giovedì 19 luglio 2012

Handwritten

C'è chi fa pop rock.
C'è chi fa post-rock.
C'è chi fa indie rock.
C'è chi fa math rock.
C'è chi fa krautrock.
C'è chi fa shoegaze. Chi fa indietronic. Chi fa Dream-pop. Chi fa dreamwave.
C'è persino chi campiona i suoni a 8 bit del Nintendo (no, sul serio).


Trovare chi fa del "semplice" rock sembra diventato impossibile.


Per fortuna che poi ci sono loro, i Gaslight Anthem.
Partiti in sordina con Sink or Swim, esplosi con The '59 Sound e definitivamente consacrati con American Slang, la band originaria di New Brunswick (New Jersey) pubblica il suo quarto album in studio: Handwritten.
Quale sia la principale fonte di ispirazione dei Gaslight Anthem è facilmente intuibile, le loro sonorità si rifanno a band come Pearl Jam, Soundgarden ma soprattutto a lui. 
Bruce Springsteen. 
Un paragone di prestigio, certo, ma anche parecchio scomodo. Che Brian Fallon sia un fan del Boss lo si capisce dalla stessa voce raschiata, dalla stessa attitudine cantautoriale nello scrivere i testi.




La cosa più straordinaria di questo album è la sua capacità di essere incredibilmente moderno e di essere già un classico. Un disco che potrebbe avere trent'anni alle spalle ma che suona fresco e fluido: Handwritten passa attraverso pezzi di straordinaria potenza emotiva, partendo subito con il botto di "45" (primo singolo che ha svegliato la scimmia urlatrice che ho in testa) e proseguendo forte con la title track: la terza traccia, Here comes my man, è forse uno degli omaggi più espliciti al già citato Springsteen.
La sensazione, confermata da pezzi come Mulholland Drive, Keepsake, Biloxi Parish è che questo album sia un viaggio dentro e fuori l'America, quella della working class, quella che si spacca le nocche nei cantieri edili da Philadelphia a Los Angeles, che la domenica va allo stadio a veder giocare gli Yankees o i Giants, in una sorta di atto d'amore verso la propria patria. E a proposito di questa doppia dimensione, quella classica e quella moderna, le due ballate finali, Mae e National Anthem sono forse le più indicative: brani emozionali molto intensi che raccontano storie sospese tra passato e presente (Stay the same/don't ever change/cause I'd miss your ways/with your Bette Davis eyes) rimanendo sospese in un limbo bellissimo dove il tempo per un attimo non esiste più (I will never forget you my American love/and I'll always remember you wild as they do come).

Uno dei ricordi più belli legati ai Gaslight Anthem è di un paio di anni fa, quando andai al loro concerto - per il tour di American Slang - ai Magazzini Generali a Milano. Ricordo con precisione un padre sulla cinquantina con la maglietta di un vecchio tour di Springstreen del '92 (mi pare) e un figlio che sgomitavano tra le prime file saltando come grilli.


Ecco, in quel momento io mi sono sentito felice.

2 commenti:

MrJamesFord ha detto...

Il sound di questi ragazzi mi piace molto.
Del resto, io adoro il Boss.

Mi sa tanto che dovrai passarmi i loro dischi, che ancora non ho.

Tom ha detto...

Sì, sono decisamente nel tuo stile!
Ti scrivo in privato per i dischi.