giovedì 29 dicembre 2011

Do It

Malgrado le ottime premesse di inizio anno, questo 2011 da un punto musicale non è stato poi così ricco come credevo. Intendiamoci, ci sono state molte piacevoli sorprese, eppure ricordo altri anni nel recente passato in cui sono usciti DAVVERO dei dischi memorabili. Uno su tutti l’omonimo album dei Them Crooked Vultures, superband composta da Josh Homme, John Paul Jones e Dave Grohl. Vabbè, dopotutto si sta parlando del disco più bello degli ultimi dieci anni.

E parliamo quindi dell’ex batterista dei Nirvana che proprio dall’esperienza con un altro gruppo, ha tratto una nuova linfa vitale che esplode nell’eccellente Wasting Light, ultimo lavoro dei suoi Foo Fighters, uscito ad aprile. È un album che dimostra quanto questa band si sia risollevata rispetto alle opache prove di Echoes, Silence, Patience & Grace (2007) e In your Honor (2005) e sia tornata alla ribalta con maggiore convinzione, grinta ed energia. Dave Grohl, che sembrava francamente ormai bollito e adagiato su determinati standard, trova il suo pieno riscatto. Certo, il ritorno ufficiale di Pat Smear nella fila del gruppo (non accadeva da The Colour and the Shape) non è un caso.

Eppure Wasting Light non sale sul podio più alto del mio ipod di quest’anno per una virgola, anzi per un soffio. A strappare il titolo di miglior album del 2011 sul filo di lana sono i Bud Spencer Blues Explosion. Di questi due signori se ne era parlato qua. Do it, che Wikipedia ci informa essere l'acronimo di Dio Odia I Tristi, è il secondo disco della band: un album potente e trascinante fin dal primo ascolto che affida al brano d'apertura, Più del Minimo, il compito di incendiare le casse per farle continuare a bruciare fino alla fine del disco. Ne segue un lavoro maturo, completo, consapevole: limati i piccoli difetti, questo duo porta di un gradino più in alto la musica italiana per intera. Li si era accostati ai Black Keys: ebbene, con quest’album i BSBE li agguantano, mettendosi (quasi) alla pari. Già, perché il duo dell'Ohio con El Camino, uscito a novembre, non sono riusciti a eguagliare quel capolavoro di Brothers (in fondo Brothers è Brothers) e anzi fanno un mezzo passo indietro, anche se ciò non toglie che siano una delle migliori band in circolazione al momento.

Se i Bud Spencer Blues Explosion conquistano così la vetta, facendo scivolare al secondo posto i Foo Fighters, sul gradino più basso del podio ci sale invece Il Sogno Eretico di Caparezza. Nel corso della sua carriera, questo cantautore (perché, pochi discorsi, è un cantautore) è in costante crescita: ogni suo album ha superato il precedente e anche questo non fa eccezione, eseguendo un lavoro di analisi chirurgica, amara e tristemente ironica sull’Italia di oggi.
Bene. E il pezzo ti stai chiedendo? Beh, il pezzo dell’anno è Il giovane Mario, di Rino Gaetano Brunori SaS, ma di lui e di qualche altro gruppo italiano di quelli da sentire almeno una volta nella vita ne riparliamo fra qualche giorno. Promesso.

