martedì 11 dicembre 2012

Julie

Julie era una ragazza solitaria.
Diceva che era nata in quel modo.
O, almeno, in quel modo ci si era sempre sentita.
Il Liffey scorreva sotto i suoi occhi, torbido e pastoso come un ricordo difficile da cancellare: faceva un freddo cane, anche per essere l’inizio di novembre. E non era tanto quella sottile pioggia a dar fastidio a Julie, quanto quell’insopportabile sensazione di incombenza che pesava sulla sua testa. Un’indefinita massa nebulosa che gravava sopra la sua testa portandosi dietro un carico di ansia e un senso di predeterminazione.
Una pressa nello stomaco che continuava a spingere da sotto i vestiti.




Stava fumando la sua terza sigaretta, seduta con il culo al freddo su una vecchia e umida panchina, in attesa che John si facesse vedere.
E mentre continuava ad aspettare, concedendo minuti e secondi che avrebbe voluto spendere in qualsiasi altro modo, gli occhi di Julie continuavano a tuffarsi nel fiume che tagliava in due la città come una ferita grigio-verdastra dai margini sfrangiati.
E poi ancora più in là, oltre il fiume, il suo sguardo si spingeva verso le belle case del Southside, il lato ricco della città, quello borghese: non che dalle sue parti, nel Northside, mancassero quartieri di lusso, ma Julie guardava a quel lato della città come si guarda ai parenti ricchi di famiglia durante le feste, in un misto di invidia e risentimento.
Però Julie una famiglia non ce l’aveva più, da quando, a sedici anni, era scappata di casa senza guardarsi indietro. Nemmeno per un secondo. Nemmeno per i successivi dodici anni.
Dublino era una città scomoda, fredda e fangosa come le rive del suo fiume: una città grigia, spenta, ma dal cuore pulsante, ruvido e sanguigno come i visi screpolati dal vento degli operai che l’hanno tirata su, mattone dopo mattone, tra una bottiglia di Jameson e uno sformato di carne. 
Una città che ti insegna a sopravvivere per non affogare. 
Julie lo aveva imparato in fretta e di affogare, ai tempi, non ne aveva alcuna intenzione, così cominciò a lavorare in qualche pub. E Dio sa che se c’è una cosa che a Dublino non manca da prima della rivoluzione industriale, è l’alcool.
E soprattutto qualcuno che lo consumi.
Julie faceva il giro dei pub quattro sere a settimana, dal giovedì alla domenica, nella zona attorno al Trinity College, nelle sere più affollate dove oltre la metà degli studenti del college veniva con la speranza di poter immergere i propri dispiaceri o le proprie fortune nella birra.
Ma Julie, l’abbiamo detto, era una ragazza solitaria e neppure in mezzo a quella bolgia studentesca fatta di urla, cori, canzoni squarciate ad alta gola, sboccate notturne, riusciva a sentirsi parte di qualcosa.
Semplicemente, lei non era nulla. Un’incrostazione sul muro. Una figura sfocata dentro la fotografia di qualcun altro. Una gomma da masticare da raschiare via dalla suola di una scarpa. Una forma dai contorni indistinti.
Nessuno notava le sue lacrime, quando sentiva passare alla radio qualche canzone che le piaceva, né lei avrebbe permesso che qualcuno se ne accorgesse.
E come da copione dopo qualche tempo venne la droga: molto prevedibile, come un libro già letto o una canzone già sentita. Ma così va la vita.
O trasformi la tua solitudine in una fortezza o la trasformi in un vuoto.
E a un certo punto quel vuoto va riempito in qualche modo.
Nella sua testa, Julie non saprebbe dire quanti giorni, settimane, mesi, anni ha passato alle case popolari ai margini della città, su materassi sporchi di vomito e sangue.
Ma di quel periodo non aveva bisogno di ricordi. Ciò che contava era il presente. E il presente ora l’aveva condotta fino a quel momento.
Quello in cui aveva deciso di partire, di incendiare Dublino nella sua testa e ricominciare.
“Incontriamoci giù al fiume” – aveva scritto a John in un messaggio – “Solito posto, solita ora.” Non lo vedeva e non lo sentiva da oltre quattro mesi.
In testa aveva tutte quelle cose che negli ultimi tempi si era ripetuta a memoria in infiniti dialoghi mentali che ripassava tutte le notti prima di addormentarsi.
Ma di lui, di John, nemmeno l’ombra.
In qualche misura se lo sarebbe dovuto aspettare. 
“Ma che diavolo pensavo, quando gli ho scritto?” pensò Julie.
Senti le guance infiammarsi per la vergogna e la rabbia di quella scelta, maledicendosi una volta di più. Così in un attimo saltò giù dalla panchina, prese il borsone, diretta verso l’autobus che l’avrebbe portata in aeroporto.
Erano le cinque di mattina e il suo aereo sarebbe partito da lì a tre ore circa.
Ma mentre la luce fredda dell’alba bagnava i tetti delle case, Julie sentì dei passi alle sue spalle. Un rumore lontano, ovattato, un passo pesante e discontinuo.
Sapeva che quello non era il passo di John, eppure si voltò con il cuore ancora pieno di speranza. Tutto quello che vide in lontananza era una figura che emergeva dal buio, grande e grossa come una montagna che si trascinava a stento.
Non appena riuscì a distinguere qualcosa all’interno di quella grossa massa oscura, Julie notò che l’uomo che si stava avvicinando, respirava affannosamente, come un toro messo alle strette in una corrida, e si stava lasciando dietro una lunga e faticosa striscia di sangue.
Il passo incerto, il fianco piegato e molle.
Se fosse stata più furba, Julie, si sarebbe girata e sarebbe corsa verso l’aeroporto.
Ma non lo fece.

E in quell’istante Julie sentì che dentro di lei qualcosa le diceva che Dublino non l'avrebbe lasciata andare via così facilmente.

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