venerdì 30 settembre 2011

There goes my hero

Due anni fa, all'uscita di Peppino Impastato, un giullare contro la mafia, di Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso (edito da BeccoGiallo) mi era sembrato doveroso omaggiare il protagonista di questa drammatica pagina della storia italiana. Una settimana fa circa, Giovanni Impastato ha lanciato a questo appello, e quando Lelio gentilmente mi ha chiesto se avrei preso parte al progetto, ho detto immediatamente sì!
Tutto questo, insomma, per dire che da qualche giorno mi trovate su Repubblica...
precisamente qua!

...O se non altro vado al parco e leggo David Foster Wallace


Gipi ha debuttato al cinema negli ultimi giorni con il film L’Ultimo Terrestre. Qualche settimana fa scopro che il suo film è ispirato a una graphic novel di Giacomo Monti, edita da Canicola, e intitolata Nessuno mi farà del male. Bene, è presto detto: se Gipi, per il suo debutto sul grande schermo decide di portare in scena il fumetto di un altro autore, significa che deve essere un grande fumetto.
Con queste premesse m’immergo nella lettura di questa so called opera. Nessuno mi farà del male è uno di quei fumetti che si apre le viscere e le riversa sul tavolo, cercando di trovare un senso alla matassa appena estratta eppure mi bastano un pugno di pagine per intuire che c’è qualcosa che non va e più vado avanti nella lettura della storia, meno ne trovo. Di storia, intendo. L’ho riletto un’altra volta. E pure una terza, a qualche giorno di distanza, per vedere se mi era sfuggito qualcosa. Ma alla fine tutto quello che mi resta è questa terribile sensazione di non essere io sufficientemente intelligente per capire dove l’autore vuole affondare i suoi colpi migliori: la Rete celebra e incensa il libro e il suo autore come nuovo profeta della nona arte. Vuoi vedere che allora sono veramente io il problema?
Poi m’imbatto in un’intervista dell’autore e nella mia testa comincia a prendere forma quello che già sospettavo. L’autore si dimostra pieno di boria e arroganza intellettualoide, che è esattamente la medesima boria e arroganza riprodotta nel suo libro. Un libro pretenzioso che si traveste da prodotto minimal, carico di significati intrinsechi e nascosti, ma nascosti, nascosti così bene che proprio non ci sono non si vedono. Nella suddetta intervista, l’autore afferma che per la sua opera non bastano quaranta letture per capirla a fondo. Io di sicuro altre 37 possibilità non gliele do: e non perché non “voglia muovere il culo per fare lo sforzo attivo di capire l’autore", ma per il semplice fatto che quello che l’autore lo racconta, lo racconta male. I racconti che compongono l’opera non prendono alcuna direzione, imboccano una strada ma la lasciano a metà e spesso si tratta di situazioni banali e già viste. Cercano di sviscerare un dramma interiore che non esiste. Per quanto riguarda la parte visiva, troviamo uno stile di disegno malandato e sgraziato, che non sarebbe nemmeno un problema, ma lo diventa dal momento in cui non ha alcun gusto estetico. Torniamo a Gipi dell’inizio. LMVDM (per citarne uno) è un’opera di una potenza visiva spaventosa: Gipi gioca con noi, finge di disegnare male, ma ha una delle più forti capacità narrative e compositive degli ultimi quarant’anni e dietro quel suo disegnare male, c’è un universo intero e ancora non del tutto esplorato.
L’impressione avuta da questo “Nessuno mi farà del male” invece è quella di prodotto presuntuoso, che si finge arte, nella sua accezione più alta e filosofica del termine, ma che di fatto arte non è. Del resto la “Merda d’Artista”, sarà pure da Artista, ma sappiamo tutti cos’è realmente.
“Nessuno mi farà del male” è un film coreano sottotitolato in polacco, ma parlato pochissimo. E' una canzone a caso di Vasco LOL Brondi. Un generatore casuale di parole e immagini. L’unica immagine che mi è venuta in mente a monte di tutto ciò, è questa.