mercoledì 30 novembre 2011

The Chesnut(t)s time


È il 1964 quando a Jacksonville, Florida, nasce Vic Chesnutt: il bambino di lì a poco tempo viene adottato e si trasferisce con la sua nuova famiglia a Zebulon, in Georgia. Vic non è un bambino come tanti, a cinque anni comincia a comporre le sue prime canzoni e a tredici si dichiara ateo, una convinzione, questa, che non cambierà mai nel corso della sua vita. L’adolescenza di Vic è turbolenta, beve molto e proprio a causa di un eccesso di alcool, a diciotto anni la macchina di Vic perde il controllo sotto le sue stesse mani sbandando e terminando quindi la sua violenta corsa dentro un canale.
Le conseguenze per Vic sono drammatiche e lasciano poco spazio alla speranza. Vic dovrà trascorrere il resto della sua vita su una sedia a rotelle: i suoi arti inferiori sono paralizzati e ha grandissimi problemi anche alle mani, che muove a fatica. Segue un lungo periodo di degenza Vic riesce ancora a muovere qualche parte del suo corpo. Anzi. Riesce a fare persino di più: Vic capisce di essere in grado di suonare la chitarra, seppure si tratti solamente di semplici accordi. Nel tentativo di risollevarsi dal buio in cui è precipitato prende la decisione di trasferirsi ad Athens, per seguire quel sogno di bambino che quel dannato incidente ha azzannato con tanta ferocia. Comincia a leggere molti libri di poesia, da Whitman a Emily Dickinson, ma soprattutto Stevie Smith; queste letture risulteranno poi fondamentali nella struttura delle sue liriche e nelle stesse composizioni musicali, spoglie (in parte dovute anche alla scarsa motilità delle mani) e dirette. Ad Athens si unisce immediatamente alla band dei La-di-das con cui però ha poco successo, infatti un pugno di anni dopo, il gruppo si scioglie; ma Vic continua a suonare, infatti lo si può trovare spesso al 40 Watt Club, ed è proprio lì che lo trova un certo Michael Stipe. Lo stesso Stipe da anni ai primi posti delle classifiche musicali con i suoi R.E.M: il cantante si innamora a tal punto della voce e delle canzoni di Vic che ne diventa il produttore. Escono così nel 1990 il primo album, Little, e l’anno successivo, West of Rome, opera seconda del cantautore.
Sembra andare tutto per il verso giusto, nel 1992 la PBS decide di girare un documentario dal titolo Speed Racer sulla sua storia: fa persino una fugace apparizione nel film Sling Blade di Billy Bob Thorton. La vita sembra sorriderti, finalmente, eh, Vic? E allora cos’è quell’animo oscuro che ti porti dentro? Quel peso che ti stringe il petto di notte, così forte da non farti più respirare? Malgrado l’alcool abbia guidato Vic dentro un canale, quello stesso alcool è quello di cui il cantante non può proprio fare a meno. Insieme all’abuso di droga, diventa un vizio, un’ossessione: le registrazioni del terzo album in studio avvengono tutte in stato di ubriachezza. Non a caso il titolo del disco, uscito nel 1993, è proprio Drunk. In quel periodo a un suicidio fallito, si contano almeno un altro paio di tentativi andati a vuoto: l’unico sollievo deriva dall’assunzione regolare di marijuana: Vic diviene forte sostenitore del consumo a scopo terapeutico di tale droga e insieme all’amico Scott Stuckey scriverà Weed to the Rescue, un pezzo il cui ricavato va alla NORML, organizzazione americana che s’impegna nella liberazione delle droghe leggere. I problemi legati all’alcolismo sembrano risollevarsi ma per un guaio che va, uno ne arriva. Nella fattispecie si tratta di problemi finanziari: le spese mediche dovute alla sua condizione sono troppo alte da sostenere così un pugno di artisti si riunisce per dare alle stampe il disco tributo Sweet Relief II: Gravity of Situation, i cui proventi vanno alla Sweet Relief, un’associazione che si occupa, come nel caso di Vic, di musicisti in difficoltà. Il disco contiene delle cover dei pezzi di Vic, realizzate da superstar del firmamento musicale dai R.E.M., agli Smashing Pumpkins, dai Garbage a Madonna. Tutti uniti per salvare Vic.
La maggior notorietà portata quest'album in termini di pubblico, fa ritrovare a Vic un nuovo entusiasmo che lo vede collaborare con molti gruppi, in particolare quella con i Widespread Panic, band di Athens, con cui incide due album, scrive diverse canzoni e appare nel video di Aunt Avis, girato anche questo da Billy Bob Thornton. Tra il 1998 e il 2007 la sua carriera di cantautore malinconico che usa quei quattro accordi prosegue tra album solisti e altre collaborazioni: dal disco registrato con i Lambchop, a quello in collaborazione con Tina, la sua ex-moglie, fino all’album North Star Deserter che lo vede insieme a Guy Picciotto dei Fugazi, storica band post hardcore a cavallo tra anni ’80 e ’90. Nel 2009 esce il suo nuovo album, At the Cut, e sempre nello stesso anno suona un pezzo nell’album Dark Night of the Soul dei Danger Mouse e Sparklehorse. Per quanto sembri andare tutto alla grande, Vic ha ancora parecchi problemi economici: ci sono almeno cinquantamila dollari non coperti per alcune operazioni chirurgiche. Sembra folle, eppure senza un contratto discografico a cui aggrapparsi, la sua quadriplegia parziale lo rende non assicurabile. Una beffa del sistema sanitario americano che lo vede senza un dollaro in tasca e con il rischio di perdere un rene.
È il 21 dicembre 2009 quando Vic scivola in coma, in seguito a una massiva dose di farmaci rilassanti muscolari: da quel sonno dolce e silenzioso, Vic non si sveglierà mai più. Sono le 14:59 del giorno di Natale. Per chi l’ha sentito suonare, per chi ha rappresentato qualcosa è una perdita dolorosa, troppo fresca per non fare ancora male. Di lui oggi ci resta quell’ironia nera che solo poche persone sanno padroneggiare: uno dei suoi ultimi brani (presente in At the Cut) è Flirted with you all my life, un’immaginaria (?) conversazione con la Morte.
Ho flirtato con te per tutta la vita, ti ho anche baciata una o due volte finora, e giuro che è stato bello, ma evidentemente non ero pronto”.
Non fino a quel 25 dicembre 2009, quando la Morte si è portata via quell’anima romantica e decadente che aveva guardato l’abisso ricambiandone lo sguardo con la dignità di chi sa quando arrendersi.

martedì 29 novembre 2011

Cross out the Eyes

Quando ho saputo che la graphic novel del Cacciatore di Aquiloni è stata nominata tra le migliori graphic novel nella categoria fiction dalla YALSA, la Young Adult Library Service Association, me la sono fatta letteralmente nelle mutande. Vedere un lavoro di cui ho scritto la sceneggiatura (si tratta di un adattamento di un altro, chiaro, ma questo non sminuisce il prodotto) di fianco di gente come Brian Michael Bendis, una delle mie più grandi fonti d'ispirazione, mi commuove in maniera sincera. Lo so, non si tratta dell'Eisner Award, ma nemmeno Roma è stata costruita in un giorno. Forti abbracci e pacche sulle spalle ai miei compagni di avventura, Fabio e Mirka!

