lunedì 16 gennaio 2012

Le cicatrici danno la sensibilità

David ha appena quattordici anni quando finisce sotto i ferri per quella che gli viene detto essere una banale operazione di routine. Il bisturi, però, incide molto più di quello che crede e lo inciderà tanto nel fisico quanto nella mente: David al risveglio si trova un profondo solco lungo il collo, lungo 29 punti. Ma, soprattutto, David al risveglio scopre di non poter più parlare: la sua voce è ora spezzata, trasformata in un sordo rantolio. Cosa gli è successo? Qual è il segreto che proprio le persone che gli dovrebbero volere più bene, gli stanno tenendo nascosto?
Questa è la storia autobiografica di David Small, celebre illustratore e fumettista americano. Ho cominciato a leggere Stitches, questo il titolo del volume, edito in Italia da Rizzoli Lizard, senza nemmeno sapere che si trattasse di una storia autobiografica: l’ho capito solo durante la lettura. Devo confessare che faccio fatica a digerire quelle storie intimiste e melodrammatiche in cui gli autori raccontano tutto di sé, dal più insignificante dettaglio alla tragedia della loro esistenza. E invece la storia della tormentata adolescenza di David è appassionante come il miglior thriller o il miglior horror. La trama scorre alla perfezione, tesa e per nulla noiosa: non cade nella noia o nella pesantezza come molti romanzi autobiografici, ma anzi ti cattura e ti spinge sempre più a fondo, curioso di sapere cosa ne sarà di David. Tutti noi, chi più e chi meno, abbiamo le nostre storie alle spalle, i nostri traumi, le nostre paure: ma sapremmo raccontarle? Sapremmo raccontarle mantenendo quel giusto distacco emotivo che ci permetta di essere obiettivi nella nostra narrazione? Spesso e volentieri i nostri ricordi si deformano e si distorcono negli anni prendendo quella forma che inconsciamente siamo noi stessi a dargli.
La storia di David ci parla di una famiglia silenziosa, distante, dove il ruolo del padre padrone viene ricoperto invece da una madre fredda e indifferente la cui crudeltà assomiglia più a quella di un personaggio da film. Un personaggio, anzi, una persona controversa e imperscrutabile: divisa fra problemi fisici e un’incapacità di amare mai risolta, frutto a sua volta di un rapporto genitoriale (la nonna di David) complesso e doloroso. Un carattere che da una parte sembra inverosimile nella sua antipatia, dall’altra risulta ancora più inquietante proprio perché vero.
Il legame tra David e sua madre è un legame labile, ovattato, che nemmeno il cancro del ragazzo (quello per cui viene operato alla gola) riesce a consolidare: anzi ne contribuisce all’allontanamento. I due genitori, infatti, decidono di tenere all’oscuro il figlio sulle sue reali condizioni di salute e David solo con il tempo scoprirà cosa gli è accaduto. Schiacciato dal peso del diritto alla verità che gli è stato negato, David trova, a sedici anni, la forza per scappare, per tagliare il ponte con una madre a cui non sa se voler bene.  Ed è proprio fuggendo dal proprio passato che David riesce gradualmente a ritrovare sé stesso e ritrovare la sua voce.
L’autore sceglie di raccontare la propria vita, le proprie memorie, con un tratto a pennino rigido e severo, affilato come la lama di un bisturi che intaglia le imperfezioni della carta: un bianco e nero dove i contorni delle vignette vengono lasciati a sfumare, mangiati dalle sfumature del grigio, esattamente come sono i nostri ricordi: evanescenti, privi di contorni, sfuggevoli come sogni. La madre è immortalata nella sua lugubre freddezza che sta tutta nelle lenti degli occhiali che, come muri di vetro, ci impediscono di vederne gli occhi, che si sa, sono lo specchio dell’anima.
E se tutto porta a pensare quanto David possa aver odiato la madre, e più in generale la famiglia, sono le note finali del libro, di cui non svelo nulla, a farci capire quanto sia grande e  articolato quel pozzo di emozioni e sentimenti che l’autore ha trovato scavando dentro di sé per tirare fuori quest'opera generosa e liberatoria.


Musica di sottofondo? Mogwai - Come on Die Young

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