E per chiudere questa sonora scarica di bottigliate, che ho dovuto prendere in prestito dal saloon del mio amico Mr. Ford, torniamo all’intervista di cui sopra. L’autore afferma (fortunatamente, penso io) di voler chiudere con il fumetto perché ritiene di aver detto tutto quello che aveva da dire a riguardo. Ora. Si tratta di una scelta personale rispettabilissima, ma sul serio… tutto quello che aveva da dire nel campo del fumetto si limita davvero a questo?
Troppo poco, se vuoi la mia stima.

lunedì 26 settembre 2011

Lonesome Cowboy

E' stato il più importante editore a fumetti in Italia, e probabilmente lo resterà ancora per un bel pezzo. Per quanto io non sia mai stato un fan sfegatato della sua casa editrice, il nostro debito nei suoi confronti non si estinguerà mai.

sabato 24 settembre 2011

Load up on guns

Si diceva giusto ieri di gente che compie vent'anni... Beh, il 24 settembre 1991, esattamente 20 anni fa, usciva il secondo album dei Nirvana, un album che in copertina aveva questo neonato che nuotava verso una banconota da un dollaro. Quell'album era destinato a entrare nella storia della musica: il suo nome è Nevermind. Per il suo compleanno esce un'edizione supermegaultrafico deluxemammamiaèdavveropazzesco che comprende 4 dischi e un botto di roba più o meno già uscita, in maniera più o meno ufficiale. Mi piacerebbe avere qualche aneddoto interessante su questo disco, ma la verità è che nel '91 io di anni ne avevo 9, e di certo i Nirvana non li ascoltavo ancora: li cominciava però ad ascoltare mio fratello. E i Nirvana, insieme a qualsiasi altra cosa avesse il suono di una chitarra elettrica o di una batteria pestata, mi sono entrati in testa con metodi subliminali: del tipo che mentre dopo pranzo me la dormivo della grossa, nella stanza di fianco mio fratello sparava Metallica, Pearl Jam, Smashing Pumpkins, a volume da concerto allo stadio. Ed è così che, come Michela in Segni Particolari Bellissimo, ho assorbito tutto nel sonno. Poi, a distanza di anni, ti risvegli un giorno e non sai bene come ma ti ricordi a memoria, musiche e parole (vabbè, quasi. si fa per dire).

Coraggio, un secco click del tuo mouse/trackpad/penna ottica per... ehr... per... essù, dai, hai capito.


venerdì 23 settembre 2011

Come on and twist a little closer now

Chi almeno una volta non avrebbe voluto essere come Ferris Bueller? Per chi non lo conoscesse, Ferris Bueller’s Day Off, qui in Italia tradotto con il (pessimo) Una pazza giornata di vacanza, è un film di quel geniaccio di John Hughes, con una delle sequenze più shtupentemente belle della storia dell’universo totale globale. Da questo film è stata tratta pure una serie tv, cancellata nel giro di qualche mese che comprendeva nel cast, nei panni della sorella stronza, un'allora sconosciuta Jennifer Aniston.



E sì. Sto proprio parlando della sequenza del museo.

You're still alive, she said

I Pearl Jam celebrano i vent'anni con un film diretto da Cameron Crowe e che è stato presentato il 10 settembre al Toronto International Film Festival.
Pearl Jam Twenty, il titolo della pellicola che ripropone vent'anni di carriera, è stato proiettato 3 giorni fa per una sola notte in alcune città americane. Accompagna il film, una "colonna sonora" di 29 canzoni tratte da esibizioni live e demo sparsi negli anni.
Insomma, come direbbero i Pearl Jam... Olè!




Chi non ha pianto con questo video, è un fan degli Hanson!