giovedì 24 novembre 2011

La Fine del Giorno


Si diceva più o meno a quest’altezza di gruppi italiani del nuovo millennio che vale la pena ascoltare (magari poi scriviamo di qualche altra band, va bene?).
Nell’elenco sono presenti anche i Miriam in Siberia e si diceva, sempre in quella sede, che il secondo album sarebbe stato indubbiamente importante per stabilire la loro qualità effettiva.
Ebbene, grazie ai potenti meccanismi della rete, sono stato contattato da Costantino, batterista dei MiS che mi ha gentilmente mandato il disco, Vol. 2, che si fregia di una splendida copertina di Lorenzo LRNZ Ceccotti. E allora andiamo ad analizzarlo: ci tengo a precisare che non sono un esperto di musica, né un tecnico quindi potrei anche dire delle grandissime meeenchiate. Seguo semplicente un gusto personale e per me la faccenda si chiude qua.
Come apprendo dal comunicato stampa, tra le fonti di ispirazione nella scrittura dell’album vengono citati (tra gli altri) Black Keys e Pontiak, due miei gruppi di culto assoluto, soprattutto i primi che nella mia personale classifica asfaltica occupano il primo posto come miglior album del 2010 (Brothers). Sempre nel comunicato stampa si parla di un viaggio psichedelico ‘anni 70 e in effetti quando premo il tasto play dell'Ipod, la sensazione è quella di partire sul serio per un viaggio ipnotico che comincia con il riff di chitarra distorta potente e lisergica di Moog Stomp. Così come per tutto il resto dell’album alla musica fa da contraltare una voce difficile da spiegare. È una voce a tratti quasi respingente, nel senso buono del termine: una voce che si slega dai suoni e va ad affondare i suoi colpi migliori contribuendo a dare un’atmosfera straniante ma magnetica allo stesso tempo. Gli otto pezzi che compongono il disco sono fluidi, si insinuano uno dentro l’altro, dando davvero l’impressione di essere in viaggio e anche la stupenda “I Fiori di Eleusi”, canzone più intimista dell'album, riesci a integrarsi bene.
Dell’influenza dei Black Keys a dire il vero non si sente molto, forse qualcosa alla batteria, ma più l’ascolto più mi vengono in mente (e non so bene per quale motivo) i Ricochets, trio norvegese misconosciuto di qualche anno fa di cui credo di essere l’unico in Italia a possedere i cd originali dei tre album pubblicati. E questo, almeno per me, non è affatto un difetto. Anzi.
Vol. 2, uscito lo scorso 15 novembre, è un lavoro solido, compatto, “cazzuto”, che mostra tutti i passi avanti fatti dai MiS e che credo, malgrado tutto, continuerà a portarsi dietro degli inevitabili paragoni con Verdena e Marlene Kuntz; ciononostante stanno trovando una loro identità ben delineata, a cominciare da un suono decisamente più esterofilo rispetto ai già citati Verdena e Marlene Kuntz. Forse cantare solo in inglese potrebbe pagare di più. Spendo giusto due parole per la qualità della produzione: chiacchierando via mail con Costantino mi faccio spiegare che il disco è stato registrato su una bobina analogica, spedita quindi a uno studio a New York, dove è stato masterizzato su cd e vinile.
In soldoni cosa vuol dire? Vuol dire che si tratta di un'autoproduzione. E a giudicare da come suona sulle mie cuffie Bose (di cui Sì, sono molto fiero), si tratta di autoproduzione di qualità. Mai come in questo senso gruppi e fumettisti emergenti trovano dei punti di contatto: con un mercato globale al collasso e due mercati (quello musicale e quello dell’editoria) che vacillano, pensare di autoprodursi mantenendo degli standard qualitativi discreti non è così folle o dispendioso come lo poteva essere anni fa.
Tiriamo le somme: Vol.2 è indubbiamente uno degli album italiani più interessanti dell’anno, ora non resta che un ultimo, personalissimo, banco di prova: l’esperienza live.
A quando un bel concerto, qui, tra le nebbie milanesi?

Pezzi da ascoltare? La Fine del Giorno e Fede e Ragione

Something to talk about

Ringrazio tantissimo, ma proprio ma tantissimo, Stefano Balbo, che lo scorso 2 di novembre, in occasione della presentazione a Torino della graphic novel de "Il Cacciatore di aquiloni" mi ha voluto incontrare per una piccola, ma davvero interessante, intervista per Onde Quadre, senza capire che non sono altro che un cialtrone.
In ogni caso, l'ho già detto che lo ringrazio tantissimo? E che l'intervista è proprio interessante?
E allora cosa aspetti a cliccare esattamente su questo puntolino QUA?

martedì 22 novembre 2011

Einstein on the Beach





Ieri sera, 21 novembre, nella squisita cornice del Teatro Dal Verme di Milano si è tenuta la conferenza stampa di John Lasseter, autentica mente dietro i più grandi successi animati targati Pixar. Ieri, cercando di immaginare che tipo di persona fosse Lasseter, mi ero creato in testa l’immagine di un uomo che entra in una stanza e riesce a calamitare l’attenzione generale pur senza fare nulla: una di quelle persone che involontariamente attirano un certo interesse, contornate da un’aurea misteriosa. E invece quando ieri sera, verso le nove e un quarto circa, John Lasseter si presenta sul palco, tutti noi ci troviamo davanti una persona assolutamente normale, con un gusto nel vestire da classico turista americano fregnone con macchina fotografica e pantaloncini testicolari che vedi in piazza S.Marco o tra i Fori Imperiali. Insomma, un cinquantenne assolutamente normale. Ed è proprio questa sua normalità che contrasta con la sua storia: una storia fatta di successi, di idee innovative, di magie animate. Nel corso delle due ore di “lezione”, Lasseter ci parla dei tre capisaldi che rendono un film Pixar, un film Pixar.

