lunedì 16 aprile 2012

And on the long drive home I think I witnessed a crime

Ed Brubaker è, al momento, uno degli sceneggiatori più quotati sul mercato. Fa parte di quella nuova generazione di autori che, insieme a Bendis e Millar, ha riscritto la storia del fumetto a partire dagli anni zero rifondando le basi, o quasi, dell’universo Marvel. Iniziati i primi lavori con la Dark Horse, Brubaker si fa notare dalla DC che lo mette a contratto per il volume Prez: Smells like Teen President a cui fa presto seguito una miniserie dal titolo Scene of the crime insieme a Michael Lark. Negli anni successivi Brubaker ha l’occasione di lavorare su Batman ma il grosso del lavoro lo opera in coppia con Darwyn Cooke su Catwoman, modificandone in maniera radicale l’universo che le ruota attorno. Uno dei suoi lavori più azzeccati è però la miniserie Sleeper, già in coppia con Phillips: da lì il passo è breve e Brubaker si ritrova al timone di Capitan America che gestirà per molti anni, facendo morire il capitano a stelle e strisce (e naturalmente facendolo rinascere). Ha ereditato poi anche la regia di Devil dopo il ciclo memorabile di Bendis e Maleev, con delle storie nerissime a tema carcerario. Ma è lontano da supereroi e tutine attillate che Brubaker si esalta: senza i vincoli della Casa delle Idee, l’autore statunitense può soffermarsi sui temi a lui cari, quelli del crime e del noir.

Se anziché scrivere fumetti, avesse scritto dei romanzi, probabilmente staremmo parlando oggi di uno dei padri del noir moderno, per fortuna così non è e noi possiamo godere delle sue storie come Gotham Central in cui esplora (in coppia con Greg Rucka) il mondo della polizia di Gotham City, e i più recenti Criminal e Incognito.
Ogni singola opera di Brubaker meriterebbe un’analisi approfondita considerata la complessità dei character con cui veniamo messi a confronto. In questo caso però volevo porre l’attenzione sulla sua opera più ambiziosa e matura.

Naturalmente sto parlando di Criminal.


Collana nata nel 2006 e definitivo patto di sangue tra Brubaker e Sean Phillips, Criminal è in maniera inopinabile la miglior serie noir a fumetti che sia mai stata scritta.
Le storie si sviluppano su cicli narrativi di tre, quattro, cinque (al massimo) numeri, slegati fra loro, seppure con qualche punto di contatto: ogni arco di storie si focalizza su un protagonista differente e su differenti tematiche. Sebbene, come detto, le trame siano totalmente svincolate, il teatro dell’azione è unico: Center City. È attorno a questa città e all’Undertow Bar, posto di ritrovo del sottobosco criminale, che Brubaker intesse il suo microverso di spacciatori, ladri, scommettitori, poliziotti corrotti, prostitute, papponi e imbroglioni di ogni sorta. Center City è un luogo sporco, brutto, pericoloso eppure carico di febbrile seduzione e magnetismo animale. Nel corso delle diverse storyline, abbracciamo un arco di tempo che copre circa una quarantina d’anni: nel terzo volume, ad esempio, ci viene raccontata una vicenda di un giovane Sebastian Hyde, che “nel presente” è l’anziano boss che tiene in pugno la città e in alcuni casi crocevia dei destini dei protagonisti.

I personaggi di Criminal, nessuno escluso, sono dei miserabili, degli uomini (e delle donne) infelici, incapaci di relazionarsi agli altri senza ricorrere all’uso della violenza o del sesso. Si ritrovano per scelta o per destino coinvolti in situazioni pericolose, squallide, tristi.
I clichè dei film noir solitamente ci presentano i loro eroi come treni in corsa diretti sempre più velocemente verso un’inevitabile e dolorosa fine. Infatti, cinema e romanzi ci hanno abituato a eroi decadenti, dei perdenti in cerca di un riscatto o una via di fuga: nessuno di loro ci riesce mai veramente. E solitamente chi lo fa, poi ne paga il prezzo con la vita. Brubaker invece si diverte a ribaltare questo canone classico: per lui l’essere infelice, l’essere un fallito non significa necessariamente essere un perdente. Anzi. Molto spesso alla fine dei conti i personaggi di Criminal ottengono ciò che vogliono, riescono a sfuggire in qualche modo al cappio del destino.


Brubaker ha uno stile di narrazione pulito, la sua regia scorre in maniera magistrale, alterna con gusto ed equilibrio le scene d’azione tanto quanto le scene di dialogo.
Alterna l’uso della violenza cruda a momenti di silenzio e solitudine.
Dolore personale, privato, a scene di sesso.
Amore estremo ad estremo odio.
Sensazioni amplificate come all’interno di una cassa di risonanza. Se Bendis fa un uso della parola in maniera esasperata, costruendo i dialoghi su degli estenuanti botta e risposta, Brubaker al contrario adotta una costruzione più asciutta, lineare, minimalista dove non viene mai spesa una parola di troppo. Le parole si trasformano così in archi tesi, pronti a colpire dove fa più male.

 
La conferma della qualità di quest’opera la ritroviamo anche nell’ultimo volume, L’ultimo degli Innocenti, pubblicato di recente dalla Panini Comics (come gli altri del resto). Brubaker adotta un geniale escamotage narrativo, mostrandoci i ricordi di gioventù del protagonista come fossero i vecchi fumetti della Archie Comics, una rappresentazione visiva naif di un tempo che fu, un tempo in cui si era tutti più innocenti e ingenui. I colori saturi, vivi, del presente rendono ancora più sbiaditi e desaturati quelli del presente, dove le ombre d’inchiostro ormai coprono volti, palazzi e sentimenti.

In tutto ciò il disegnatore Sean Phillips supporta la sceneggiatura splendidamente. I suoi tratti sono incerti ma severi, tagliati con l’accetta. Eleganti, raffinati ma sporchi e violenti. Studia l’illuminazione di ogni sequenza con molta accuratezza, cercando sempre il maggior impatto emotivo possibile e dando così corpo e sostanza all’ universo melodrammatico e cupo delle vite sbandate che si intrecciano sotto il cielo criminale di Center City.


1 commento:

Adrianne Molin ha detto...

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Puerto Azul