venerdì 2 settembre 2011

Me and my Teddy Bear


E’ il 18 gennaio 1882.
È un mercoledì mattina, freddo e duro come il ghiaccio, il vento nelle campagne inglesi taglia le guance ai pochi sciagurati viandanti mentre nei pressi dell’ospedale di Kilburn nasce Alan, anche se sua madre insiste a volerlo chiamare Alexander, come suo nonno. Convinto dalla moglie, Vince allora lo registra all’anagrafe con il doppio nome: Alan Alexander Milne.
Negli anni successivi Alan si trova catapultato nella scuola privata gestita dal suo stesso padre: fra i numerosi insegnanti, il ragazzo può contare su uno strano signore dai grossi baffoni a manubrio che quando non insegna passa gran parte del suo tempo a scrivere romanzi. Storie fantascientifiche di invasioni aliene, viaggi nel tempo, uomini invisibili e mostri da incubo. Quello strano signore si chiama Herbert George Wells.
Non si sa se Alan prenda da lui la passione per la scrittura, ma una volta trasferitosi al Trinità College di Cambridge, il ragazzo comincia a scrivere per la rivista della scuola, Granta. I suoi pezzi funzionano, sono ben scritti e hanno quella giusta dose di ironia che li rende interessanti e mai banali: Alan li scrive a quattro mani con suo fratello Kenneth.
I due fratelli volano sempre più in alto, al punto da garantirsi le attenzioni della celebre rivista umoristica Punch. È il 1903.
Alan muove i suoi primi passi all’interno timidamente, qualche piccolo scritto che finisce nelle ultime pagine della rivista, ma la sua capacità di scrittura intelligente e di spiccata sensibilità alla lunga viene fuori, cosicché nel giro di tre anni da stretto collaboratore, Alan diventa assistente di redazione.
Alan nel frattempo ha conosciuto Dorothy Daphne de Selincourt, un’adorabile ragazza che ride alle sue battute. Ma c’è una battuta a cui Daphne non ride: è una proposta di matrimonio. È il 1913 quando i due giovani si sposano. Il nuovo secolo è appena cominciato e Alan ha un futuro promettente e glorioso, ma venti di guerra stanno per soffiare sull’Europa e malgrado si proclami pacifista, Alan si ritrova ad entrare nell’esercito di sua Maestà la Regina, come ufficiale del Reggimento Reale del Warwickshire: la Prima Guerra Mondiale lo reclama.

È la sera del 14 febbraio 1919, la festa degli innamorati.
Daphne si guarda allo specchio, seduta davanti alla sua toeletta, mentre si spazzola i lunghi capelli biondo cenere allo specchio pensando con rimpianto al suo Alan e al tempo perduto che la guerra gli sta portando via. Ma qualche minuto più tardi a bussare alla sua porta è proprio Alan: per lui la guerra è finita quella sera. Una malattia debilitante ne ha compromesso in maniera permanente la possibilità di prendere parte a qualsiasi conflitto.
Riprendendosi più alla svelta il tempo perso, Alan e Daphne danno alla luce il loro primo figlio nel 1920. Come Alan, anche suo figlio avrà un doppio nome: Christopher Robin.
Anche la produzione letteraria dell’uomo riprende alacremente schiacciando con vigore il piede sull’acceleratore. Nei successivi cinque anni alterna romanzi ad opere teatrali e a sceneggiature per una neonata industria chiamata cinema che si dice rappresenti il futuro.
Se c’è una cosa che ad Alan piace, è tornare a casa la sera e passare del tempo con suo figlio: il piccolo Christopher Robin ha quasi cinque anni e adora giocare con i suoi pupazzi di pezza. L’ultimo arrivato è il pupazzo di un maialino, regalo di una vecchia zia, che va ad aumentare la fila insieme a un orsacchiotto, un canguro, un asino e una tigre.
Alan è un uomo che ama raccontare, per questo anche in compagnia del figlio non la smette di inventarsi storie e favole e poesie: si convince lentamente di poter provare a scrivere delle opere per ragazzi. Succede così che tra il 1924 e il 1925 Alan pubblica una raccolta di poesie intitolata When we were young e una di racconti brevi intitolata Gallery of Children, illustrati entrambe da E.H. Shepard.
I libri hanno un buon riscontro di pubblico, eppure Alan sa che può fare di più, può fare di meglio: una sera, mentre Christopher Robin in braccio a lui sta facendo volare l’orsacchiotto sopra la sua testa, ha una folle intuizione.