La storia. I personaggi. Il mondo circostante.
Alla base di tutto, ovviamente ci deve essere una buona storia: un racconto solido, che sia credibile per chi lo guarda. Attorno a questo nocciolo, viene poi aggiunto un “contorno” di situazioni e gag che nascono nel corso della realizzazione. In questo senso, l’apporto degli story artist, degli storyboarder risulta fondamentale: questa è la fase più “artistica”, più creativa, in cui ognuno dà il suo contributo per dare l’anima alla storia e di conseguenza all’intero film. Questo ci porta dritti dritti al secondo punto: i personaggi. I personaggi devono essere accattivanti: è chiaro, detta in questi termini suona come una banalità (e in effetti lo è.), eppure non bisogna dare per scontata questa regola. La creazione di un personaggio che funzioni bene sullo schermo non è cosa semplice: è un processo complesso che passa attraverso tutta una serie di rifacimenti continui. “Be wrong as fast as you can.” Dice Lasseter. Perché prima avrai sbagliato, prima lo rifarai un’altra volta. E un’altra ancora. E un’altra ancora. Fino a che non ti ritroverai per le mani il personaggio giusto.
Ma storia e personaggi non possono vivere al loro meglio, senza essere calati in un mondo che susciti meraviglia e stupore nello spettatore. Come si nota dalla visione del primo corto in assoluto della Pixar, Luxo Junior, tutto quello che viene inquadrato è lo scorcio di un tavolo: non ci sono movimenti di macchina, non c’è background. C’è solo una base di appoggio per i personaggi: il risultato è una storiella divertente, senza dubbio, ma che paga la scarsità di mezzi realizzativi (si parla del 1986!). Con l’evoluzione della tecnologia, si è stati in grado di comporre dei fondali sempre più ricchi e complessi: ma tutta questa ricchezza non deve mai risultare fine a sé stessa. Dei fondali iperrealistici sono buoni solo per i fan di Norman Rockwell; no, quello che rende magico un mondo è la sua capacità di emozionare. E come fare, quindi? Naturalmente con colori, atmosfere, sensazioni e suggestioni. L’aspetto cromatico assume una valenza tanto importante quanto “inconscia”: facciamo un piccolo esempio. In Wall•E lo stupore principale del nostro robottino sono gli occhi di Eve. Per quale motivo? Perché è la prima volta che lui (e noi con lui) vede il colore blu. Il pianeta terra, sporco, inquinato, lasciato al totale abbandono vive di una monocromia di colori caldi: una vasta gamma dai marroni agli aranci. Lo stesso Wall•E si (con)fonde con l’ambiente e quando entra in scena Eve, con i suoi occhi blu, cambia tutto. Porta sullo schermo una novità cromatica che non esisteva e che stravolgerà la vita del protagonista. In quanti abbiamo fatto caso a questo aspetto? Nessuno, credo. Eppure era sotto gli occhi di tutti noi, era lampante, ma nessuno l’ha notato. L’abbiamo percepito a livello emotivo, sicuramente: ci ha fatto scattare una lampadina in testa, ma non avremmo saputo dire il perché.
Ed ecco in quale modo il mondo attraverso cui si muovono i nostri eroi animati prende letteralmente vita, diventando uno dei protagonisti silenziosi del film.
Passate due orette, così come era entrato John Lasseter si congeda, in modo semplice, normale, come un turista contento delle sue foto ai monumenti italiani. Credo che il suo più grande merito, oltre a quello di essere un’artista con delle idee assolutamente brillanti e originali, sia stato quello da sapersi circondare dalle persone giuste: mi spiego meglio. È vero, da una parte aveva il supporto tecnologico dell’amico Jobs, ma dall’altra ha saputo riunire sotto lo stesso tetto un numero di artisti davvero incredibili. I migliori character designers, i migliori disegnatori di fondali, i migliori sceneggiatori, sono tutti passati di lì e ognuno ha messo il suo mattone in quel monolito che è adesso la Pixar. Un’azienda sana, che si basa sui suoi artisti per ottenere dei risultati, non un’azienda in cui gli artisti sono trattati da operai (come vedo qua in Italia). E questa non è cosa da poco.
In chiusura viene proiettato in anteprima totale globale mondiale un nuovo corto di Toy Story, spassoso, a tal punto che vorrei subito ora immediatamente un Toy Story 4.
Tutti felici, tutti contenti? Nient’affatto. Perché ora si passa al mio lato polemico. Perché di cose che non mi sono piaciute ce ne sono state un bel po’.
Cominciamo dall’organizzazione. Pessima. Sotto ogni punto di vista: una folla era già radunata dalle sette fuori dal teatro (l’evento era previsto per le nove) e prima delle otto non sono state aperte le porte. Anzi, la porta. Già. Perché per permettere un “afflusso controllato”, delle sei porte disponibili, né è stata aperta solo una che faceva passare 10 persone alla volta. Questo ha portato a un pericolosissimo effetto a imbuto, con gente che spintonava a destra e a sinistra (malgrado i numerosi avvisi che sarebbero entrati tutti e che non c’era motivo di spingere). Dopo un quarto d’ora buono di spinte e sodomie da vagone della metropolitana all’ora di punta, si entra a teatro. Dove si fa una seconda fila per ritirare il proprio biglietto: per assistere alla conferenza stampa bisognava registrarsi su internet e ottenere così il proprio invito. Ma ci sono diverse code: quella per chi ha prenotato nel mese di ottobre, quella per chi ha prenotato a novembre, quella di chi non si è ancora registrato, e quella per la stampa. Risultato? Il Caos.
Gente che minaccia di chiamare la polizia e denunciarli (mah…), gente che sbaglia la fila, gente che urla, si lamenta, gente che frega il biglietto di altri… Solo per scoprire che all’ingresso in sala, non controllavano nemmeno se avevi il biglietto o no!
Sopravvissuti, con relativa facilità, a questo ingorgo decidiamo di prendere le cuffie per sentire in presa diretta le parole di Lasseter in italiano lasciando in deposito un documento d’identità. E va bene, conosco l’inglese, ma prendiamole lo stesso, sia mai che mi perda qualche passaggio.
Peccato che all’uscita si formi questa calca inumana di gente che reclama la propria carta d’identità/patente/tesserasanitaria: quattro persone contro quattrocento solo con un tavolo Ikea a dividerle. Anche in questo caso vengo ripetutamente abusato, al punto che quando mi ritrovo piegato a novanta sul tavolo delle cuffie, ne chiedevo ancora. E anche in questo caso urla, schiamazzi, documenti perduti (“signora, SE le ritrovo il documento, glielo spedisco a casa domani…”) e scene indegne persino per i Flintstones.
Che l’affluenza sarebbe stata massiva lo si era intuito da giorni, perché non sono state prese delle contromisure? Eravamo almeno 1500 persone (anche se la questura dice 15. E la sinistra dice un milione e mezzo) in un teatro che ne contiene poco più di 1400. Gente seduta a terra, alla faccia di qualsiasi norma di sicurezza, gente che è rimasta fuori, pur essendosi registrata… insomma un disastro sotto tutti i punti di vista.

E ora proseguiamo questo luuuuunghissimo post con un altro paio di critiche e qualche aneddoto divertente.
- La conferenza/lezione di Lasseter è stata indubbiamente interessante, certo, ma sicuramente non è niente di più di quello che si può trovare in un qualsiasi “Making of”, che ogni appassionato/addetto ai lavori sicuramente possiede, o in dvd o in cartaceo. È un’esperienza che non mi ricapiterà più e forse proprio per questo mi sarei aspettato qualcosa di più approfondito, ma mi rendo conto che probabilmente non era quello il contesto giusto. Per qualsiasi studente di fumetto/disegno/animazione invece è stata una lezione da non dimenticare.