EDIT: Il film è stato proiettato a livello mondiale, non solo in America.
In realtà ho sbagliato apposta per non voler ammettere a me stesso di essermelo perso.

giovedì 22 settembre 2011

It's a red sky night and I'm doing alright

Se non facessi lo sceneggiatore (saltuariamente), il disegnatore (raramente) e il cialtrone (praticamente sempre), l’unica altra sola professione che potrei veramente pensare di fare è l’inventore di film sporcaccioni di Sky.
Infatti questo mestiere ti porta ad affrontare nuove sfide tutti i giorni, ci si può infatti trovare a risolvere problematiche delicate. Problematiche come…

"Quando la festa diventa orgia": Eh già, perché a chi non è mai capitato che nel bel mezzo di quelle innocenti feste con il nome sul bicchierino di plastica e i paninetti con la maionese, qualcuno si spogliasse e ti provasse a incoolare?

"Mia moglie da Blackzilla lo prende tutto": E in quel caso se un bestione di colore scuro di 30 metri, e non in altezza, si aggira per la città tutto nudo, se tua moglie si trova nei paraggi, ce la lasci pure senza protestare.

"Cazz Woman": È un aereo, no, è un uccello, no… è Cazz Woman! La paladina dei peni in pericolo: ovunque ci sia un giovane membro della comunità che abbia bisogno di soccors0 (a.k.a. sveltina dura), Cazz Woman sarà lì. Eppure mi sta salendo sospetto che più che un aiuto, questa supereroe ti dia una botta di (potere) cazzo.

"L’Ospizio della Vergogna": Ecco, questo no. Proprio no. Nooooo! Vi prego, vi ho detto no! Strappatemi gli occhi, tagliatemi via le orecchie, fate qualsiasi altra cosa ma non questo!

"Riempiti la bocca": Sì, va bene, ho capito, mangerò di più. Però mi hanno sempre insegnato che non si parla con la bocca piena… Ommiodio, ma non staremo mica parlando di quella cosa lì?!?!? Sì, è quella.

"Alle inglesi piace lungo": Questa cosa mi pare di averla letta anche sulla guida della Gran Bretagna della Lonely Planet, però non sono sicuro, magari vado a controllare…

"Peppina dalla mazza carina": Oh, ma che bella questa bambina! Oh, ma che cosa carina che hai in mezzo a quelle tue gambe muscolose, bella bambina!

E concludiamo con i ricordi di una vita… I lunghi mesi passati nella stiva di una nave diretta a Dakar, le docce durante quella breve permanenza in galera, tutte quelle ore passate in acciaieria, tra le saldatrici e le macchine oleodinamiche, beh, questi sono…
"I Migliori Ani della nostra vita".

mercoledì 21 settembre 2011

All the miles keep getting longer

Io di Manuel Fior non ho mai letto nulla, non tanto per mancanza di fiducia, quanto perché il tipo di prodotto che fa non è quello che mi interessa leggere, così come ad esempio non mi interessa leggere i fumetti bonelli/di. Sta di fatto che quando a luglio, mi si presenta Daniele in redazione e tira fuori questo libro parlandone molto bene, allora finisco ad accettare di leggerlo. Questo è un libro davvero strano, è strano perché ha la capacità di raccontare una storia senza raccontartela per davvero: si parla di una storia d’amore, ma senza vederla. La relazione sentimentale tra Piero e Lucia avviene fuori dalle tavole, avviene in un tempo sospeso che a noi non è dato vedere e che intuiamo solo da alcune frasi, molto spesso anzi dall’esatto opposto: sono infatti proprio i “non detti” o i “non gesti” a rivelarci molto più di quello che Fior ha tracciato sul foglio da disegno. Cinquemila chilometri al secondo, edito da Coconino nel 2010, sono i battiti dei cuori dei protagonisti Lucia e Piero (e di riflesso dell’incognita Nicola): tre giovani alla ricerca dell’amore, ma prima ancora alla ricerca di una identità e di un senso di appartenenza. Ed è proprio questa mancata consapevolezza di sé e incapacità di amare che li porta lontano, a cercare nuovi orizzonti e nuove mete nella speranza di riempire quel buco di solitudine che hanno dentro. Ed è questa forte instabilità emotiva generazionale che porta i personaggi ad allontanarsi: questa incertezza si dimostra essere prima salvifica, liberatoria, ma finisce col trasformarsi nel corso degli anni in un senso di desolazione ed emarginazione. Quando, insomma, passati gli anni, capisci che hai sbagliato tutto e ti senti quel groppo malinconico legato alla gola, puoi provare a tornare indietro, ma nel tuo cuore sai già come andrà a finire. Fior racconta questa storia con garbo e sobrietà: la regia si muove sinuosa tra le vite dei personaggi, come se gli stesse danzando intorno dando a noi spettatori una visuale completa ma allo stesso tempo distante, quasi sfuggente, come se non dovessimo sapere troppo. L’uso dei colori è sapiente, mirato a rafforzare l’effetto emozionale che vuole dare, in base a quanto sta raccontando: si alternano un uso di colori forti e accesi, al limite dell’acido, a colori spenti, morti, tristi, in un caso e nell'altro a sottolineare i passaggi chiave del racconto.
Non so dire se leggerò in futuro altre opere di Fior, magari sì, magari no, però magari la prossima volta che Daniele ripassa in redazione farò finta di aver scordato questo libro nella mia libreria. Dove starà per un bel po’ di tempo, cioè tipo per sempre.

