lunedì 10 gennaio 2011

Silence is Easy

Avvicinarsi a un’opera come Blacksad non è un compito facile. Richiede calma, delicatezza e pazienza, riflettendo due volte prima di parlare. Il gatto nero di Canales e Guarnido è giunto lo scorso ottobre al quarto capitolo della sua storia, dopo un attesa di circa 5 anni dall’ultimo libro, Anima Rossa.
L’inferno, il Silenzio (edito da Rizzoli) rappresenta un punto di svolta per il detective Blacksad e per i suoi lettori: si cambia città, da New York a New Orleans, ma a cambiare e in maniera significativa è il registro narrativo. Continui salti avanti e indietro nella storia vanno a incastrarsi come i pezzi di un mosaico che si può ammirare solo se visto a una certa distanza. Ma procediamo con ordine: si cita Sartre e la sua idea di inferno all’inizio del volume, una citazione che al momento resta fine a sé stessa, un po’ come l’intera storia. La storia, nella sua banalità, ricorda il primo volume ma al contempo se ne discosta anni luce. “Da qualche parte tra le ombre” è una storia cinica, cupa, dritta come un pugno alla base dello stomaco: non ci sono eroismi, non ci sono principesse, non ci sono happy ending. La linearità della vicenda serve da flusso canalizzatore (grazie Doc per questa definizione) per tutta quella sfera di sentimenti, pulsioni primordiali e animali, non è un caso che i protagonisti siano bestie antropomorfe, che covano in ognuno di noi e che ribollono dentro fino a esplodere. È un omaggio al genere hard boiled americano degli anni ’50 più puro, che diverte pur non arrivando ai maestri del genere, Hammett e Chandler in primis e poi i vari McBain, Ellroy e compagnia cantante. Se nei successivi volumi, “Arctic Nation” e “Anima Rossa” vengono esplorati altri campi e altre tematiche (il razzismo, la guerra e il senso di colpa che lascia) e le storie diventano più complesse, tese, ma sempre con quel fondo di amarezza tipica della solitudine, la semplicità della storia di questo quarto capitolo invece manca di questo tipo di contraltare forte: la tecnica narrativa degli stacchi temporali non funziona così bene, o almeno non ha un grosso impatto emotivo, e richiede una seconda lettura per capirne (e apprezzarne) le sfumature. La stessa trama è facilmente pronosticabile praticamente dalla prima tavola e segue di fatto ogni previsione concludendosi esattamente così come si era immaginato, o quasi.
Si direbbe che tanta attesa non sia stata giustamente ripagata. Si direbbe che Canales stavolta abbia sparato a salve, con una storia che colpisce senza lasciare segni o ricordi. Però… già, c’è un però: a personaggi come Blacksad bisogna dare una seconda possibilità. Bisogna dare del tempo per riprenderci confidenza dopo tanto tempo con li incontri. O forse si tratta solo di un bisogno personale nel non rimanere deluso da un personaggio a cui sono profondamente affezionato. Sta di fatto che rileggendo un’altra volta questa graphic novel l’ho guardata attraverso una nuova luce, l’ho filtrata attraverso quella citazione iniziale apparentemente utile solo come richiamo in quarta di copertina.
“L’inferno sono gli altri. Un’affermazione brillante, ma credo che rifletta più uno stato d’animo che una verità universale”. Scorrendo sotto le dita ogni vignetta, ogni tavola, rileggendo con attenzione e poi spostandosi, guardando da lontano, si può vedere il quadro dell’insieme. Guardando oltre la fragilità della trama messa in piedi, ci si accorge che il tema di questo libro è proprio l’inferno. Cosa viene definito come inferno? Ogni personaggio viene messo di fronte alle sue debolezze, al suo personale inferno: per Little Hand Fletcher il suo inferno sono le droghe? Per Faust Lachapelle è il cancro? Per Blacksad è la morte? E per ME? Cosa è l’inferno per me? Un luogo desolato e fiammeggiante, con dei diavoli mezzi nudi che mi punzecchiano le chiappe? Non credo. Uno stato d’animo, una sensazione di vuoto, l’assenza di qualcuno o qualcosa? Può essere. Sia quello che sia è in questo dettaglio minuscolo che la storia di Canales abbandona la pagina e s’inserisce nel lettore. Se vi va potete scegliere di partire da qua, altrimenti quello che vi resterà sarà una buona storia, senza infamia e senza lode.
Ad arricchire il tutto, ma non c’è nemmeno bisogno di dirlo, è la straordinaria potenza visiva di Juanjo Guarnido, uno che ha strappato le mani a Dio e le usa per trasformare dei segni su carta in opere d’arte. Se penso che i quadri di gente come Fontana vengono custoditi in un museo e pagati a peso d’oro, mentre di questo signore nessuno ne parla, mi sento male. Così come per la storia, anche per i disegni, sempre impeccabili, l’espressione massima del lavoro di Guarnido si concentra sui dettagli, sui secondi piani. Gesti, posture, espressioni, movimenti delle mani: non c’è una sola riga che sia fuori posto, un personaggio, primario o secondario che sia, che non funzioni a meraviglia, un colore inesatto.
Guarnido afferra la perfezione e la fa sua, ogni altra parola è di troppo.

2 commenti:

Danilo ha detto...

corro a comprarlo.

Tommaso ha detto...

Ottima scelta, Sir. Il libro si ripaga solo con la splash page del martedì grasso tra le strade di New Orleans!