- A inizio serata sale sul palco il presidente della Regione, Roberto Formigoni: si spertica in un lungo discorso che tira in ballo le grotte di Lascaux e una serie di frase retoriche da bar. In conclusione di questo discorso, Maria Grazia Mattei, organizzatrice dell’evento, ci ricorda che siamo in streaming con mezzo mondo e che voi da casa potete far sentire la vostra voce tramite i social network.
Ed è così che sul maxischermo alle sue spalle appare la pagina di Twitter con l’ultimo commento appena lasciato da un utente: “Formigoni? Che tristezza”. Nemmeno la Mattei riesce a trattenere una risata.

- Le domande del pubblico a Lasseter a fine conferenza. Francamente imbarazzanti: su quattro interventi, tre volevano sapere come si fa a entrare in Pixar.
Solo con l’ultima risposta, Lasseter mi fa vedere un po’ di più di quel turista americano in visita a Milano che appare. Con un discorso in cui si sente tutta l’influenza che Steve Jobs ha avuto su di lui, ci spiazza un po’ a tutti. Dice qualcosa del genere “tutti voi qui dentro avete un Mac oppure un Iphone – sarà di parte ma è vero – con cui potete realizzare dei video, che potete caricare su internet e renderli pubblici. Non avete una sola scusa per non realizzare i vostri sogni. Lo dovete semplicemente fare.” E sarà pure banale, ma diavolo, quanto è vero.

venerdì 18 novembre 2011

Big Yellow Taxi

Continuando a copiare imitare trarre ispirazione da Anthony Holden, oggi ho fatto questo disegno.

mercoledì 16 novembre 2011

The Day I tried to live


Il mio amico Franz è il più grande esperto in materia cinematografica che io conosca, ha una cultura in materia che a volte quando ci parlo mi fa a sentire a disagio, io che conosco a malapena Quarto Potere. Sta di fatto che qualche mese fa, all’inizio dell’estate, si riscopre interessato al mondo dei comics così mi chiede consiglio su quale romanzo a fumetti possa leggere (ha da poco scoperto V for Vendetta e lo ha adorato). Avrei potuto dire subito Watchmen o Contratto con Dio o altre pietre angolari del fumetto e invece...
Così, senza pensarci, a bruciapelo, ho detto “…Daytripper.”
Daytripper, edito a inizio anno dalla Planeta DeAgostini, è interamente scritto e disegnato dai gemelli Fábio Moon e Gabriel Bá, di cui si era parlato, o almeno si era parlato di uno dei due, a queste coordinate. Si tratta di un’opera monumentale, vera e onesta, scritta con sincerità e senza alcuna pretesa di rivelare chissà quale verità universale. Suddivisa in 10 capitoli, la storia narra con estrema cura la vita dello scrittore di necrologi Brás de Oliva Domingos focalizzando l’attenzione sui suoi momenti più importanti: però se è vero che ogni giorno si muore un po’ di più, mai come nel caso di Brás questo assioma prende forma. Infatti ogni capitolo ci viene presentato come se quel momento fosse l’ultimo per il nostro protagonista. Infatti al termine di ogni singolo episodio Brás muore. Saltando temporalmente dalla sua infanzia, passando dalla giovinezza per arrivare fino alla vecchiaia (anche se la storia non segue necessariamente quest’ordine cronologico), i fratelli Moon e Bá si immergono nella vita del loro protagonista penetrando così nel profondo della sua essenza al punto in cui ci si ritrova davanti a una persona autentica e non al personaggio di un fumetto. Ci si dimentica insomma di trovarsi in un mondo immaginario, ma di essere lo spettatore di una vita umana, autentica, di un qualcuno che finisci per conoscere così bene da riconoscerti in lui. Brás non è un miliardario che di notte veste un costume da pipistrello, non è un esploratore che gira per il mondo in cerca di tesori, non è un demone alle prese con minacce sovrannaturale. Brás è “solo” un bambino, un ragazzo, un uomo, un anziano come tanti altri, come te. Moon e Bá prendono tutto ciò che di buono avevano cominciato con De:tales (Dettagli - Storie dal Brasile metropolitano – Edizioni Comma 22), loro prima opera, e proseguono il loro percorso di autori dimostrando di saper trattare la materia “umana” nella maniera più schietta possibile. I due gemelli brasiliani infondono tutto il loro amore per il fumetto e per il gusto di raccontare l’animo umano, con una sensibilità leggera e una naturalezza che solo un grande maestro come Will Eisner era stato in grado di dare ai suoi personaggi. Lontani da quel forzato e artefatto autorialismo vagamente snob tipico del fumetto italiano, Moon e Bá a tratteggiano con dolcezza e poesia il quadro di una vita: i protagonisti di Daytripper sono così terribilmente reali che i loro sogni, le loro aspettative, le loro angosce verso il futuro e i rimpianti di ciò che si lasciano alle spalle, le loro illusioni, i loro desideri, i loro dolori sono esattamente i nostri. Brás è così terribilmente vero e umano da far quasi paura. E viene quindi naturale fermarsi a riflettere su sé stessi, sul proprio passato e sul futuro: ad esempio cosa sarebbe successo se da bambino anziché prendere una leggera scossa per aver messo le dita nella presa, fossi morto? Quanti dei miei sogni sarebbero morti prima di realizzarli se morissi oggi, o fra sei anni, oppure fra venti?
Pensieri del genere li ho più o meno tutte le volte che prendo un aereo. Se l’aereo cade, io rientrerò in quel numero di vittime che si sentono al telegiornale, ma il mondo non saprà mai quali erano i miei sogni, le mie speranze. E io cosa ho fatto finora per realizzarle? Realizzarle davvero, intendo. Così ogni volta che scendo dall’aereo sano e salvo, ringrazio un Dio in cui non credo e mi riprometto di impegnarmi di più. Almeno fino al prossimo volo. Ed è in questo senso che Daytripper diventa il racconto delle seconde opportunità: vediamo come sarebbe stata la vita di Brás se fosse vissuto fino a 28 anni, ma anche quello che gli sarebbe accaduto fino ai 41, oppure ai 53, o addirittura solo fino agli 11. In questo libro c’è tutto ciò che passa in mezzo a questa vita in cui passiamo i giorni riempire i nostri cassetti di speranze, calzini, piccole vittorie e grandi sconfitte, preservativi nascosti, momenti felici, passioni, sentimenti, ansie irrisolte, ricordi e qualche batuffolo di polvere. Daytripper è amaro come solo la vita sa essere, è malinconico, forse triste, ma è anche quella lucina calda che alla fine della giornata, dentro al letto con il silenzio attorno e il cuore che ti rimbomba nel petto, ci scalda l’animo e ci dà conforto.




