giovedì 17 maggio 2012

Don't call me daughter, not fit to the picture kept will remind me

Ci troviamo a Parigi, attorno alla metà degli anni trenta. La nascita di Lydie sembra un piccolo evento agli occhi delle persone che gravitano attorno al vicolo del bimbo baffuto (in realtà vicolo Baron Van Dick, ma ribattezzato così in omaggio a un vecchio cartellone pubblicitario in fondo alla strada): ma la nascita di Lydie non è nient’altro che una finzione, un’illusione.
La bambina infatti è nata morta.
Ma nella mente di Camille, sua madre, Lydie è reale quanto lo è il sole che entra dalla finestra o lo schermo che stai fissando. L’ossessione e la fragilità della donna di fronte alla propria incapacità di superare la perdita della bambina, inducono prima suo padre (il nonno di Lydie) e pian piano tutta la comunità del vicolo ad assecondare in qualche modo l’illusione, fingendo per l’appunto che Lydie non sia solo una creatura invisibile tra le mani vuote di Camille, ma una bambina in carne e ossa. Con il passare del tempo e degli anni, Lydie assumerà in ruolo di primo piano all’interno della piccola comunità bilanciandosi tra figura immaginaria e presenza prepotentemente reale. Zidrou, sceneggiatore francese di lungo corso, imbastisce un’opera dai contorni fiabeschi, quasi onirici: sia dal punto di vista narrativo, che da quello estetico ci ritroviamo dalle parti di Chomet (Appuntamento a Belleville, L’illusionista). Il tono del narrato ha un impianto molto classico, la storia scorre in maniera pulita e ben cadenzata: seppure il tema trattato si presti, Zidrou non punta a cercare la lacrima scontata o a commuovere in maniera facilona, ma al contrario bilancia con astuzia ai momenti più amari, dei momenti più ironici che stemperano la tensione e lasciano in bocca un sapore agrodolce. Lo sceneggiatore ha il grosso merito di ricreare alla perfezione lo spirito di solidarietà tipico di certi piccoli quartieri, di certe strade chiuse: un micro universo dove tutti si conoscono e tutti si danno una mano per quel che possono. Non a caso la storia trova collocazione negli anni trenta, un’epoca in cui credere negli altri, aiutarsi e sostenersi l’uno con l’altro era ancora possibile, in cui c’era molta più umanità. Al giorno d’oggi le grandi distanze geografiche sono state accorciate da fibre ottiche ad alta velocità, ma ci sono distanze, quelle umane, che invece non si accorciano mai, anzi tendono ad allontanarsi sempre più.


Alle matite (e ai colori) troviamo invece Jordi Lafebre, disegnatore spagnolo, fortemente influenzato, tra gli altri, da mostri sacri come Uderzo e Franquin: le tavole di Lafebre sono potenti, ben costruite. Fa recitare i suoi personaggi in maniera magistrale e azzecca ogni singola espressione o atteggiamento riuscendo a trasmettere in ogni circostanza l’emozione giusta. Ogni piccolo gesto, movimento, viene descritto con una dovizia di particolari ricca e accurata ma mai eccessiva o prevaricante rispetto ai testi: la gestualità si rileva come un aspetto essenziale nel lavoro di Lafebre. Camille, per una buona metà del libro destreggia fra le mani una neonata invisibile, e se c’è una cosa che la maggior parte dei disegnatori odia disegnare sono proprio le mani. Si dice spesso che da come si disegnano le mani, si capisca il valore del disegnatore. E in questo caso, il sospetto di trovarci di fronte a un talento di altissimo livello, diventa certezza assoluta. A questo va aggiunta una menzione per il colore, ad opera dello stesso Lafebre: una gamma cromatica armoniosa, misurata, fatta di colori mai eccessivamente saturi o, al contrario, "pastellosi".
Una nota per quanto riguarda l’edizione italiana del libro, pubblicata da Comma22 e che potete comprare agilmente (al prezzo di 12 euro, venghino, siori, venghino) qua: l'editore ha infatti scelto di stampare su una carta opaca ma di discreta grammatura, che ha il vantaggio di stancare meno l’occhio rispetto alla talvolta fastidiosa carta patinata lucida. Per contro, questo tipo di carta in più di un'occasione (soprattutto nei notturni) tende ad assorbire troppo l’inchiostro e a difettare pertanto in luminosità.

Nella vita siamo noi a vedere quello che vogliamo vedere. A sentire solo quello che vogliamo sentire. A credere solo a quello che vogliamo credere.
Camille ha scelto di vedere Lydie. 
Di sentire Lydie. 
Di credere a Lydie.

Aprendo questo libro, ho accettato anche io di scambiare la realtà con l’illusione e devo ammettere che non mi è sembrato uno scambio poi così folle. 
Anzi.

1 commento:

Stargirl ha detto...

Me lo presti, vero? ^_^