lunedì 12 settembre 2011

Njósnavélin


Ovvero Dello spassoso funerale di mia nonna
Prima di leggere, fai partire la musica, ché tanto la canzone è lunga, il racconto pure e magari ci dai un senso pure al titolo.


Premetto che io, a mia nonna, ci ho voluto un bene dell’anima. Quindi si presuppone che la sua morte sia stata per me un momento difficile. E in effetti il giorno del suo funerale, un martedì, ero davvero molto triste.
Ma essere triste non fu affatto facile.
Questa è una storia con più premesse. E questa è la seconda.
Era il 4 di novembre e io da poco più di un mese, circa, avevo scoperto di avere un’ernia inguinoscrotale destra. Dice: cosa significa? Grazie per averlo chiesto. Significa che la parete che divide gli intestini dagli organi genitali si è sfondata e che quindi gli inquilini del piano di sotto si ritrovano con la terza pallina per il flipper. (Tutta colpa di un trasloco fatto in appena una settimana, ma questa è una storia che mi riserbo per il futuro.)
Il mese dopo avrei dovuto operarmi in una clinica del centro, a due passi da Cadorna (ma anche questa è un’altra storia). Per me, questo dell’ernia, è un argomento che confesso essere piuttosto imbarazzante. Di cui non ho mai parlato volentieri e che solo a sentirlo nominare mi si urtano i nervi.
Vabbè, insomma, sta di fatto che mentre siamo lì davanti alla chiesa di S.Gregorio ad aspettare l’inizio della cerimonia, mi si avvicina una cara collega di mia madre.
E qua tocca fare un’altra premessa.
Mia madre, oggi in pensione, ha lavorato per una vita alla Mondadori, quindi ha molti colleghi giornalisti. La collega in questione arriva direttamente da Mediaset.
Bene e mentre mi si avvicina, io penso che vorrà farmi le condoglianze, si usa così ai funerali, no? “Tu sei Tommaso, il figlio più piccolo, vero?” esordisce “Ho saputo dell’ernia! Ma quindi ti devi operare, eh? Ah, ah… una bella rogna!”
Resto di pietra mentre assumo una tonalità rosso Coca Cola: balbetto qualcosa di sicuramente poco sensato mentre sento mia madre farsi beffe di me con la sua collega.
E mio fratello e la mia ragazza apprezzano, anzi prendono il Menù2, pop-corn jumbo e bicchierone da litro di Fanta: fanno ottoeuroenovanta alla cassa, grazie.
In un modo o nell’altro inizia il funerale… per mia fortuna. Mai avrei pensato di dire una cosa del genere.
Terminata la funzione, c’è quel curioso rito per cui i familiari del defunto/a si mettono in fila davanti ai gradini della chiesa con espressione seria e stringono le mani di tutti o quasi i presenti, tipo capo di stato davanti alla squadra perdente nella finale di coppa del mondo. Di solito c’è anche una zingara che si aggira chiedendo monete.
