martedì 22 novembre 2011

Einstein on the Beach





Ieri sera, 21 novembre, nella squisita cornice del Teatro Dal Verme di Milano si è tenuta la conferenza stampa di John Lasseter, autentica mente dietro i più grandi successi animati targati Pixar. Ieri, cercando di immaginare che tipo di persona fosse Lasseter, mi ero creato in testa l’immagine di un uomo che entra in una stanza e riesce a calamitare l’attenzione generale pur senza fare nulla: una di quelle persone che involontariamente attirano un certo interesse, contornate da un’aurea misteriosa. E invece quando ieri sera, verso le nove e un quarto circa, John Lasseter si presenta sul palco, tutti noi ci troviamo davanti una persona assolutamente normale, con un gusto nel vestire da classico turista americano fregnone con macchina fotografica e pantaloncini testicolari che vedi in piazza S.Marco o tra i Fori Imperiali. Insomma, un cinquantenne assolutamente normale. Ed è proprio questa sua normalità che contrasta con la sua storia: una storia fatta di successi, di idee innovative, di magie animate. Nel corso delle due ore di “lezione”, Lasseter ci parla dei tre capisaldi che rendono un film Pixar, un film Pixar.

La storia. I personaggi. Il mondo circostante.
Alla base di tutto, ovviamente ci deve essere una buona storia: un racconto solido, che sia credibile per chi lo guarda. Attorno a questo nocciolo, viene poi aggiunto un “contorno” di situazioni e gag che nascono nel corso della realizzazione. In questo senso, l’apporto degli story artist, degli storyboarder risulta fondamentale: questa è la fase più “artistica”, più creativa, in cui ognuno dà il suo contributo per dare l’anima alla storia e di conseguenza all’intero film. Questo ci porta dritti dritti al secondo punto: i personaggi. I personaggi devono essere accattivanti: è chiaro, detta in questi termini suona come una banalità (e in effetti lo è.), eppure non bisogna dare per scontata questa regola. La creazione di un personaggio che funzioni bene sullo schermo non è cosa semplice: è un processo complesso che passa attraverso tutta una serie di rifacimenti continui. “Be wrong as fast as you can.” Dice Lasseter. Perché prima avrai sbagliato, prima lo rifarai un’altra volta. E un’altra ancora. E un’altra ancora. Fino a che non ti ritroverai per le mani il personaggio giusto.
Ma storia e personaggi non possono vivere al loro meglio, senza essere calati in un mondo che susciti meraviglia e stupore nello spettatore. Come si nota dalla visione del primo corto in assoluto della Pixar, Luxo Junior, tutto quello che viene inquadrato è lo scorcio di un tavolo: non ci sono movimenti di macchina, non c’è background. C’è solo una base di appoggio per i personaggi: il risultato è una storiella divertente, senza dubbio, ma che paga la scarsità di mezzi realizzativi (si parla del 1986!). Con l’evoluzione della tecnologia, si è stati in grado di comporre dei fondali sempre più ricchi e complessi: ma tutta questa ricchezza non deve mai risultare fine a sé stessa. Dei fondali iperrealistici sono buoni solo per i fan di Norman Rockwell; no, quello che rende magico un mondo è la sua capacità di emozionare. E come fare, quindi? Naturalmente con colori, atmosfere, sensazioni e suggestioni. L’aspetto cromatico assume una valenza tanto importante quanto “inconscia”: facciamo un piccolo esempio. In Wall•E lo stupore principale del nostro robottino sono gli occhi di Eve. Per quale motivo? Perché è la prima volta che lui (e noi con lui) vede il colore blu. Il pianeta terra, sporco, inquinato, lasciato al totale abbandono vive di una monocromia di colori caldi: una vasta gamma dai marroni agli aranci. Lo stesso Wall•E si (con)fonde con l’ambiente e quando entra in scena Eve, con i suoi occhi blu, cambia tutto. Porta sullo schermo una novità cromatica che non esisteva e che stravolgerà la vita del protagonista. In quanti abbiamo fatto caso a questo aspetto? Nessuno, credo. Eppure era sotto gli occhi di tutti noi, era lampante, ma nessuno l’ha notato. L’abbiamo percepito a livello emotivo, sicuramente: ci ha fatto scattare una lampadina in testa, ma non avremmo saputo dire il perché.
Ed ecco in quale modo il mondo attraverso cui si muovono i nostri eroi animati prende letteralmente vita, diventando uno dei protagonisti silenziosi del film.
Passate due orette, così come era entrato John Lasseter si congeda, in modo semplice, normale, come un turista contento delle sue foto ai monumenti italiani. Credo che il suo più grande merito, oltre a quello di essere un’artista con delle idee assolutamente brillanti e originali, sia stato quello da sapersi circondare dalle persone giuste: mi spiego meglio. È vero, da una parte aveva il supporto tecnologico dell’amico Jobs, ma dall’altra ha saputo riunire sotto lo stesso tetto un numero di artisti davvero incredibili. I migliori character designers, i migliori disegnatori di fondali, i migliori sceneggiatori, sono tutti passati di lì e ognuno ha messo il suo mattone in quel monolito che è adesso la Pixar. Un’azienda sana, che si basa sui suoi artisti per ottenere dei risultati, non un’azienda in cui gli artisti sono trattati da operai (come vedo qua in Italia). E questa non è cosa da poco.
In chiusura viene proiettato in anteprima totale globale mondiale un nuovo corto di Toy Story, spassoso, a tal punto che vorrei subito ora immediatamente un Toy Story 4.
Tutti felici, tutti contenti? Nient’affatto. Perché ora si passa al mio lato polemico. Perché di cose che non mi sono piaciute ce ne sono state un bel po’.
Cominciamo dall’organizzazione. Pessima. Sotto ogni punto di vista: una folla era già radunata dalle sette fuori dal teatro (l’evento era previsto per le nove) e prima delle otto non sono state aperte le porte. Anzi, la porta. Già. Perché per permettere un “afflusso controllato”, delle sei porte disponibili, né è stata aperta solo una che faceva passare 10 persone alla volta. Questo ha portato a un pericolosissimo effetto a imbuto, con gente che spintonava a destra e a sinistra (malgrado i numerosi avvisi che sarebbero entrati tutti e che non c’era motivo di spingere). Dopo un quarto d’ora buono di spinte e sodomie da vagone della metropolitana all’ora di punta, si entra a teatro. Dove si fa una seconda fila per ritirare il proprio biglietto: per assistere alla conferenza stampa bisognava registrarsi su internet e ottenere così il proprio invito. Ma ci sono diverse code: quella per chi ha prenotato nel mese di ottobre, quella per chi ha prenotato a novembre, quella di chi non si è ancora registrato, e quella per la stampa. Risultato? Il Caos.
Gente che minaccia di chiamare la polizia e denunciarli (mah…), gente che sbaglia la fila, gente che urla, si lamenta, gente che frega il biglietto di altri… Solo per scoprire che all’ingresso in sala, non controllavano nemmeno se avevi il biglietto o no!
Sopravvissuti, con relativa facilità, a questo ingorgo decidiamo di prendere le cuffie per sentire in presa diretta le parole di Lasseter in italiano lasciando in deposito un documento d’identità. E va bene, conosco l’inglese, ma prendiamole lo stesso, sia mai che mi perda qualche passaggio.
Peccato che all’uscita si formi questa calca inumana di gente che reclama la propria carta d’identità/patente/tesserasanitaria: quattro persone contro quattrocento solo con un tavolo Ikea a dividerle. Anche in questo caso vengo ripetutamente abusato, al punto che quando mi ritrovo piegato a novanta sul tavolo delle cuffie, ne chiedevo ancora. E anche in questo caso urla, schiamazzi, documenti perduti (“signora, SE le ritrovo il documento, glielo spedisco a casa domani…”) e scene indegne persino per i Flintstones.
Che l’affluenza sarebbe stata massiva lo si era intuito da giorni, perché non sono state prese delle contromisure? Eravamo almeno 1500 persone (anche se la questura dice 15. E la sinistra dice un milione e mezzo) in un teatro che ne contiene poco più di 1400. Gente seduta a terra, alla faccia di qualsiasi norma di sicurezza, gente che è rimasta fuori, pur essendosi registrata… insomma un disastro sotto tutti i punti di vista.

