giovedì 31 maggio 2012

Last Night I dreamt that Somebody loved Me

Mettiamo subito le cose in chiaro. Tony Sandoval è un fenomeno. 
Un talento straordinario proveniente dal nord del Messico che in Italia si sta facendo conoscere attraverso la Tunuè che nel 2011 ha pubblicato Il Cadavere e il Sofà e che in queste settimane ha rilasciato la sua ultima fatica intitolata Nocturno.


Il protagonista è Seck, un ragazzino che suona in un gruppo metal e che in seguito alla morte violenta del suo migliore amico, impazzisce scoprendosi così legato a uno spirito-demone che lo aiuterà a portare a compimento la sua vendetta. Nel mezzo di questa rivincita anche il suo legame con Karen, la sua amata: uniti dal fato ma (forse) destinati a stare lontano. Se la storia ha un che di già sentito o già visto, è perché effettivamente lo è: pronipote di personaggi come Sandman o il Corvo (ma allo stesso tempo lontano anni luce per complessità e profondità di carattere), Seck, la sua maschera nera e i demoni interiori non riescono ad avere un sufficiente impatto emotivo sul lettore che si ritrova così a leggere una buona storia ma restandone in qualche fuori. La sensazione è appunto quella di leggere una storia, non di viverla. Un mero spettatore che assiste con freddezza e distacco a quello che avviene sulla pagina.
La relazione stessa con Karen è fiacca, priva di alcuna forza emozionale: indubbiamente ci sono una serie di spunti interessanti da cui partire ma che non vengono mai sviluppati, rimanendo a macerare nel limbo galleggiante delle idee.
E allora perché Tony Sandoval è un fenomeno?

Date un’occhiata ai disegni e lo capirete. Nelle oltre 200 pagine di Nocturno, Sandoval si sposta con naturalezza da tecniche completamente diverse tra loro assoggettandole in funzione della storia (tra flashback e passaggi emotivi): tavole affrescate ad acquarello, tratteggi a matita in bianco e nero – coadiuvato da un tocco di rosso -, pennellate morbide e materiche che simulano dei colori acrilici (e invece, magia, sono realizzate a computer), monocromatismi e tratti secchi e scolpiti di pennino. Sandoval spicca per la sua sensibilità cromatica e la sua paletta colori ce lo dimostra: armonica, perfettamente bilanciata tra colori sporchi e desaturati e colori puri e vividi che ben si insinuano l’uno dentro l’altro. Questo autore messicano ha delle capacità tecniche altissime, si dimostra in grado di sapere padroneggiare diverse tecniche e di conoscere la teoria del colore in maniera completa. Tra i suoi riferimenti più espliciti, sia per struttura delle forme che per miscelazione del colore, ci sono i grandi maestri sudamericani, Carlos Nine su tutti (oltre naturalmente a Breccia e Muñoz).
Cosa ci resta dunque di questo Nocturno? Una storia fragile e incapace di affondare il colpo sopperita da un comparto visivo di tutto rispetto: sicuramente un prodotto del genere è destinato a entrare nelle librerie degli addetti ai lavori più che a un pubblico di appassionati, in virtù anche di un prezzo piuttosto importante di 22 euro. Intendiamoci, il prezzo è giusto e in linea con i prezzi di mercato: si tratta, come detto, di 200 e passa pagine a colori stampate con un’ottima qualità. Ma sicuramente non si tratta di un prezzo “popolare”. Per i tre quarti dei lettori medi 22 euro rappresentano un piccolo “investimento” e a fronte di una storiella tutto sommato dimenticabile, questo Nocturno rischia di precipitare nel dimenticatoio. 

Ingiustamente.

lunedì 28 maggio 2012

venerdì 25 maggio 2012

Man of the Hour

Chi sia Alfred Hitchcock e quale ruolo ha coperto per la storia del cinema, non sto nemmeno a sottolinearlo. Ma se questo talento immenso, anziché alla settima arte, si fosse immolato a quello della scrittura?
Ispirandomi a una grafica retrò, mi sono quindi immaginato un possibile studio di alcune delle sue pellicole più celebri come se fossero dei romanzi...







martedì 22 maggio 2012

Saltando dentro al fuoco

Di quello che è successo nelle ultime settimane a Milano si è scritto e detto tanto, a volte persino troppo, ma credo che la riflessione più lucida e sensata sul collettivo Macao sia apparsa ieri a queste coordinate.

