giovedì 20 ottobre 2011

Blue Spirits

Darwyn Cooke l’ha fatto ancora. È uscito in questi giorni il secondo romanzo a fumetti, tratto dai romanzi a parole di Richard Stark (la “metà oscura” di Donald Westlake) che ha per protagonista Parker. Ora, per chi non lo conosce, Parker rappresenta lo spirito del noir. È l’incarnazione stessa non solo di un genere narrativo, ma di un attitudine, di un modo di vivere che se ne sta all’ombra di un lampione, in quel confine tra luce e buio. Parker travalica lo stereotipo e anzi ne diventa l’archetipo (Westlake ha cominciato a pubblicare i suoi romanzi negli anni ’60, molto dopo i mostri sacri del genere, Hammett e Chandler). Grazie l’operato di Darwyn Cooke, oggi Parker torna a rivivere e a uccidere.
Questo secondo libro, L’Organizzazione, Edizioni BD, ci lascia subito dopo gli eventi con cui si era concluso il primo episodio: ci ritroviamo quindi nella soleggiata Miami nel 1963 la notte in cui il passato bussa (a dire il vero, entra di soppiatto) alla stanza d’albergo di Parker. I toni virano dai grigio-verdastri de Il Cacciatore al blu petrolio di questo secondo volume e la storia s’immerge sempre più nella personalità oscura di Parker. Si è detto di come questo anti-eroe sia la rappresentazione stessa di un mondo, quello del noir e di come in qualche modo di lui sappiamo già tutto perché lo abbiamo già visto in centinaia di altri film e telefilm. Eppure vuoi vedere la sua prossima mossa, tifi per lui pur sapendo che quello che fa è sbagliato.
Allo stesso modo di Cooke sappiamo già molto come autore, la sua produzione è costellata di prodotti di qualità oltre la media, ma a differenza di Parker non sappiamo quale sarà la sua prossima mossa. Così come fa la trama, anche Cooke riprende sì da dove ci aveva lasciato l’ultima volta, ma con una maggiore autorevolezza e controllo sui personaggi. Perché questo autore canadese non resta mai uguale a sé stesso, è in costante miglioramento, alla continua ricerca di nuove soluzioni narrative: sperimenta chiavi di lettura in aperto contrasto con il concetto stesso di fumetto, cambiando il registro grafico, piegandolo a seconda delle esigenze della storia. È l’esempio perfetto a cui tutti noi, sceneggiatori e disegnatori, dovremo rivolgersi sempre. La complessità del trasformare un romanzo di Stark/Westlake aveva creato diverse difficoltà a Cooke già nel primo libro, costringendolo a lunghe didascalie: in questa seconda opera la voglia di risolvere le problematiche legate al mezzo comunicativo a disposizione è forte e traspare in ogni pagina, quasi si fosse reso conto di aver raggiunto i suoi limiti e di doverli ora superare. La sequenza della finta rivista ne è l’esempio perfetto, ma di questo però ne parliamo dopo.

Cooke possiede un senso della regia particolarmente ispirato, frutto della sua vita precedente da storyboarder alla Warner al fianco di Bruce Timm di cui, a livello visivo, è forte debitore. Ai movimenti fluidi della “macchina da presa” si affiancano una storia solida, di quelle che non ne fanno più, e dei dialoghi tesi come corde di violino. Timm è solo una delle tanti fonti da cui Cooke si è abbeverato: nelle tavole di Parker c’è qualcosina di Miller, c’è molto di Breccia ma più di tutti c’è un autore che Cooke ha osservato e studiato per anni. Quell’autore è Will Eisner. E se oggi dovesse esistere un erede del più grande fumettista di tutti i tempi, questi è proprio Darwyn Cooke: e non è un caso che sia stato lui tra il 2006 e il 2008 a scrivere e disegnare, in un ciclo di storie di dodici numeri, la nuova serie dello Spirit, proprio di Eisner. Torniamo ora alla scena della finta rivista. È un mezzo espressivo già utilizzato, vedi Watchmen, ma anche dal già citato Eisner. Eppure in questo caso l’escamotage narrativo funziona a meraviglia, si inserisce con coerenza nel racconto senza risultare scollegato dal resto (come invece lo era in Watchmen).
Questi risultati si ottengono dopo anni di studio e conoscenza degli strumenti a propria disposizione: Cooke, come il suo mentore, è alla continua ricerca e scoperta delle potenzialità del mezzo fumetto. È questo che fa di lui un grande autore: il suo lavoro trasuda amore da ogni segno d’inchiostro delle sue tavole. Non si accontenta, vuole di più, chiede di più. Ottiene delle risposte, ma altrettante domande che forse, chissà, magari risolverà nel prossimo capitolo. Quel che è certo è che quando quel capitolo uscirà, io ci sarò. Perché di gente come Cooke, o come Parker, ce n’è sempre bisogno.

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