martedì 23 ottobre 2012

Let it Go


Il secondo album è sempre il più difficile, cantava Caparezza qualche anno fa. E a ben guardare, ha ragione da vendere: se il tuo primo disco è stato una bomba, attorno a te, si saranno create molte aspettative e molta pressione, che rischiano di inficiare la qualità del prodotto in arrivo.
Questo discorso ha la stessa valenza tanto in campo musicale, quanto in quello fumettistico.
Il 19 ottobre, pochi giorni fa, è uscita l’opera seconda di Zerocalcare, Un polpo alla gola, erede della Profezia dell’Armadillo, uscito i mesi scorsi, (ri)pubblicato da Bao Publishing, interessante realtà editoriale che sta facendo a sportellate con editori di maggior peso.


Nel corso dell’ultimo anno e mezzo circa, attorno a Zerocalcare si è costruita un’attenzione e un seguito di pubblico davvero unici, che lo hanno reso un caso mediatico di rara importanza. Tutto è nato grazie al web e alla velocità di diffusione attraverso social network e nel giro di poco, pochissimo tempo, ha trovato un successo senza precedenti, avvicinando parecchie persone poco avvezze al mondo del fumetto (e del fumetto digitale).
Su questo discorso di diffusione e popolarità ci torniamo più tardi, magari con un pezzo dedicato.
Torniamo al secondo “album” di Zerocalcare e all’enorme aspettativa che si creata attorno alla sua ultima fatica editoriale.




Se il primo volume raccoglie tante piccole storie che vanno poi a incastrarsi in un unica storia, con questo Polpo alla gola ZC si misura con una storia unica da 192 pagine.
Per un autore che fa del proprio punto di forza la brevità delle storie, autentiche spremute di sintesi e comicità, confrontarsi con una storia ad ampio raggio come questa è veramente una sfida.
E in questo caso si tratta di una sfida vinta.
Seppure la dimensione delle storie brevi sia indubbiamente quella in cui Zerocalcare si trova più a suo agio, l’autore romano riesce a mantenere viva l’attenzione, lavorando alla perfezione su tempi e ritmi del racconto, facendo leva sempre sul suo tipico umorismo e trovando una coerenza di fondo che ci consegna un atipico romanzo di formazione. Forse si ride un poco meno del precedente, e in effetti in un paio di passaggi si sente la mancanza di un personaggio forte come quello dell’Armadillo, ma è coraggiosa (e giusta) la scelta di non inserirlo nella trama. Sia per non andare ad appesantire la stessa, sia per non legarsi troppo e identificare Zerocalcare come “quello dell’armadillo”.
Un aspetto che vale la pena sottolineare, e che si riallaccia con il discorso di popolarità dell’autore e delle sue storie, è il linguaggio usato. Non mi riferisco al dialetto romanesco, che salta fuori solo ogni tanto e in maniera molto azzeccata, ma in generale a un uso molto naturale delle parole e del gergo che si usa oggigiorno. Sembra perfino banale notarlo, ma lo stile e i dialoghi sono talmente fluidi e naturali che aiutano (e manco poco) il lettore, anche quello meno abituato al fumetto, a immedesimarsi coi personaggi principali. A tutto questo poi è chiaro vanno aggiunti i soliti riferimenti dell’immaginario pop degli anni ’80 (e non solo), tra citazioni di gruppi musicali, film, cartoni animati e serie tv.
Ammettiamolo... Chi di quelli nati tra il 1980 e l’1985, non aveva una cameretta identica a quella del protagonista adolescente?
Ma come sanno bene i lettori di ZC, qua non si parla di un autore che si limita a semplice umorismo fine a sé stesso: così come La Profezia dell’Armadillo, anche Un Polpo alla gola è pieno di spunti, riflessioni e sottotesti che lasciano più volte la mente a indagare sul proprio passato.
Nessuno guarisce dalla propria infanzia.
Una frase terribilmente semplice, ma terribilmente vera e pesante.
Così come ZC, anche io mi sono riscoperto ad avere tanti piccoli segreti di bambino che mi vergogno a dire ad alta voce, ma su cui probabilmente ci sarebbe da farsi una risata.
Ma per quanti anni quei piccoli segreti sono riaffiorati in testa, stringendomi al collo e sgomitando dietro gli occhi?
Quanto tempo ho perso a cercare di nascondere cose che non aveva senso nascondere?
(Tipo quella volta alle elementari che per giocare ho rotto un dente alla mia compagna di classe.)
Per quanto tempo ancora dovremmo portarci dietro il nostro “passeggero oscuro”?
E sempre in tema di citazioni telefilmiche, quando giungerà il tempo di lasciarci il passato alle spalle e andare avanti?
La risposta la sapete solo voi.
O il vostro Polpo alla gola.             

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