Posto che non sono mai stato impegnato socialmente e che non ho mai avuto una forte coscienza politica, l’idea di un gruppo di persone che si prende d’autorità degli spazi abbandonati per trasformarli in luoghi di associazione, cultura e arte mi faceva già simpatia. Tant’è che una delle prime sere ci eravamo fatti un giro a Torre Galfa per capire un po’ quale aria tirava. E forse da lì si poteva prevedere quello che poi è stato: tanto entusiasmo, tanta voglia di fare e dire, ma poca, pochissima organizzazione. C’era quella stessa aria di giovanile eccitazione delle occupazioni studentesche dei nostri 16 anni: si organizzavano assemblee in aula magna, i rappresentanti d’istituto pontificavano e vaticinavano prossime rivoluzioni, ma la maggior parte di noi si sperava solamente di saltare una settimana di scuola.
C'erano idee, allora come oggi, ma si tratta di idee confuse, gestite con scarsa consapevolezza, raffazzonate alla meno peggio. Chi sta dietro Macao (già, ma chi ci sta dietro? Radical chic fanatici Apple – e da cui si intuirebbe l’origine del nome MACao –, intellettuali di sinistra, pseudo artisti, seguaci di Grillo o politicanti della domenica?) ha sbagliato tutto lo sbagliabile. Dalla comunicazione con i media al rapporto coi propri sostenitori, dalla ricerca di una identità fino alla negazione di quella stessa identità.
Un filare di errori uno dietro l’altro.
In molti ora si aggrapperanno al solito “governo ladro”, all’impossibilità di cambiare la situazione qua in Italia, alle promesse non mantenute di Pisapia: io credo che la storia di Macao sia la storia di un fallimento.
Un fallimento che coinvolge una generazione intera.
La mia.
Quella stessa generazione che a 16 anni occupava le scuole, oggi occupa i palazzi: ma che al di là di buone idee, si ritrova orfana di concretezza, lucidità, di uno scopo costruttivo. Era il nostro momento, quello che ci hanno detto che sarebbe arrivato: la nostra occasione di cambiare le cose. 
Volevamo fare la rivoluzione, ma non ci siamo riusciti. 
Ci sognavamo grandi e ci siamo svegliati piccoli piccoli. 
E non c’è stato bisogno di un governo repressivo o di una forza d’ordine violenta. No. Abbiamo fatto tutto con le nostre mani. Abbiamo iniziato una battaglia per scoprire che non avevamo le armi per farla.

La storia di Macao è la storia di una di una sconfitta: i sostenitori sosterranno che si tratta di una sconfitta della cultura, dell’arte. Invece è la sconfitta di una generazione.

lunedì 21 maggio 2012

Mike Bongiorno è morto come Telepiù

15:51.
Questi minuti palindromi sono i minuti che Renè e i Darwinisti ci impiegano a farvi innamorare di loro.
È da mezz’ora che provo a scrivere qualcosa di sensato su di loro. Ma la verità è che appena ci provo, le parole scoppiano come bolle di sapone: perché spiegare l'EP Negli Appositi Spazi non si può. 
Un disco del genere lo si ama e basta.




venerdì 18 maggio 2012

I leaned against a Bark of Birch and I breathed the Honey Dew

Uno dei miei due ricordi di infanzia più immediati era il brick del succo di frutta Billy all'arancia rossa (quello con l'arancia che si cibava della sua metà, per intenderci).
L'altro invece era il Giornalino.
Avendo passato gli anni dall'asilo e delle elementari dalle suore, era una specie di crocevia dal quale era impossibile non passare: malgrado si trattasse (e si tratta ancora oggi) di un prodotto di matrice cattolica, conteneva dei fumetti davvero pazzeschi. Ci disegnavano gente come Tacconi e Toppi (che all'epoca snobbavo bellamente), Cavazzano, Jacovitti e parecchi altri maestri: ma soprattutto c'erano Pinky e Giorgione, creati da Massimo Mattioli. Uno dei fumetti più assurdi, fuori di testa, surreali che abbia mai letto. Bisnonno di prodotti attuali come Spongebob o Adventure Time, per capirci.
E poi che succede?
Succede che arrivano le scuole medie e il mio rapporto con la religione (e il mondo che ne ruota attorno) inizia a cambiare: del Giornalino non ne resta più traccia, se non qualche vecchia copia chiusa da qualche parte nella casa su in campagna.


