venerdì 6 luglio 2012

The Gravedigger's Song


Ho appena iniziato a vedere la season finale della terza stagione di It’s always sunny in Philadelphia, quando, dall’altro lato della mia stanza, sprofondata nel buio rotto solo dagli undici monitor dei computer, sento suonare il citofono.
Butto un occhio sul pc che uso per accedere ai server dei network televisivi.
Tutto sotto controllo.
Per un secondo provo vergogna per i sistemisti di rete che curano i firewall di sicurezza dell’ABC. Un posto del genere dovrebbe avere un livello di protezione più accurato. O quantomeno un po’ più difficile da penetrare.
Oh, beh, meglio per me. Vorrà dire che stanotte mi potrò guardare tutta Once upon a time. Ho letto alcune recensioni niente male.
Il citofono ulula impazzito sotto le dite isteriche di chi lo sta premendo.
Immagino che Danny DeVito dovrà aspettare.
Attraverso la stanza cercando di non inciampare nei sei miliardi di cavi che corrono lungo il pavimento: il piccolo monitor collegato al circuito chiuso della telecamera del videonoleggio di fianco al mio scantinato mi mostra l’immagine di una persona che si guarda attorno con aria schiva.
Ha fretta, lo vedo dalla velocità con cui la sigaretta brucia stretta fra le labbra. E dall’insistenza del citofono, naturalmente.
L’espressione tirata di quel volto, seppure invecchiato rispetto ai miei ricordi, è quella di sempre, quella che da ragazzino non mi faceva dormire la notte.
Jerry Nole.
Il terrore dei miei quindici anni.
Il bullo da cui tutti quanti a scuola si tenevano alla larga.
Quanti soldi e quante merendine sono passate dalle mie alle sue tasche?
Quando finalmente Jerry finì il liceo e a me mancavano ancora due anni al diploma, mi sembrò che la scuola di colpo si fosse ingrandita: scoprii zone in cui non ero mai stato, dall’angolo dietro la palestra fino a un’intera sezione di aule. Per non parlare dei bagni! Dio… tornavo al pomeriggio a casa che quasi me la facevo quasi sotto: i cessi erano il suo territorio di caccia. Farsi trovare accidentalmente lì, significava farsi uno shampoo con il primo cesso disponibile.
Nei mesi successivi mi era capitato di vederlo solamente ogni tanto e da parecchi metri di distanza: di quegli anni c’era di buono che per evitare le strade che solitamente bazzicava Jerry, ero costretto a prenderla molto alla larga ed ero diventato un vero esperto del quartiere. Conoscevo il modo più veloce per raggiungere ogni singola strada, ogni singolo negozietto, ogni singolo angolo da qui a Greenpoint.
Un giorno si arruolò nella marina militare e di lui non si seppe più molto. Alcuni dicevano che dopo un paio di anni aveva mollato l’esercito e si fosse messo in affari con della brutta gente.
Gente che trattava con altra gente ancora più brutta.
Ma di queste voci di quartiere non c’è mai da fidarsi troppo, in genere sono figlie di un passaparola che si gonfia da orecchio e orecchio: dalle nostre parti se rubi un pacchetto di chewingum alla cannella nel minimarket degli indiani, nel giro di qualche ora si trasforma in una rapina a mano armata in cui a momenti ci è scappato il morto.
Ma considerata la presenza di Jerry che suona con così tanta foga al mio citofono, in quel caso le voci di corridoio dovevano per forza essere vere.

Se Jerry è qui, vuol dire che frequenta davvero della brutta gente.

(continua)

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