giovedì 24 novembre 2011

La Fine del Giorno


Si diceva più o meno a quest’altezza di gruppi italiani del nuovo millennio che vale la pena ascoltare (magari poi scriviamo di qualche altra band, va bene?).
Nell’elenco sono presenti anche i Miriam in Siberia e si diceva, sempre in quella sede, che il secondo album sarebbe stato indubbiamente importante per stabilire la loro qualità effettiva.
Ebbene, grazie ai potenti meccanismi della rete, sono stato contattato da Costantino, batterista dei MiS che mi ha gentilmente mandato il disco, Vol. 2, che si fregia di una splendida copertina di Lorenzo LRNZ Ceccotti. E allora andiamo ad analizzarlo: ci tengo a precisare che non sono un esperto di musica, né un tecnico quindi potrei anche dire delle grandissime meeenchiate. Seguo semplicente un gusto personale e per me la faccenda si chiude qua.
Come apprendo dal comunicato stampa, tra le fonti di ispirazione nella scrittura dell’album vengono citati (tra gli altri) Black Keys e Pontiak, due miei gruppi di culto assoluto, soprattutto i primi che nella mia personale classifica asfaltica occupano il primo posto come miglior album del 2010 (Brothers). Sempre nel comunicato stampa si parla di un viaggio psichedelico ‘anni 70 e in effetti quando premo il tasto play dell'Ipod, la sensazione è quella di partire sul serio per un viaggio ipnotico che comincia con il riff di chitarra distorta potente e lisergica di Moog Stomp. Così come per tutto il resto dell’album alla musica fa da contraltare una voce difficile da spiegare. È una voce a tratti quasi respingente, nel senso buono del termine: una voce che si slega dai suoni e va ad affondare i suoi colpi migliori contribuendo a dare un’atmosfera straniante ma magnetica allo stesso tempo. Gli otto pezzi che compongono il disco sono fluidi, si insinuano uno dentro l’altro, dando davvero l’impressione di essere in viaggio e anche la stupenda “I Fiori di Eleusi”, canzone più intimista dell'album, riesci a integrarsi bene.
Dell’influenza dei Black Keys a dire il vero non si sente molto, forse qualcosa alla batteria, ma più l’ascolto più mi vengono in mente (e non so bene per quale motivo) i Ricochets, trio norvegese misconosciuto di qualche anno fa di cui credo di essere l’unico in Italia a possedere i cd originali dei tre album pubblicati. E questo, almeno per me, non è affatto un difetto. Anzi.
Vol. 2, uscito lo scorso 15 novembre, è un lavoro solido, compatto, “cazzuto”, che mostra tutti i passi avanti fatti dai MiS e che credo, malgrado tutto, continuerà a portarsi dietro degli inevitabili paragoni con Verdena e Marlene Kuntz; ciononostante stanno trovando una loro identità ben delineata, a cominciare da un suono decisamente più esterofilo rispetto ai già citati Verdena e Marlene Kuntz. Forse cantare solo in inglese potrebbe pagare di più. Spendo giusto due parole per la qualità della produzione: chiacchierando via mail con Costantino mi faccio spiegare che il disco è stato registrato su una bobina analogica, spedita quindi a uno studio a New York, dove è stato masterizzato su cd e vinile.
In soldoni cosa vuol dire? Vuol dire che si tratta di un'autoproduzione. E a giudicare da come suona sulle mie cuffie Bose (di cui Sì, sono molto fiero), si tratta di autoproduzione di qualità. Mai come in questo senso gruppi e fumettisti emergenti trovano dei punti di contatto: con un mercato globale al collasso e due mercati (quello musicale e quello dell’editoria) che vacillano, pensare di autoprodursi mantenendo degli standard qualitativi discreti non è così folle o dispendioso come lo poteva essere anni fa.
Tiriamo le somme: Vol.2 è indubbiamente uno degli album italiani più interessanti dell’anno, ora non resta che un ultimo, personalissimo, banco di prova: l’esperienza live.
A quando un bel concerto, qui, tra le nebbie milanesi?

Pezzi da ascoltare? La Fine del Giorno e Fede e Ragione

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