occupa sia dei testi che dei disegni. A distanza di tre anni arriva oggi in Italia, pubblicata da RW Edizioni, la casa editrice che ha preso in consegna tutte le pubblicazioni che fino a poco meno di un anno fa erano edite da Planeta DeAgostini.
L'America è stata piagata da una malattia non meglio precisata definita come Afflizione che ha ucciso milioni di persone. Da quel tragico evento le uniche nuove nascite, hanno dato alla luce una nuova razza di ibridi, per metà uomini e per metà animali. Come ovviamente si può prevedere questa nuova razza è temuta e odiata dall’uomo che cerca di sterminare e rinchiudere queste giovani creature. Gus, un ragazzino dai tratti somatici del cervo, vive in una casetta isolata nelle profondità della foresta insieme al padre (la madre invece è morta quando era ancora molto piccolo), ma è proprio alla morte del genitore che il ragazzo decide di avventurarsi oltre i limiti della foresta. Braccato da alcuni cacciatori, Gus viene salvato da Jepperd, uomo rude e misterioso, dagli occhi di ghiaccio, freddi e taglienti. I due si mettono in viaggio verso la Riserva, un luogo di accoglienza per i ragazzi come Gus.
Percorrendo uno dei sentieri battuti con maggiore frequenza da serie tv, fumetti e film negli ultimi anni, quello cioè del mondo post-apocalittico sci-fi, Lemire si concentra sul lato più “umano” della vicenda, costruendo attorno ai personaggi e al loro rapporto l’intera storia. Le stesse ambientazioni sono quantomeno “anomale” rispetto ai canoni del genere: non ci sono città deserte, non ci sono fabbriche abbandonate che sputano fumi tossici. Ci sono invece grandi distese naturali, boschi, fiumi: un viaggio attraverso l’America di provincia, quella rurale degli anni ’60.
Uno dei temi forti della serie è la graduale perdita dell’innocenza: il passaggio dall’età adulta, un passaggio molto spesso doloroso e difficile. Il ritmo delle vicende scorre in maniera ben scandita, tra passaggi basati su dialoghi sinceri e diretti e passaggi invece dominati dall’azione.Il grosso delle emozioni  della storia vengono delegate, oltre alle parole naturalmente, alle espressioni dei personaggi: nato come disegnatore underground, Lemire ha un tratto piuttosto grezzo e ma forse non sempre adatto a un fumetto più “mainstream” come questo, soprattutto quando si trova alle prese con le scene d’azione. Al contrario quando si tratta di comunicare emotività attraverso i visi, gli sguardi o anche solo la gestualità del corpo, Lemire dà prova di essere l’unico disegnatore possibile per Sweet Tooth. La dolcezza di Gus è struggente, dolce e amara allo stesso momento. E questa sua condizione è risaltata ancora di più se contrapposta alla durezza di Jepperd, alla sua solitudine, a quel maledetto vuoto che sembra portarsi appresso.
La perdita dell’innocenza per Gus è appena cominciata, per Jepperd invece è solo un vago ricordo: durante questo viaggio chi influenzerà chi?
La risposta ce la darà solamente il tempo.


Una nota a margine per l’edizione italiana. Posso capire che la RW Edizioni sia una casa editrice appena nata e che abbia poca esperienza, ma considerato che hanno acquisito i diritti della DC e della Vertigo, hanno il dovere di rendere giustizia ai loro prodotti con stampe di qualità. Non certo con una carta di scarso valore, una tipografia che spesso e volentieri fa dei pasticci e un lavoro di editing e traduzione distratto e talvolta confuso.
Specie se a fronte di tali punti deboli, ci si ritrova anche con un aumento di prezzo. 

martedì 3 luglio 2012

Noize

I My Speaking Shoes spaccano i culi e prendono giù i nomi.


Con l’album Holy Stuff, disponibile sul loro sito in free download, i MMS portano una ventata di novità e freschezza nel panorama rock italiano.
Si parte subito fortissimo con il giro di chitarra del brano che apre il disco, Mushroomhead, per proseguire a briglia sciolta miscelando un rock energico e potente a elementi talvolta tendenti al metal, talvolta alla psichedelia, talvolta a melodie più pop. Quarantotto minuti tiratissimi per dieci tracce suonate con il piede premuto forte sull’acceleratore.
La cosa più straordinaria dei MSS è quella di essermi riusciti a far piacere per la prima volta una voce femminile all’interno di un gruppo rock. Ad eccezione di Kim Gordon (che con i suoi Sonic Youth fa un genere completamente diverso) ho sempre avuto l’impressione che ci sia un distacco troppo netto tra una voce femminile e un certo tipo di sonorità: per intenderci, Skin degli Skunk Anansie è tecnicamente mostruosa, ma la trovo disomogenea con il resto del gruppo: nella stragrande maggioranza dei casi (Distillers, Lacuna Coil, ecc.) a me sembra di sentire una cantante con una band che la segue. Manca insomma quell’alchimia che lega il tutto insieme. Ecco, i MSS hanno questa alchimia: la voce è potente, estesa ma non ridondante, non si perde in inutili gorgheggi stilistici né tantomeno si avventura nei territori della scuola Courtney Love, no. La voce dei MSS ha una sua personalità distinta che s’integra alla perfezione nei suoni distorti delle chitarre, nelle linee di basso (che si distinguono in maniera davvero eccellente), nei furiosi riff di batteria (pregevole l'assolo di Lick my colon). Un album d’esordio compatto, ben suonato e cazzuto al punto giusto che potrebbe trovare un posticino di tutto rispetto nella classifica dei dischi italiani dell’anno.