Ai funerali, non alla finale di coppa del mondo.
Nemmeno noi potevamo essere da meno, perciò prendiamo le medaglie d’argento e cominciamo: di solito si inizia con quei parenti che vedi solo ai matrimoni e ai funerali. Mi preparo a sentire le loro condoglianze, il loro dispiacere incorniciato sui loro visi contriti (non dico che siano falsi, affatto, ma talvolta ho l’impressione che vengano accentuati più del dovuto).
Ma invece mi sbagliavo.
Perché lei è lì che aspetta paziente e coglie la prima occasione per ritornare.
“Allora, tua mamma mi ha raccontato dell’ernia! Com’è successo?!” (ammicca alludendo a qualcosa che non capisco)
Io mi giro allibito verso mio fratello che scoppia a ridere, attendendo solo una mia risposta.
“Ehm… già, sì… deve essere stato quest’estate… con il trasloco…”
I prossimi sono alcuni vecchi amici di famiglia.
“Tua mamma mi ha detto che ti devi operare… ma dove, dove?”
“Io… devo fare… devo fare un’ernia scrotale…”
“Uuuuh, la conosco benissimo, l’ho fatta anche io da giovane, quando avevo XX anni…”
Ed eccomi lì, che mi vedo da fuori a stringere mani con il naso rosso da clown, il sorriso triste e un improbabile accetto emiliano da “venghino siore e siori a vedere lo spettacolo di Gnugny, il pagliaccio con l’ernia”. Mi vedo mentre uno dei giorni più tristi della mia vita si trasforma in una serie di sorrisi imbarazzati e descrizioni di operazioni laparoscopiche oppure “col taglio”. Ogni persona della fila di persone davanti a me ha la sua esperienza personale in materia che non vede l’ora di raccontarmi, con dovizia di dettagli per giunta.
Ormai qualsiasi volume di imbarazzo o dignità ha celebrato il suo funerale privato, perciò ad ogni stretta di mano siamo o io, o mio fratello, a introdurre l’argomento così anche i pochi che non lo sapevano, ora lo sanno.
Intanto mia madre, che l’ha detto al mondo intero, è lì a beccarsi tutte le condoglianze.
Non so dire se mia nonna avrebbe voluto un funerale buffo o se avrebbe preferito qualcosa di più serio. Quello che so è che al mio, di funerale, vorrei che si creasse quell’atmosfera. Non vorrei che ci fossero strette di mano fredde, sorrisi amari ed espressioni accentuate e contrite. Vorrei le risate per l’imbarazzo di un’ernia o qualche altra cosa altrettanto buffa. Io comunque non ci sarò più, il tempo di essere triste ci sarà tutte le volte che vorrai.
Tanto vale ritrovarsi tutti insieme e farsi quattro risate, no?



Detto questo, sto facendo tutti i gesti scaramantici che conosco.

