lunedì 12 novembre 2012

Sub Pop Rock City


Qualche settimana fa, Roberto Recchioni indagava, con un lungo e interessante articolo, su cosa sia il fumetto popolare e cosa lo renda tale.
La definizione che ne trae l’autore del pezzo è quella di fumetto popolare come aspirazione a un linguaggio versatile e condiviso.
Ed è una definizione che in larga misura mi sento di – giustappunto – condividere. 
Ma che forse necessita di qualche ulteriore considerazione a riguardo.


In America il fumetto popolare è associato ai fumetti Marvel e DC (Image, Dark Horse, ecc.): albi spillati da 22/24 pagine, in vendita in edicola a prezzi ragionevolmente accessibili.
In Francia il fumetto popolare è associato sia alle riviste contenitori, per lo più umoristiche, che si trovano in edicola a prezzi ragionevolmente accessibili, ma anche ai cartonati da libreria che hanno un costo superiore ma che hanno ottimi riscontri di pubblico e vendite.
In Italia il fumetto popolare è associato ai fumetti di casa Bonelli e affini, in vendita in edicola a prezzi ragionevolmente accessibili.

La vastità di pubblico che raggiunge ciascuno di questi prodotti è immensa, ma allora – ritornando nei confini nazionali – come si dovrebbe porre un fenomeno come quello di Zerocalcare rispetto a questa logica?

Mi spiego meglio.


Il primo libro di Zerocalcare è arrivato a come cinque ristampe (si parla di qualcosa come settemila copie vendute).
Il secondo libro di Zerocalcare, se non lo ha già fatto nel frattempo, abbatterà il record del suo predecessore, vendendo un numero di copie ancora più impressionante.

Cifre che in Italia per un libro a fumetti, sono oro puro.
Cifre per cui ogni editore venderebbe l’anima.
Soprattutto dopo almeno un paio di anni di crolli delle vendite.


Se la matematica non è un’opinione, allora Grande pubblico + Alto numero di vendite dovrebbe essere uguale a fumetto popolare.
Le opere di Zerocalcare sono dunque un fumetto popolare?
Sì… e no.

Sì perché

Nelle storie che lo hanno reso celebre, Zerocalcare indubbiamente rispetta quella famosa aspirazione a un linguaggio versatile e condiviso di cui parla Rrobe. Il lettore “casuale e distratto” riesce a leggere le storie di ZC e a divertirsi perché:
- sono ottimamente raccontate, con piena capacità del mezzo.
- fanno ridere, e pure parecchio.
- non essendo storie lunghe, il tempo di lettura - e quindi di attenzione del lettore - si riduce.
-  il meccanismo dello scroll verticale sul monitor favorisce la facilità di lettura del racconto.


Ma la vera svolta, la causa, che di fatto ha reso i fumetti di Zerocalcare popolari, è un’altra. La condivisione.

Su Facebook, la pagina di ZC, si è espansa a macchia d’olio passando nel giro di tre/quattro settimane da 65 like a oltre 250 per storia (con un passaggio da 16 a 103 condivisioni): l’ultimo racconto apparso su zerocalcare.it conta 12mila like – sul suo sito, non su FB - e più di 800 condivisioni.

Attraverso questa “nuova”, potente, macchina di marketing chiamata Facebook, Zerocalcare ha raggiunto una nuova fascia di lettori, che abitualmente il fumetto non lo legge e che non gli interessa. 

Entra qui in gioco la grandissima qualità delle storie e dei disegni di ZC a dare continuità al suo successo e alla sua fama ma va ammesso che senza la tecnologia di oggi, uno come Michele Rech avrebbe continuato a fare fumetti underground con qualche sporadica apparizione in qualche rivista contenitore. 
Solo fra parecchi anni sarebbe riuscito a emergere, seppure non con lo stesso seguito e pubblico di quello che si ritrova adesso.
Per sua - e nostra - fortuna invece oggi la tecnologia ha permesso a Zerocalcare di sviluppare un suo formato e un suo metodo di lavorazione e in seconda battuta gli ha consentito, attraverso una rete di passaparola veloce come il lampo, di divenire conosciuto e “popolare”, velocizzando un processo che viceversa sarebbe stato ben più lento.

