venerdì 27 luglio 2012

Riot in my house




Cazzo.
Jerry mi ha riconosciuto.
Butto giù un grumo di saliva, spessa come asfalto.
- Devo sparire dalla circolazione, per sempre. Come posso farlo se l’uomo che mi sta dando una nuova identità, sa chi sono veramente? –
- Per quello hai usato un nome falso. –
- Già. Ma chi l’avrebbe mai detto che il falsario e hacker migliore della Costa Est, quello da cui vanno tutti e che la polizia non è mai riuscito a beccare, era il mio vecchio “amicone” Eugene Gerber? -
- Come hai fatto? A riconoscermi, intendo. –
- Ritornare da queste parti, mi ha fatto tornare a galla un sacco di ricordi. E mi è venuto in mente questo ragazzino mingherlino con cui mi divertivo ai tempi di scuola… Ricordo ad esempio che una volta lo stavo inseguendo per le scale quando è inciampato e ha picchiato l’occhio contro lo spigolo del corrimano. È tipo svenuto e l’hanno dovuto portare in infermeria. Non si fece nulla, ma gli rimase un piccolo segno. -
Istintivamente mi porto una mano accanto all’occhio destro e sfioro appena con le dita il leggero solco lungo meno di mezzo centimetro che da quel giorno mi decora il viso.
- Già. Proprio come quello. -
- J-Jerry ti prego… non… non puoi farmi una cosa del genere. Te-te l’ho prometto, non spiffero niente a nessuno. O-ora ho anche una… una fama da rispettare e lo sai! – le mie labbra tremano mentre parlo. Tutta la paura che ho concesso agli anni del liceo si riabbatte su di me come l’onda di una tempesta tropicale. Improvvisa e bollente.
- Non posso correre questo rischio. Non sai cosa sono capaci di fare le persone per cui lavoro. Anzi, lavoravo. Gesù, ma perché sei entrato in questo mondo? Voglio dire, si capiva che non avevi la stoffa…
- Jerry. – lo interrompo subito – Te lo posso chiedere un favore?
Fa un cenno con la testa.
- Non in faccia. Se non per me, fallo almeno per i miei. –
Non dice nulla, alza appena le spalle e scoppia quattro colpi che s’inchiodano dritti tra il torace e lo stomaco. Il rinculo dei colpi mi fa volare all’indietro di almeno un metro e mezzo. Rimbalzo come un sacco da pugilato travolgendo una delle scrivanie. Vedo volar via – o almeno così mi sembra – la finta sacca di sangue firmata Dexter, gadget omaggio di una qualche convention: chissà dov’è stata sepolta tutto questo tempo.
Mi ritrovo a terra, il respiro strozzato, le orecchie inondate ancora dal rumore degli spari e il gusto dolciastro del ferro che mi pervade fino in fondo alla gola. Dalla mia posizione, vedo Jerry aprire la valigetta con quelli che dovevano essere i miei soldi e infilarci dentro i documenti.
- Sono sempre stato più duro e svelto di te, Gerber. Non ti hanno insegnato niente a scuola? – sento, come in lontananza, il rumore secco della valigetta che si richiude.
Jerry se ne sta andando: con un ultimo sforzo, cerco di tirarmi su, a fatica. La mano, che non mi sembra quasi nemmeno mia, afferra la Browning che tengo per le emergenze e gli sparo alla schiena. Continuo a premere il grilletto ben oltre il numero di proiettili nel caricatore. Jerry è già crollato da un pezzo. Ora che ho quasi del tutto ripreso il controllo, mi alzo e mentre mi avvicino vedo il suo sguardo impaurito: non mi vergogno ad ammettere di avere un’erezione alla vista della sua debolezza, dopo quello che lui per anni ha fatto a me.
- Co-come…? – sussurra mentre un rivolo di sangue cola lungo l’angolo sinistro del labbro.
- L’hai detto tu. Il cattivo va dal falsario, ottiene quello che vuole e poi fa saltare l’accordo uccidendo il falsario. Un classico da film. E come avrai notato, di queste cose me ne intendo. – Così dicendo strappo i bottoni della camicia e gli mostro il giubbotto anti-proiettile. Della scarica di pallottole domani resteranno dei larghi e dolorosi lividi violacei, ma almeno sono vivo.
- Non… non… cough… cough… in faccia, eh… -
In un ultimo, pigro, respiro, l’anima di Jerry sguscia via per sempre dai suoi vestiti e dalla mia vita.

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