venerdì 2 settembre 2011

Me and my Teddy Bear


E’ il 18 gennaio 1882.
È un mercoledì mattina, freddo e duro come il ghiaccio, il vento nelle campagne inglesi taglia le guance ai pochi sciagurati viandanti mentre nei pressi dell’ospedale di Kilburn nasce Alan, anche se sua madre insiste a volerlo chiamare Alexander, come suo nonno. Convinto dalla moglie, Vince allora lo registra all’anagrafe con il doppio nome: Alan Alexander Milne.
Negli anni successivi Alan si trova catapultato nella scuola privata gestita dal suo stesso padre: fra i numerosi insegnanti, il ragazzo può contare su uno strano signore dai grossi baffoni a manubrio che quando non insegna passa gran parte del suo tempo a scrivere romanzi. Storie fantascientifiche di invasioni aliene, viaggi nel tempo, uomini invisibili e mostri da incubo. Quello strano signore si chiama Herbert George Wells.
Non si sa se Alan prenda da lui la passione per la scrittura, ma una volta trasferitosi al Trinità College di Cambridge, il ragazzo comincia a scrivere per la rivista della scuola, Granta. I suoi pezzi funzionano, sono ben scritti e hanno quella giusta dose di ironia che li rende interessanti e mai banali: Alan li scrive a quattro mani con suo fratello Kenneth.
I due fratelli volano sempre più in alto, al punto da garantirsi le attenzioni della celebre rivista umoristica Punch. È il 1903.
Alan muove i suoi primi passi all’interno timidamente, qualche piccolo scritto che finisce nelle ultime pagine della rivista, ma la sua capacità di scrittura intelligente e di spiccata sensibilità alla lunga viene fuori, cosicché nel giro di tre anni da stretto collaboratore, Alan diventa assistente di redazione.
Alan nel frattempo ha conosciuto Dorothy Daphne de Selincourt, un’adorabile ragazza che ride alle sue battute. Ma c’è una battuta a cui Daphne non ride: è una proposta di matrimonio. È il 1913 quando i due giovani si sposano. Il nuovo secolo è appena cominciato e Alan ha un futuro promettente e glorioso, ma venti di guerra stanno per soffiare sull’Europa e malgrado si proclami pacifista, Alan si ritrova ad entrare nell’esercito di sua Maestà la Regina, come ufficiale del Reggimento Reale del Warwickshire: la Prima Guerra Mondiale lo reclama.

È la sera del 14 febbraio 1919, la festa degli innamorati.
Daphne si guarda allo specchio, seduta davanti alla sua toeletta, mentre si spazzola i lunghi capelli biondo cenere allo specchio pensando con rimpianto al suo Alan e al tempo perduto che la guerra gli sta portando via. Ma qualche minuto più tardi a bussare alla sua porta è proprio Alan: per lui la guerra è finita quella sera. Una malattia debilitante ne ha compromesso in maniera permanente la possibilità di prendere parte a qualsiasi conflitto.
Riprendendosi più alla svelta il tempo perso, Alan e Daphne danno alla luce il loro primo figlio nel 1920. Come Alan, anche suo figlio avrà un doppio nome: Christopher Robin.
Anche la produzione letteraria dell’uomo riprende alacremente schiacciando con vigore il piede sull’acceleratore. Nei successivi cinque anni alterna romanzi ad opere teatrali e a sceneggiature per una neonata industria chiamata cinema che si dice rappresenti il futuro.
Se c’è una cosa che ad Alan piace, è tornare a casa la sera e passare del tempo con suo figlio: il piccolo Christopher Robin ha quasi cinque anni e adora giocare con i suoi pupazzi di pezza. L’ultimo arrivato è il pupazzo di un maialino, regalo di una vecchia zia, che va ad aumentare la fila insieme a un orsacchiotto, un canguro, un asino e una tigre.
Alan è un uomo che ama raccontare, per questo anche in compagnia del figlio non la smette di inventarsi storie e favole e poesie: si convince lentamente di poter provare a scrivere delle opere per ragazzi. Succede così che tra il 1924 e il 1925 Alan pubblica una raccolta di poesie intitolata When we were young e una di racconti brevi intitolata Gallery of Children, illustrati entrambe da E.H. Shepard.
I libri hanno un buon riscontro di pubblico, eppure Alan sa che può fare di più, può fare di meglio: una sera, mentre Christopher Robin in braccio a lui sta facendo volare l’orsacchiotto sopra la sua testa, ha una folle intuizione.