Tutto questo per dire che Oggi, a distanza di vent'anni all'incirca, sulle pagine del Giornalino compaio anche io. 
Io. Sulle stesse pagine di una rivista con cui tutti i più grandi autori italiani si sono misurati. 
Se ci penso, non mi sembra nemmeno vero.


La serie, realizzata in copia con Giuseppe Ferrario, che non smetterò mai di ringraziare, si chiama Famiglia Betulla: sono delle tavole autoconclusive mute che raccontano la vita selvatica di montagna, quando da giovincelli si andava alla scoperta del mondo, passeggiando in mezzo alle ortiche con i pantaloncini testicolari e cacciando cavallette salvo poi ritrovarsi aggrappate sul collo mantidi religiose formato Godzilla (storia vera).







Tra l'altro, cosa che onestamente non credevo, sul Giornalino continuano a pubblicare materiale di grande qualità come Gargoils di Filippi ed Etienne o Per questo mi chiamo Giovanni di Claudio Stassi (basato sul libro omonimo di Luigi Garlando). 

giovedì 17 maggio 2012

Don't call me daughter, not fit to the picture kept will remind me

Ci troviamo a Parigi, attorno alla metà degli anni trenta. La nascita di Lydie sembra un piccolo evento agli occhi delle persone che gravitano attorno al vicolo del bimbo baffuto (in realtà vicolo Baron Van Dick, ma ribattezzato così in omaggio a un vecchio cartellone pubblicitario in fondo alla strada): ma la nascita di Lydie non è nient’altro che una finzione, un’illusione.
La bambina infatti è nata morta.
Ma nella mente di Camille, sua madre, Lydie è reale quanto lo è il sole che entra dalla finestra o lo schermo che stai fissando. L’ossessione e la fragilità della donna di fronte alla propria incapacità di superare la perdita della bambina, inducono prima suo padre (il nonno di Lydie) e pian piano tutta la comunità del vicolo ad assecondare in qualche modo l’illusione, fingendo per l’appunto che Lydie non sia solo una creatura invisibile tra le mani vuote di Camille, ma una bambina in carne e ossa. Con il passare del tempo e degli anni, Lydie assumerà in ruolo di primo piano all’interno della piccola comunità bilanciandosi tra figura immaginaria e presenza prepotentemente reale. Zidrou, sceneggiatore francese di lungo corso, imbastisce un’opera dai contorni fiabeschi, quasi onirici: sia dal punto di vista narrativo, che da quello estetico ci ritroviamo dalle parti di Chomet (Appuntamento a Belleville, L’illusionista). Il tono del narrato ha un impianto molto classico, la storia scorre in maniera pulita e ben cadenzata: seppure il tema trattato si presti, Zidrou non punta a cercare la lacrima scontata o a commuovere in maniera facilona, ma al contrario bilancia con astuzia ai momenti più amari, dei momenti più ironici che stemperano la tensione e lasciano in bocca un sapore agrodolce. Lo sceneggiatore ha il grosso merito di ricreare alla perfezione lo spirito di solidarietà tipico di certi piccoli quartieri, di certe strade chiuse: un micro universo dove tutti si conoscono e tutti si danno una mano per quel che possono. Non a caso la storia trova collocazione negli anni trenta, un’epoca in cui credere negli altri, aiutarsi e sostenersi l’uno con l’altro era ancora possibile, in cui c’era molta più umanità. Al giorno d’oggi le grandi distanze geografiche sono state accorciate da fibre ottiche ad alta velocità, ma ci sono distanze, quelle umane, che invece non si accorciano mai, anzi tendono ad allontanarsi sempre più.