Ah, dimenticavo… Franz mi ha scritto un mese più tardi. 
Era per ringraziarmi di avergli consigliato questo libro. 
E chissà che magari fra qualche anno non tramanderà questo libro anche alla figlia che ha avuto nel frattempo, dopotutto abbiamo imparato che le nostre vite si possono fermare in ogni momento, ma la Vita, quella vera… beh, quella va avanti.

venerdì 11 novembre 2011

He's the one who likes all our pretty songs...

...And He likes to sing along and He likes to shoot his gun, but He knows not what it means.

Ispirato dal lavoro di Anthony Holden, oggi ho disegnato questi.
E a me piacciono.

mercoledì 9 novembre 2011

There is a light that never goes out


...E quella luce è quella degli Smiths di cui si è detto e scritto tanto, ma così tanto che qualsiasi cosa dovessi aggiungere io, sarebbe quantomeno ridondante: limitiamoci a dire che, come dice il mio amico Giuseppe, sono degli dèi.
Hanno influenzato la musica moderna al punto tale che oltre la metà dei gruppi indie attuali, siano essi britannici o americani, ne sono debitori oltre ogni misura. Per non parlare poi di quanti dei loro pezzi siano finiti come colonne sonore di film e serie tv di qualsiasi sorta.
Ma vista tutta questa influenza, proviamo a capire quali sono state le cover più belle venute fuori negli ultimi vent’anni della stratosferica band capitanata da Morrissey... Proviamoci, magari partendo da uno dei pezzi che ti hanno da sempre emozionato duro, più o meno da quando l’hai vista la prima volta al cinema, quando prima del film davano questa pubblicità.

Si sta parlando, ovviamente, di “Please, please, please, let me get what I want”: di questa canzone sono stati in tanti a riproporla, la più recente, mi pare, dai Clayhill, nella colonna sonora dell’intenso This is England
Ma la versione che preferisco è in assoluto è quella dei Deftones: ascoltala e torna qua.

Un altro pezzo di quelli che ti fanno salire su la pelle di cappone è “This Night has opened my Eyes”, rivisitata da quei mostri di bravura degli At the Drive-In. Cedric Bixler Zavala è l’unico la cui voce disperata può davvero competere con il buon Morissey: ascoltala e torna qua.

Deftones, At the Drive-in, molto bene. Ora però cambiamo genere e passiamo al progetto solista di Mike Kinsella, Owen. Kinsella, dei Joan of Arc, acchiappa “Girlfriend in a Coma” e ne toglie tutta la venatura velatamente ironica dell’originale trasformandola in una ballad acoustica perfetta per una colonna sonora da telefilm in un momento commozionante: ascoltala e torna qua.

E sempre in tema di acoustico, non si può non citare la cover della stupenda “The Boy with the Thorn in his Side” di quel vecchio cavallo pazzo di J Mascis, cantante e chitarrista dei Dinosaur Jr. Ascoltala e torna qua.

Mentre ci avviamo rapidamente alla conclusione, ci si imbatte nella cover di “Some girls are bigger than others” che porta la firma degli scapestrati anni ‘90 d’Inghilterra, i Supergrass.
Ascoltala e torna qua.

Tratte dallo stesso album, un disco tributo del 1996, vanno segnalate la cover di “Vicar in a Tutu” dei Therapy? e “Bigmouth strikes again” dei Placebo.
Ascoltale qua e qua e… oh, beh, in realtà queste erano le ultime. Comunque se ti interessa un elenco completo di chi ha coverizzato cosa, allora corri diretto a questo bel link qui!

E con questo è tutto. Almeno, credo.

