martedì 3 aprile 2012

Freak on a Leash

Poco prima dell’esplosione definitiva della Pixar e dei suoi personaggi, fu la Dreamworks con Shrek a cambiare la concezione di umorismo in quelli che fino ad allora (2001) erano stati dei film d’animazione per “bambini” utilizzando un tipo di comicità nella quale anche gli adulti potessero riconoscersi, facendo leva su elementi tipici della cultura pop sapientemente miscelati con gag più “infantili”. Il risultato, anche se non in primissima battuta, almeno qui nel Belpaese, fu incredibile, al punto che stabilì dei nuovi parametri di narrazione. Se però questo meccanismo negli ultimi anni pare essersi inceppato, vista una certa ripetitività di gag e situazioni da una parte e dall'altra una scarsa vena creativa della Dreamworks (fatti salvi qualche caso raro come Giù per il Tubo, dove però si sentiva la mano dei creatori di Wallace&Gromit, e Dragon Trainer, dove invece è stato il buon Chris Sanders a risollevare la situazione), Shrek resta ancora uno dei prodotti più godibili in circolazione.
Tutto questo ci porta al personaggio principale, l’orco che dà il titolo alla pellicola: graficamente è tutt’ora uno dei character più forti, dall'ottimo impatto visivo. Una vera icona per la casa di produzione di Spielberg e soci. E come si spiega un successo del genere?

Semplice, l’aspetto da orco di Shrek è stato modellato su una persona vera.


Stacco. Siamo tra le nevi gelide dei Monti Urali, in Russia. È il 1903. Qui vive la famiglia Tillet, che si prepara ad accogliere il nuovo arrivato: un figlio di nome Maurice. Il visino angelico di Maurice gli fa guadagnare il soprannome di “Angelo” ed è adorato da tutti: il padre muore quando lui è ancora piccolo, lasciandolo solo con la madre. Arriva così il 1917, e la Rivoluzione Russa è ormai prossima: Maurice e sua madre sono quindi costretti a trasferirsi nel loro paese d’origine, la Francia. Nella città di Reims per la precisione. Negli anni successivi Maurice vede il suo corpo cambiare: ma non come succede a un qualunque adolescente in fase di crescita, no. I suoi piedi, le sue mani e la sua testa subiscono un rigonfiamento fuori dal comune: la madre preoccupata per quello che sta succedendo al figlio decide di portarlo da un medico. All’età di diciassette anni a Maurice viene diagnosticata una forma di acromegalia, una condizione dovuta al cattivo funzionamento della ghiandola pituitaria, una sorta di tumore, che causa un incontrollato rigonfiamento delle ossa delle estremità e della testa.
Sfigurato nel corpo, definito da molti un freak, Maurice vide così interrotto il suo sogno di studiare legge e diventare così un avvocato: decise perciò di arruolarsi nella Marina Francese come ingegnere. Il suo servizio presso la marina durò per i successivi cinque anni.
Ancora una volta, la vita di Maurice prende una piega inaspettata, di quelle che ti colgono impreparato in un giorno di febbraio del 1937. In quelle settimane, Maurice si trova a Singapore ed è proprio lì, in uno squallido ristorante affacciato sul porto, frequentato da gente poco raccomandabile, che al tavolo vicino al suo il destino ha fatto sedere Carl Pojello.
Carl è in città per pochi giorni, è lì per una sfida: infatti è un wrestler professionista che quando vede la stazza di Maurice al tavolo di fianco per poco non si strozza con la generosa porzione di manzo piccante che si ritrova davanti. Uno con quel fisico lì, non può perdere tempo a giocare a fare il marinaio, uno come Maurice deve entrare nel giro dei lottatori professionisti.

E così è. Carl e Maurice si trasferiscono a Parigi. I due cominciano quindi un allenamento serrato che in breve tempo porta Maurice sui palchi di Inghilterra e Francia, dove il suo aspetto “terrificante” gli fa guadagnare il soprannome di “Orco del Ring” anche se in realtà il suo nome di battaglia ufficiale è  quello di Angelo Francese. Ma la seconda guerra mondiale è alle porte e ancora una volta, come già era successo in Russia, Maurice è costretto ad abbandonare tutto e andarsene.

Emigra quindi negli Stati Uniti nel 1939.
Giunto a Boston, stavolta è il lottatore Paul Bowser a promuovere la carriera di Maurice che diventa così il lottatore degli eventi principali di tutta l’area di Boston e dintorni. Il successo dell’orco del ring, dell’Angelo Francese, lo porta a una grande popolarità: è in piena ascesa e nessuno dei suoi avversari resta mai in piedi al termine degli incontri. È inarrestabile, resta imbattuto per un arco di 19 mesi consecutivi. Le sue mosse più famose erano l’abbraccio dell’orso (The Bear Hug) e il Palm Strike, quello con cui concludeva le sue battaglie.
Come funghi, sbucano dappertutto degli emuli di Maurice: l’America si vede riempire di “angeli” come Tony “Russian Angel” Angelo, o Jack “Canadian Angel” Rush, e ancora “Black Angel”, “Super Swedish Angel”, “Polish Angel” e persino Jean “Lady Angel” Noble.

L’apice lo raggiunge il primo agosto del 1944 quando diventa campione del mondo battendo Steve “Crusher” Casey.
Ma è proprio verso il finire della guerra che la salute di Maurice comincia a vacillare: quel fisico così grosso e imponente da far paura per la sua statuaria solidità, si sta ritorcendo contro di lui. Tanto forte quanto fragile, la sua imbattibilità crolla e nel suo ultimo match il 14 febbraio 1953 a Singapore, là dove tutto era nato in una tranquilla serata di sedici anni prima, l’Angelo Francese perde le sue ali conoscendo il sapore della sconfitta per mano di Bert Assirati.
Il 4 settembre del 1954 quel suo cuore grande e grosso, come lui, come la sua anima gentile, cessa di battere. Conosceva ben 14 lingue, fu un poeta e un aspirante attore, sogno che però il suo aspetto non gli permise mai di realizzare. 

Dimenticato dalla storia, ce lo riconsegna 47 anni più tardi la Dreamworks prendendo in prestito il suo viso per darlo a quello Shrek, orco scorbutico e ostile all'apparenza, ma dal cuore buono.
Proprio come quello di Maurice Tillet.

3 commenti:

MrJamesFord ha detto...

Davvero niente male questo post.
Bravo.
Anche se Giù per il tubo era proprio bruttino. ;)

Tom ha detto...

Ti ringrazio, vecchio bacucco! Giù per il tubo a me aveva divertito abbastanza... Comunque rispetto alla produzione media Dreamworks (vedi porcherie come Bee Movie, Megamind e Puss in Boots) sta almeno tre gradini più in su!

MrJamesFord ha detto...

Quello è vero, ma Dragon trainer è proprio di tutt'altra pasta.
Anzi, direi che è l'unico all'altezza dei Pixar!