martedì 22 maggio 2012

Saltando dentro al fuoco

Di quello che è successo nelle ultime settimane a Milano si è scritto e detto tanto, a volte persino troppo, ma credo che la riflessione più lucida e sensata sul collettivo Macao sia apparsa ieri a queste coordinate.

Posto che non sono mai stato impegnato socialmente e che non ho mai avuto una forte coscienza politica, l’idea di un gruppo di persone che si prende d’autorità degli spazi abbandonati per trasformarli in luoghi di associazione, cultura e arte mi faceva già simpatia. Tant’è che una delle prime sere ci eravamo fatti un giro a Torre Galfa per capire un po’ quale aria tirava. E forse da lì si poteva prevedere quello che poi è stato: tanto entusiasmo, tanta voglia di fare e dire, ma poca, pochissima organizzazione. C’era quella stessa aria di giovanile eccitazione delle occupazioni studentesche dei nostri 16 anni: si organizzavano assemblee in aula magna, i rappresentanti d’istituto pontificavano e vaticinavano prossime rivoluzioni, ma la maggior parte di noi si sperava solamente di saltare una settimana di scuola.
C'erano idee, allora come oggi, ma si tratta di idee confuse, gestite con scarsa consapevolezza, raffazzonate alla meno peggio. Chi sta dietro Macao (già, ma chi ci sta dietro? Radical chic fanatici Apple – e da cui si intuirebbe l’origine del nome MACao –, intellettuali di sinistra, pseudo artisti, seguaci di Grillo o politicanti della domenica?) ha sbagliato tutto lo sbagliabile. Dalla comunicazione con i media al rapporto coi propri sostenitori, dalla ricerca di una identità fino alla negazione di quella stessa identità.
Un filare di errori uno dietro l’altro.
In molti ora si aggrapperanno al solito “governo ladro”, all’impossibilità di cambiare la situazione qua in Italia, alle promesse non mantenute di Pisapia: io credo che la storia di Macao sia la storia di un fallimento.
Un fallimento che coinvolge una generazione intera.
La mia.
Quella stessa generazione che a 16 anni occupava le scuole, oggi occupa i palazzi: ma che al di là di buone idee, si ritrova orfana di concretezza, lucidità, di uno scopo costruttivo. Era il nostro momento, quello che ci hanno detto che sarebbe arrivato: la nostra occasione di cambiare le cose. 
Volevamo fare la rivoluzione, ma non ci siamo riusciti. 
Ci sognavamo grandi e ci siamo svegliati piccoli piccoli. 
E non c’è stato bisogno di un governo repressivo o di una forza d’ordine violenta. No. Abbiamo fatto tutto con le nostre mani. Abbiamo iniziato una battaglia per scoprire che non avevamo le armi per farla.

La storia di Macao è la storia di una di una sconfitta: i sostenitori sosterranno che si tratta di una sconfitta della cultura, dell’arte. Invece è la sconfitta di una generazione.

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