È il 1926.
Alan trascrive le storie raccontate al figlio e riadatta alcune parti estratte dai racconti del libro dell’anno precedente: ne salta fuori il primo libro di una serie per ragazzi che racconta le avventure nel bosco di un bambino inglese di nome Christopher Robin e del suo orsacchiotto di pezza insieme a una tigre, un asino, un canguro e un maialino. Alan chiama la bestiola Edward, ma poco prima che il libro vada in stampa, l’uomo porta il figlio allo zoo di Londra che ospita un cucciolo d’orso chiamato Winnipeg e un cigno di nome Puh. Affascinato di quelle due creature, Christopher Robin chiede quindi al padre di cambiare nome all’orsacchiotto di pezza del libro: fidandosi del figlio, Alan chiama il suo editore e blocca le stampe.
L’orso ha cambiato nome, ora si chiama Winnie-the-puh.
Due anni e una seconda raccolta di poesie (dal titolo Now we Are Six) più tardi, Alan pubblica La strada di Puh, il secondo libro dedicato a quell’orsacchiotto di pezza tanto amato dal figlio. Grazie alla verve narrativa festosa e senza pensieri, alla forza dei personaggi e delle illustrazioni, sempre a carico di Shepard, i due libri di Alan diventano alla svelta dei moderni classici che qualcuno arriva a paragonare ai romanzi di Lewis Carroll.
È proprio in quel momento, all’apice del successo, che Alan annuncia, con grande sorpresa da parte di tutti che quello sarà l’ultimo libro di Puh. Con quest’ultimo titolo Alan Alexander Milne si congeda definitivamente dalla scena letteraria per giovani lettori.
In molti si chiedono il perché di questa scelta, ma Alan la verità se la tiene stretta in petto.
Christopher Robin, suo figlio, sta crescendo in fretta, presto smetterà di giocare con i pupazzi e anche lui non avrà più nessuno a cui raccontare le storie di quell’orso buffo e pasticcione. Winnie-the-puh ormai non gli appartiene più, lo deve lasciare andare, deve diventare grande. La fine della carriera di Alan come scrittore per ragazzi, ne decreta la fine anche come quello di scrittore per adulti e sebbene Punch continui a pubblicare qualcosa di suo, alla fine la collaborazione cesserà del tutto. Nel corso degli anni sono in molti gli editori a chiedere ad Alan nuove storie di Winnie-the-Puh, ma l’uomo si oppone con accanimento e freddezza, nessuno mai racconterà nuove storie su quel personaggio.

È il 1952.
Alan ha settanta anni, è appena stato operato al cervello, così decide di ritirarsi a vita privata in una villa isolata nell’East Sussex. Quattro anni dopo Alan va a dormire e fa uno strano sogno. Sogna infatti suo figlio, all’età di cinque anni, che mano nella mano insieme a Winnie-th-Puh e gli altri pupazzi di pezza lo invita a seguirli nel bosco dove li aspetta un’avventura incredibile. Alan accetta e li segue.
Quel mattino Alan non si sveglierà.

Qualche anno dopo Daphne decide di vendere i diritti di Winnie-the-Puh a un distinto e simpatico signore coi baffetti da sparviero e la parlantina veloce. Quel signore così elegante e affabile si chiama Walt Disney e possiede una delle industrie cinematografiche più importanti del mondo. Nel corso degli anni, la sua azienda trasformerà Winnie-the-Pooh in quello che ad oggi, con i suoi libri, i suoi film d’animazione, gli show televisivi e il merchandise, è il brand in assoluto più redditizio di tutta la compagnia.


I pupazzi originali di Christopher Robin, cioè la versione reale di Tigro, Cangu, Ih-Oh e Pimpy, esposti alla New York Public Library.