lunedì 31 ottobre 2011

Nothingman

Con colpevole ritardo mi sono ritrovato la scorsa estate a leggere tutta insieme, tutta di seguito, la serie di 75 numeri di Y: The Last Man ripubblicata di recente da Planeta DeAgostini, dopo la prima edizione della Magic Press. Scritta da Brian K. Vaughan e disegnata da Pia Guerra, questa serie è iniziata nel 2002 e si è conclusa nel già lontano 2007.
Cominciamo da un rapido accenno al plot iniziale: senza alcun (apparente) motivo nel giro di pochi secondi tutte le creature di sesso maschile, quindi uomini e animali, vengono sterminati da una sorta di virus (?). Gli unici a sopravvivere sono Yorick Brown e Ampersand, la sua scimmia cappuccino. Con questi presupposti prende il via una trama intricata, in cui in un mondo di sole donne, Yorick si troverà a intrecciare il proprio destino con quello di 355, agente segreto del Culper Ring, e quello della scienziata Allison Mann. Y: The Last Man è senza dubbio una delle serie a fumetti più interessanti degli ultimi tempi che, pur senza raggiungere le vette stratosferiche di The Walkind Dead o DMZ, si dimostra un perfetto prodotto di intrattenimento carico di misteri, avventure e un sacco di quei bei cliffhanger che ti piacciono tanto. Il protagonista e la sua spalla, la scimmia, funzionano alla grande: il primo, giovane escapista un po’ sfigato con grossi problemi di auto-stima e il secondo, animaletto dispettoso e con grossi problemi scatologici. I due fanno da perno in un mondo di donne in cui c’è chi sopravvive, chi si adatta, chi trova migliore un mondo senza uomini, e chi cerca a tutti costi una salvezza per il genere umano. Salvezza rappresentata da Yorick: chiamato a “ripopolare” il mondo, ma a cui invece interessa unicamente ritrovare il suo amore, Beth, che nel momento del genocidio maschile, si trovava nel deserto australiano di Ayers Rock.
Brian K. Vaughan riesce nel difficile compito di tratteggiare personalità femminili credibili e per nulla scontate, introducendo nelle sue storie temi controversi come la clonazione, cui inevitabilmente si legano problemi di etica e morale: si parla però anche di religione, di amore, di rapporti famigliari, di guerra e di sesso. Nel complesso i meccanismi della storia girano molto bene fino alla conclusione, per quanto inizialmente vengano introdotti alcuni elementi di carattere sovrannaturale (?) che poi vengono invece tralasciati nel corso delle vicende. C’è un tipo di narrazione tutta televisiva, fresca e attenta a creare il giusto hype in attesa del colpo di scena di fine episodio: Y The Last Man sarebbe una perfetta serie tv, con Zachary Levi come protagonista. E non lo cito a caso, il buon Chuck, visto che nella sua stanzetta da nerd campeggia proprio un bel poster di Y: The Last Man. E che dire allora di Hurley, che nel sesto episodio della quinta stagione di Lost, legge il numero 15 (maledetti numeri!) di questa serie? A questo punto ti starai chiedendo: è del tutto casuale questo legame con il mondo telefilmico? No, non lo è. Brian K. Vaughan, oltre a scrivere fumetti, è stato uno degli sceneggiatori del succitato Lost. E proprio a Lost, Y è fortemente debitore sia per la costruzione del narrato sia per la caratterizzazione decisa dei personaggi. E ne è debitore anche nei difetti: come si diceva qua sopra, vengono introdotti alcuni spunti che lascerebbero pensare a tutt’altro svolgimento della trama, ma che vengono invece lasciati nell’oblio senza particolari spiegazioni. Pecche a parte (quale serie – tv e non – ne è esente?), quel che conta è trovarsi di fronte a una serie scritta in maniera impeccabile e ben disegnata. Se tutto questo non ti basta, allora ti ricordo che le copertine sono a opera di Massimo Carnevale. ‘Nuff said.
Y: The Last Man va letto assopuffamente, a costo di rimanere l’ultima persona sulla terra.

giovedì 27 ottobre 2011

Goodbye for now

Basato su un racconto del grandissimo scrittore Robert Bloch, già autore del romanzo Psycho (da cui il vecchio Alfred ha tratto un certo film…), Joe R. Lansdale firma, insieme al fratello, la sceneggiatura di un fumetto intitolato “Distinti Saluti Jack lo Squartatore” e pubblicato a ottobre da GP Publishing.
Una premessa, questa, che sembra preannunciare un piccolo gioiello del genere horror, dopotutto siamo al cospetto di uno dei più forti scrittori contemporanei alle prese con un personaggio entrato di prepotenza nella storia dell’Ottocento e divenuto figura iconica per i successivi centoepassa anni. Ed è forse a causa di tutte queste ricche premesse, che questo lavoro finisce per essere una (mezza) delusione. Di Lansdale, del vero Lansdale, non c’è traccia: i dialoghi dei suoi personaggi, da sempre uno dei suoi maggiori punti di forza, sono quasi del tutto assenti se non in un paio di casi. L’elemento mistery delle vicende è presto detto: Jack lo Squartatore è tornato. Stavolta nella Chicago degli anni ’40. Sulle sue tracce un investigatore inglese, figlio di uno degli ispettori che diedero la caccia di Jack cinquant’anni prima e che ha dedicato la sua vita alla cattura del serial killer. A lui si aggiungono una giovane e determinata giornalista e uno psichiatra. Il plot, seppure accattivante, risulta privo di mordente: la storia di per sé è parecchio telefonata, l’identità del suo assassino e delle sue origini sono facilmente prevedibili e diventa pressoché impossibile provare alcun brivido di mistero o paura per una storia che, visto il tema trattato, dovrebbe suscitarne in gran quantità. Ci sarebbero anche diversi buchi narrativi, ma quelli lasciamoli pure da parte. E il disegno? La visualizzazione è affidata Kevin Colden, che da una parte cerca di ricreare un’atmosfera fredda e distaccata, governata da una linea chiara, pulita, e dall’uso di bianchi e neri, spezzati solo da schizzi di rosso e da alcune macchie di colore grigio-azzurre. Per contro, questo disegnatore si dimostra piuttosto limitato nella scelta delle inquadrature: in almeno ogni tavola c’è un’inquadratura “dal soffitto”, rafforzata da giochi di luci e ombre di milleriana memoria. È un tipo di inquadratura molto efficace e che personalmente amo molto, ma che va usata con il contagocce, altrimenti il rischio è quello di perdere la sua efficacia e il suo effetto drammatico (e infatti alla terza volta questo particolare angolo di ripresa diventa persino noioso). L’altro handicap, se così lo si può definire, è il personaggio principale: Jack lo Squartatore. Su di lui se ne è detto e scritto tanto e tutto quello che poteva essere scritto sul conto del serial killer più celebre del diciannovesimo secolo, lo trovi in From Hell del gran maestro, nonché gran mago e stregone a tempo perso, Alan Moore. Trovarsi inoltre con una alienazione del personaggio, che viene spostato temporalmente e spazialmente, rende ancora più difficoltoso caratterizzarlo a dovere. Jack diventa un mero antagonista presente e non presente, senza quella personalità controversa e psicologicamente complessa che ti aspetti.
A discolpa mi viene da pensare che il racconto originale di Bloch è del 1943 e probabilmente per l’epoca funzionava alla perfezione: oggi, a ben 68 anni di distanza, è una storia invecchiata male, sepolta da anni e anni di horror esoterici e svariate interpretazioni del personaggio.
È davvero un peccato, perché come già sottolineato, lo stile di scrittura di Lansdale è il più fluido che mi sia capitato di leggere: i suoi dialoghi serrati, ironici, astuti e allo stesso tempo taglienti e respingenti, avrebbero potuto ridare lo smalto alle vicende, modernizzandole. La missione, almeno parzialmente è fallita: dopotutto questo autore ci ha abituato a ben altro, quel che resta è un fumetto tutto sommato godibile, senza infamia e senza lode. Fra qualche giorno i fratelli Lansdale escono con l'adattamento a fumetti di un altro romanzo di Bloch, That Hellbound Train (Quel Treno per l'Inferno) edito da IDW: riusciranno a riscattarsi?
Nel frattempo vi porgo
Distinti saluti...

