giovedì 1 settembre 2011

Cold as Winter//Guns of Summer


L’inverno del disegnatore (Edizioni Tunuè) è un inverno lungo quarant’anni. È l’inverno che appartiene a chi combatte per la propria dignità e si ribella a un meccanismo meschino e disgraziato. Nell’estate del 1957, in pieno regime franchista, i cinque più famosi fumettisti spagnoli dell’epoca, stufi di non veder riconosciuti i diritti per le loro opere, abbandonano la casa editrice per cui lavorano, la storica Bruguera, per fondare una rivista tutta loro, Tio Vivo, di cui detenere tutti i diritti e le proprietà intellettuali del caso.
Paco Roca, che con questo libro ha ottenuto il premio come Miglior Libro e Miglior Sceneggiatura al Salone Internazionale del fumetto di Barcellona 2011, affronta la storia con naturalezza e sensibilità scegliendo una struttura narrativa asciutta ed efficace che si muove costantemente avanti e indietro nel corso dei due anni in cui la vicenda ha luogo. Al di là di ogni retorica da recensione, l’autore di Rughe e Strade di Sabbia esplora i suoi personaggi fino nelle viscere, tirandone fuori il lato più umano, mostrandoli nelle loro debolezze senza farli sembrare mai scontati o inutilmente drammatici. È gente d’altri tempi, gente che viene dalla guerra, dalla scorza dura, con il coraggio di voler cambiare il mondo e con lo stesso coraggio (perché ce ne vuole davvero parecchio) di ritornare all’ovile se il mondo ha finito per cambiare loro.
Roca adotta una messa in scena piuttosto familiare che nella sua semplicità descrive molto chiaramente la situazione di allora così come quella di oggi. Come accade quando i cinque disegnatori vanno insieme al bar, con quello che offre la colazione a tutti, oppure quando scherzano su chi sia più o meno bravo o ancora mentre si lamentano di continuo come pentole di fagioli per i ritardi sui pagamenti o per i mancati diritti. Sono accadimenti naturali che succedevano 54 anni fa, così come succede oggi, al bar sotto casa. Lavoro nel campo dell’editoria per ragazzi da diverso tempo e sono stato anch’io quello che offre la colazione (non è vero. Io sono quello che se la fa offrire. Quello che offre è sempre un altro…) e sono il primo che sta due ore su skype tutti i pomeriggi a ripetere la solita solfa delle condizioni di lavoro come una litania. E di editori pirati ne ho conosciuti alcuni. Squali che non guardano in faccia nessuno, con i loro sorrisi aguzzi, che mentre ti danno la spalla con una pacca, con l’altra mano stanno praticando fisting duro. Parlo soprattutto della realtà che mi è più vicina, quella delle case editrici di libri per ragazzi. Eppure anche nell’ambito del fumetto ho sentito storie molto simili. E infatti la storia dei cinque creatori di Tio Vivo finisce esattamente come te l’aspetti: male. Male perché il ruolo del disegnatore, che pure è quello che dà il pane all’intera casa editrice, è un ruolo considerato marginale. Niente di diverso da chi lavora in una catena di montaggio. E parlare di diritti è fuori luogo come un rutto in chiesa. Perciò chi esce dal seminato, dovrà essere ricondotto nel gregge, con le buone o con le cattive.
Dice: ma se questi editori sono tanto cattivi e non pagano per i diritti, né d’autore, né di ristampa o per le cessioni all’estero, perché non smetti di lavorare per loro? O meglio ancora perché non fargli causa?
Già, bella domanda. In Italia i grossi editori a fumetti si contano sulla punta delle dita, mentre i disegnatori bravi si contano sulla punta delle dita di un millepiedi: e se io dovessi smettere di lavorare per quell’editore oppure addirittura fargli causa, con cosa mangio? Con gli incartamenti degli avvocati? La verità è che hanno il coltello dalla parte del manico: noi siamo quelli che hanno bisogno di lavorare, a loro cambiare un disegnatore non dipinge una sola ombra sul viso. Non è un caso che molti disegnatori italiani lavorino per la Francia, l’Inghilterra o l’America. E mentre il futuro si muove attraverso la rete, fra autoproduzioni, crowdfunding o più semplicemente applicazioni per tablet, la sensazione terribile è che le cose più cambiano e più restano uguali; “la rete non è Che Guevara, anche se si finge tale” dice Caparezza nel suo ultimo disco. È un’accusa rivolta all’ambito musicale, ma che a ben guardare si adatta anche in quello del fumetto.
Sarà bene quindi allacciarsi stretto il cappotto che l’estate è al capolinea e l’inverno, si sa, fa presto ad arrivare.

1 commento:

Francesco the Pusher Castelli ha detto...

Ciao John Locke! Complimenti, sei migliorata un casino! Ma il mio preferito e' Desmond