giovedì 1 settembre 2011

Cold as Winter//Guns of Summer


L’inverno del disegnatore (Edizioni Tunuè) è un inverno lungo quarant’anni. È l’inverno che appartiene a chi combatte per la propria dignità e si ribella a un meccanismo meschino e disgraziato. Nell’estate del 1957, in pieno regime franchista, i cinque più famosi fumettisti spagnoli dell’epoca, stufi di non veder riconosciuti i diritti per le loro opere, abbandonano la casa editrice per cui lavorano, la storica Bruguera, per fondare una rivista tutta loro, Tio Vivo, di cui detenere tutti i diritti e le proprietà intellettuali del caso.
Paco Roca, che con questo libro ha ottenuto il premio come Miglior Libro e Miglior Sceneggiatura al Salone Internazionale del fumetto di Barcellona 2011, affronta la storia con naturalezza e sensibilità scegliendo una struttura narrativa asciutta ed efficace che si muove costantemente avanti e indietro nel corso dei due anni in cui la vicenda ha luogo. Al di là di ogni retorica da recensione, l’autore di Rughe e Strade di Sabbia esplora i suoi personaggi fino nelle viscere, tirandone fuori il lato più umano, mostrandoli nelle loro debolezze senza farli sembrare mai scontati o inutilmente drammatici. È gente d’altri tempi, gente che viene dalla guerra, dalla scorza dura, con il coraggio di voler cambiare il mondo e con lo stesso coraggio (perché ce ne vuole davvero parecchio) di ritornare all’ovile se il mondo ha finito per cambiare loro.
Roca adotta una messa in scena piuttosto familiare che nella sua semplicità descrive molto chiaramente la situazione di allora così come quella di oggi. Come accade quando i cinque disegnatori vanno insieme al bar, con quello che offre la colazione a tutti, oppure quando scherzano su chi sia più o meno bravo o ancora mentre si lamentano di continuo come pentole di fagioli per i ritardi sui pagamenti o per i mancati diritti. Sono accadimenti naturali che succedevano 54 anni fa, così come succede oggi, al bar sotto casa. Lavoro nel campo dell’editoria per ragazzi da diverso tempo e sono stato anch’io quello che offre la colazione (non è vero. Io sono quello che se la fa offrire. Quello che offre è sempre un altro…) e sono il primo che sta due ore su skype tutti i pomeriggi a ripetere la solita solfa delle condizioni di lavoro come una litania. E di editori pirati ne ho conosciuti alcuni. Squali che non guardano in faccia nessuno, con i loro sorrisi aguzzi, che mentre ti danno la spalla con una pacca, con l’altra mano stanno praticando fisting duro. Parlo soprattutto della realtà che mi è più vicina, quella delle case editrici di libri per ragazzi. Eppure anche nell’ambito del fumetto ho sentito storie molto simili. E infatti la storia dei cinque creatori di Tio Vivo finisce esattamente come te l’aspetti: male. Male perché il ruolo del disegnatore, che pure è quello che dà il pane all’intera casa editrice, è un ruolo considerato marginale. Niente di diverso da chi lavora in una catena di montaggio. E parlare di diritti è fuori luogo come un rutto in chiesa. Perciò chi esce dal seminato, dovrà essere ricondotto nel gregge, con le buone o con le cattive.
Dice: ma se questi editori sono tanto cattivi e non pagano per i diritti, né d’autore, né di ristampa o per le cessioni all’estero, perché non smetti di lavorare per loro? O meglio ancora perché non fargli causa?
Già, bella domanda. In Italia i grossi editori a fumetti si contano sulla punta delle dita, mentre i disegnatori bravi si contano sulla punta delle dita di un millepiedi: e se io dovessi smettere di lavorare per quell’editore oppure addirittura fargli causa, con cosa mangio? Con gli incartamenti degli avvocati? La verità è che hanno il coltello dalla parte del manico: noi siamo quelli che hanno bisogno di lavorare, a loro cambiare un disegnatore non dipinge una sola ombra sul viso. Non è un caso che molti disegnatori italiani lavorino per la Francia, l’Inghilterra o l’America. E mentre il futuro si muove attraverso la rete, fra autoproduzioni, crowdfunding o più semplicemente applicazioni per tablet, la sensazione terribile è che le cose più cambiano e più restano uguali; “la rete non è Che Guevara, anche se si finge tale” dice Caparezza nel suo ultimo disco. È un’accusa rivolta all’ambito musicale, ma che a ben guardare si adatta anche in quello del fumetto.
Sarà bene quindi allacciarsi stretto il cappotto che l’estate è al capolinea e l’inverno, si sa, fa presto ad arrivare.