No perché

A fare di un fumetto popolare, un fumetto popolare, non c’è solo la quantità di lettori raggiunti, ma c’è anche la costanza con la quale quegli stessi lettori ti leggeranno.
C’è un fattore chiamato longevità.
Tex Willer prosegue imperterrito da (quasi) sessantacinque anni, Diabolik compie quest’anno cinquant’anni di malefatte, Dylan Dog va verso i trenta… insomma un’innegabile qualità del fumetto popolare (in Italia come all’estero, e qui basti pensare ai supereroi Marvel e DC o a prodotti come Tin Tin, Gaston Lagaffe, Asterix) è la capacità di mantenere vivo un prodotto e continuare a raccontare le storie dei suoi protagonisti per un numero indefinito di anni.
È un lavoro congiunto che vede soprattutto nell’editore una lungimiranza e una capacità di rinnovarsi nel corso degli anni fuori dal comune.
Zerocalcare sarà un fenomeno a lungo termine o gli entusiasmi iniziali andranno a scemare?

Ci può dare una mano a rispondere un'altra riflessione sul fumetto popolare.
Non è né l’editore, né l’autore a rendere un fumetto popolare, un fumetto degno di questo nome, bensì il personaggio. Perché il lettore casuale e distratto si legherà all’Uomo Ragno o a Diabolik, poco conta se ne ha letto solo una storia o sa mandare a memoria la sua intera cosmogonia: l’affezione si crea attraverso l’empatia con il character piuttosto che con l’autore che ne ha scritto la storia (questo per quel che riguarda per l'appunto i lettori casuali e distratti, per i lettori attenti e forti è un discorso differente). 


Ecco, in questo senso Zerocalcare è uno che ha letteralmente spaccato l’equazione. Perché il suo personaggio è il suo autore e viceversa, quindi il rapporto che crea con il lettore si poggia su due piani diversi: in questo caso specifico l’identificazione che ha il lettore casuale e distratto ce l’ha sì con il personaggio ma allo stesso modo con l’autore che nel suo immaginario si equivalgono.
Zerocalcare può dunque vantare un rapporto diretto con i suoi utenti (grazie sì alle sue storie, ma grazie anche a Facebook) che avvicina autore a lettore in una maniera che non era mai avvenuta prima.

La cosa interessante di tutto questo meccanismo è che fare fumetti che abbiano successo su internet è “facile” – sempre se ne hai la capacità, non ce lo dimentichiamo MAI – perché sono gratis.
Nel momento in cui offri al pubblico qualcosa che gratis non è, il numero di lettori e di potenziali acquirenti svanisce come un’onda che si ritira.

Invece il mercato ha parlato chiaro. 
Ora non dico che tutti quelli che leggono il blog di ZC, abbiano acquistato il libro, ma sicuramente la maggior parte l’ha fatto.
Un discorso analogo si può fare anche per Davide La Rosa che con i suoi fumetti disegnati male, i suoi zombie gay in Vaticano è partito da internet per approdare prima a un libro a fumetti e poi a una serie da edicola, Suore Ninja, di prossima uscita.
Possiamo trovare altri esempi di questa tendenza di “autorialità popolare” anche in Leo Ortolani, papà di Rat-man, che a ogni fiera attira orde di fan intasando interi stand ma a suo modo anche in Diego Cajelli, che dopo molti anni nel fumetto popolare (Diabolik, Dampyr e molti altri) ora “debutta” con una serie creator-owned.
E naturalmente pure nello stesso Recchioni che – insieme a Lorenzo Bartoli - è riuscito a imporsi come autore anche rispetto al suo personaggio per eccellenza, quel John Doe che del fumetto popolare ha tutte le caratteristiche, tanto nelle logiche narrative, quanto in termini di successo, vendite e longevità.

Con buona probabilità quello a cui stiamo assistendo è un fenomeno di controtendenza che ci porterà a parlare più di “autore popolare” anziché di “fumetto popolare”.
Un fenomeno simile che sta avvenendo da qualche anno anche in America: sempre più di frequente infatti oltreoceano molti autori raggiungono la fama proprio attraverso prodotti di intrattenimento popolare per poi slegarsi e creare delle serie di loro appartenenza.

Ci sarebbe poi un complesso discorso sui diritti e sulle proprietà intellettuali e il rapporto conflittuale tra editori e autori, ma credo che per oggi basti così.

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