Alle matite (e ai colori) troviamo invece Jordi Lafebre, disegnatore spagnolo, fortemente influenzato, tra gli altri, da mostri sacri come Uderzo e Franquin: le tavole di Lafebre sono potenti, ben costruite. Fa recitare i suoi personaggi in maniera magistrale e azzecca ogni singola espressione o atteggiamento riuscendo a trasmettere in ogni circostanza l’emozione giusta. Ogni piccolo gesto, movimento, viene descritto con una dovizia di particolari ricca e accurata ma mai eccessiva o prevaricante rispetto ai testi: la gestualità si rileva come un aspetto essenziale nel lavoro di Lafebre. Camille, per una buona metà del libro destreggia fra le mani una neonata invisibile, e se c’è una cosa che la maggior parte dei disegnatori odia disegnare sono proprio le mani. Si dice spesso che da come si disegnano le mani, si capisca il valore del disegnatore. E in questo caso, il sospetto di trovarci di fronte a un talento di altissimo livello, diventa certezza assoluta. A questo va aggiunta una menzione per il colore, ad opera dello stesso Lafebre: una gamma cromatica armoniosa, misurata, fatta di colori mai eccessivamente saturi o, al contrario, "pastellosi".
Una nota per quanto riguarda l’edizione italiana del libro, pubblicata da Comma22 e che potete comprare agilmente (al prezzo di 12 euro, venghino, siori, venghino) qua: l'editore ha infatti scelto di stampare su una carta opaca ma di discreta grammatura, che ha il vantaggio di stancare meno l’occhio rispetto alla talvolta fastidiosa carta patinata lucida. Per contro, questo tipo di carta in più di un'occasione (soprattutto nei notturni) tende ad assorbire troppo l’inchiostro e a difettare pertanto in luminosità.

Nella vita siamo noi a vedere quello che vogliamo vedere. A sentire solo quello che vogliamo sentire. A credere solo a quello che vogliamo credere.
Camille ha scelto di vedere Lydie. 
Di sentire Lydie. 
Di credere a Lydie.

Aprendo questo libro, ho accettato anche io di scambiare la realtà con l’illusione e devo ammettere che non mi è sembrato uno scambio poi così folle. 
Anzi.

mercoledì 16 maggio 2012

You know you're right

Dopo un bel po' di tempo si ritorna con qualcosa di disegnato, che sennò stava diventando un blog noioso.









lunedì 14 maggio 2012

Non importa quanto angusta sia la porta, quanto impietosa la sentenza, sono il padrone del mio destino, il capitano della mia anima.


Mai pianto per una finale persa. Né per uno scudetto sfumato all’ultima giornata. Non posso nemmeno ritenermi uno di quei tifosi sfegatati che passano la domenica chiusi in casa: raramente guardo giocare la Juve, anche perché di solito quando accade, la squadra perde. Sfidando questa maledizione, me ne sono partito in una fredda serata di fine gennaio per andare a Torino e vedere Juventus-Roma, quarti di finale di Coppa Italia. A trent’anni suonati, credo che questa sia stata la mia prima partita ufficiale mai vista in uno stadio. Ed è stato lì, proprio davanti ai miei occhi, seduto a pochi metri dal campo che l’ho visto, incredulo. Il primo gol di Alessandro Del Piero allo Juventus Stadium. Un’emozione fortissima, indelebile.
Ed è tornando indietro a quel giorno che ieri pomeriggio, sul divano, ho pianto. Vedere uscire Del Piero dal campo, salutato da compagni, avversari e tifosi è stata la cosa più bella del calcio che ho mai visto. Lontano anni luce da scommesse, favori arbitrali, intercettazioni, tifosi violenti, risse, ieri si è visto uno spettacolo che non rivedremo più. L'abbraccio di uno stadio intero che non vuole smettere di vedere sul suo terreno di gioco un talento straordinario. Del Piero è stato il primo grande giocatore che ho seguito dai suoi esordi, quando ancora al calcio preferivo i Lego (ma che dico?! Li preferisco tutt’ora!), fino alla fine della carriera. Perché per me la carriera di Del Piero, se anche proseguirà altrove, sarà finita quest’anno. Ha segnato la fine di un’era: un’epoca in mezzo a cui c’è stato tutto quello che ci doveva essere, un miscuglio di emozioni che hanno reso Del Piero non solo un calciatore fuori dal comune, ma una persona fuori dal comune. In un mondo dove comandano i soldi, il business, il dover vincere sempre e comunque, lui è sempre rimasto coerente: ha sempre anteposto il bene della squadra al suo. Perché per lui poter giocare con la Juventus è sempre stato un sogno: lo è stato quando a 18 anni venne a Torino dal Padova, lo è stato quando si è alzato dalla panchina e ha segnato contro la Reggiana, lo è stato quando ha vinto lo scudetto, lo è stato quando macinava gol in Champions, lo è stato quando ha alzato la coppa dalla grandi orecchie. Lo è stato anche quando guardava gli avversari alzarla, quella coppa. Lo è stato persino quando la squadra è scesa nell’inferno della B. Nello sport, così come nella vita di tutti i giorni, continuare a credere in qualcosa, anche quando sei il solo a farlo è quello che contraddistingue un uomo da un campione.

Comunque vada a finire, grazie Capitano.