È il 1926.
Alan trascrive le storie raccontate al figlio e riadatta alcune parti estratte dai racconti del libro dell’anno precedente: ne salta fuori il primo libro di una serie per ragazzi che racconta le avventure nel bosco di un bambino inglese di nome Christopher Robin e del suo orsacchiotto di pezza insieme a una tigre, un asino, un canguro e un maialino. Alan chiama la bestiola Edward, ma poco prima che il libro vada in stampa, l’uomo porta il figlio allo zoo di Londra che ospita un cucciolo d’orso chiamato Winnipeg e un cigno di nome Puh. Affascinato di quelle due creature, Christopher Robin chiede quindi al padre di cambiare nome all’orsacchiotto di pezza del libro: fidandosi del figlio, Alan chiama il suo editore e blocca le stampe.
L’orso ha cambiato nome, ora si chiama Winnie-the-puh.
Due anni e una seconda raccolta di poesie (dal titolo Now we Are Six) più tardi, Alan pubblica La strada di Puh, il secondo libro dedicato a quell’orsacchiotto di pezza tanto amato dal figlio. Grazie alla verve narrativa festosa e senza pensieri, alla forza dei personaggi e delle illustrazioni, sempre a carico di Shepard, i due libri di Alan diventano alla svelta dei moderni classici che qualcuno arriva a paragonare ai romanzi di Lewis Carroll.
È proprio in quel momento, all’apice del successo, che Alan annuncia, con grande sorpresa da parte di tutti che quello sarà l’ultimo libro di Puh. Con quest’ultimo titolo Alan Alexander Milne si congeda definitivamente dalla scena letteraria per giovani lettori.
In molti si chiedono il perché di questa scelta, ma Alan la verità se la tiene stretta in petto.
Christopher Robin, suo figlio, sta crescendo in fretta, presto smetterà di giocare con i pupazzi e anche lui non avrà più nessuno a cui raccontare le storie di quell’orso buffo e pasticcione. Winnie-the-puh ormai non gli appartiene più, lo deve lasciare andare, deve diventare grande. La fine della carriera di Alan come scrittore per ragazzi, ne decreta la fine anche come quello di scrittore per adulti e sebbene Punch continui a pubblicare qualcosa di suo, alla fine la collaborazione cesserà del tutto. Nel corso degli anni sono in molti gli editori a chiedere ad Alan nuove storie di Winnie-the-Puh, ma l’uomo si oppone con accanimento e freddezza, nessuno mai racconterà nuove storie su quel personaggio.

È il 1952.
Alan ha settanta anni, è appena stato operato al cervello, così decide di ritirarsi a vita privata in una villa isolata nell’East Sussex. Quattro anni dopo Alan va a dormire e fa uno strano sogno. Sogna infatti suo figlio, all’età di cinque anni, che mano nella mano insieme a Winnie-th-Puh e gli altri pupazzi di pezza lo invita a seguirli nel bosco dove li aspetta un’avventura incredibile. Alan accetta e li segue.
Quel mattino Alan non si sveglierà.

Qualche anno dopo Daphne decide di vendere i diritti di Winnie-the-Puh a un distinto e simpatico signore coi baffetti da sparviero e la parlantina veloce. Quel signore così elegante e affabile si chiama Walt Disney e possiede una delle industrie cinematografiche più importanti del mondo. Nel corso degli anni, la sua azienda trasformerà Winnie-the-Pooh in quello che ad oggi, con i suoi libri, i suoi film d’animazione, gli show televisivi e il merchandise, è il brand in assoluto più redditizio di tutta la compagnia.


I pupazzi originali di Christopher Robin, cioè la versione reale di Tigro, Cangu, Ih-Oh e Pimpy, esposti alla New York Public Library.

2 commenti:

Francesco the Pusher Castelli ha detto...

Io Odio winny the pooh, e' un coglione cretino. Pero' l'ultima animazione e' fatta da DIO

Tommaso ha detto...

Fra, i tuoi commenti tecnici, mi lasciano sempre senza parole!