E ora proseguiamo questo luuuuunghissimo post con un altro paio di critiche e qualche aneddoto divertente.
- La conferenza/lezione di Lasseter è stata indubbiamente interessante, certo, ma sicuramente non è niente di più di quello che si può trovare in un qualsiasi “Making of”, che ogni appassionato/addetto ai lavori sicuramente possiede, o in dvd o in cartaceo. È un’esperienza che non mi ricapiterà più e forse proprio per questo mi sarei aspettato qualcosa di più approfondito, ma mi rendo conto che probabilmente non era quello il contesto giusto. Per qualsiasi studente di fumetto/disegno/animazione invece è stata una lezione da non dimenticare.

- A inizio serata sale sul palco il presidente della Regione, Roberto Formigoni: si spertica in un lungo discorso che tira in ballo le grotte di Lascaux e una serie di frase retoriche da bar. In conclusione di questo discorso, Maria Grazia Mattei, organizzatrice dell’evento, ci ricorda che siamo in streaming con mezzo mondo e che voi da casa potete far sentire la vostra voce tramite i social network.
Ed è così che sul maxischermo alle sue spalle appare la pagina di Twitter con l’ultimo commento appena lasciato da un utente: “Formigoni? Che tristezza”. Nemmeno la Mattei riesce a trattenere una risata.

- Le domande del pubblico a Lasseter a fine conferenza. Francamente imbarazzanti: su quattro interventi, tre volevano sapere come si fa a entrare in Pixar.
Solo con l’ultima risposta, Lasseter mi fa vedere un po’ di più di quel turista americano in visita a Milano che appare. Con un discorso in cui si sente tutta l’influenza che Steve Jobs ha avuto su di lui, ci spiazza un po’ a tutti. Dice qualcosa del genere “tutti voi qui dentro avete un Mac oppure un Iphone – sarà di parte ma è vero – con cui potete realizzare dei video, che potete caricare su internet e renderli pubblici. Non avete una sola scusa per non realizzare i vostri sogni. Lo dovete semplicemente fare.” E sarà pure banale, ma diavolo, quanto è vero.

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