mercoledì 26 ottobre 2011

All around the world

....vabbè, se per mondo intendi tutto quello che sta in mezzo a un raggio di 300 chilometri da Milano. Comunque sia... Si parte sabato 29 ottobre, alla volta di Lucca dove domenica 30, alle ore 12.00, alla sala incontri del Palazzo Ducale, con Fabio Celoni e Mirka Andolfo, ci facciamo quattro chiacchiere sul Cacciatore di Aquiloni. Pigiami tutto per saperne di più.
Si prosegue mercoledì 2 novembre (grattata di palle) a Torino, al Circolo dei Lettori, sempre per fare altre quattro chiacchiere sul Cacciatore di Aquiloni.
Firmerò autografi solo a vergini vestite di organza bianca.

giovedì 20 ottobre 2011

Blue Spirits

Darwyn Cooke l’ha fatto ancora. È uscito in questi giorni il secondo romanzo a fumetti, tratto dai romanzi a parole di Richard Stark (la “metà oscura” di Donald Westlake) che ha per protagonista Parker. Ora, per chi non lo conosce, Parker rappresenta lo spirito del noir. È l’incarnazione stessa non solo di un genere narrativo, ma di un attitudine, di un modo di vivere che se ne sta all’ombra di un lampione, in quel confine tra luce e buio. Parker travalica lo stereotipo e anzi ne diventa l’archetipo (Westlake ha cominciato a pubblicare i suoi romanzi negli anni ’60, molto dopo i mostri sacri del genere, Hammett e Chandler). Grazie l’operato di Darwyn Cooke, oggi Parker torna a rivivere e a uccidere.
Questo secondo libro, L’Organizzazione, Edizioni BD, ci lascia subito dopo gli eventi con cui si era concluso il primo episodio: ci ritroviamo quindi nella soleggiata Miami nel 1963 la notte in cui il passato bussa (a dire il vero, entra di soppiatto) alla stanza d’albergo di Parker. I toni virano dai grigio-verdastri de Il Cacciatore al blu petrolio di questo secondo volume e la storia s’immerge sempre più nella personalità oscura di Parker. Si è detto di come questo anti-eroe sia la rappresentazione stessa di un mondo, quello del noir e di come in qualche modo di lui sappiamo già tutto perché lo abbiamo già visto in centinaia di altri film e telefilm. Eppure vuoi vedere la sua prossima mossa, tifi per lui pur sapendo che quello che fa è sbagliato.
Allo stesso modo di Cooke sappiamo già molto come autore, la sua produzione è costellata di prodotti di qualità oltre la media, ma a differenza di Parker non sappiamo quale sarà la sua prossima mossa. Così come fa la trama, anche Cooke riprende sì da dove ci aveva lasciato l’ultima volta, ma con una maggiore autorevolezza e controllo sui personaggi. Perché questo autore canadese non resta mai uguale a sé stesso, è in costante miglioramento, alla continua ricerca di nuove soluzioni narrative: sperimenta chiavi di lettura in aperto contrasto con il concetto stesso di fumetto, cambiando il registro grafico, piegandolo a seconda delle esigenze della storia. È l’esempio perfetto a cui tutti noi, sceneggiatori e disegnatori, dovremo rivolgersi sempre. La complessità del trasformare un romanzo di Stark/Westlake aveva creato diverse difficoltà a Cooke già nel primo libro, costringendolo a lunghe didascalie: in questa seconda opera la voglia di risolvere le problematiche legate al mezzo comunicativo a disposizione è forte e traspare in ogni pagina, quasi si fosse reso conto di aver raggiunto i suoi limiti e di doverli ora superare. La sequenza della finta rivista ne è l’esempio perfetto, ma di questo però ne parliamo dopo.

Cooke possiede un senso della regia particolarmente ispirato, frutto della sua vita precedente da storyboarder alla Warner al fianco di Bruce Timm di cui, a livello visivo, è forte debitore. Ai movimenti fluidi della “macchina da presa” si affiancano una storia solida, di quelle che non ne fanno più, e dei dialoghi tesi come corde di violino. Timm è solo una delle tanti fonti da cui Cooke si è abbeverato: nelle tavole di Parker c’è qualcosina di Miller, c’è molto di Breccia ma più di tutti c’è un autore che Cooke ha osservato e studiato per anni. Quell’autore è Will Eisner. E se oggi dovesse esistere un erede del più grande fumettista di tutti i tempi, questi è proprio Darwyn Cooke: e non è un caso che sia stato lui tra il 2006 e il 2008 a scrivere e disegnare, in un ciclo di storie di dodici numeri, la nuova serie dello Spirit, proprio di Eisner. Torniamo ora alla scena della finta rivista. È un mezzo espressivo già utilizzato, vedi Watchmen, ma anche dal già citato Eisner. Eppure in questo caso l’escamotage narrativo funziona a meraviglia, si inserisce con coerenza nel racconto senza risultare scollegato dal resto (come invece lo era in Watchmen).
Questi risultati si ottengono dopo anni di studio e conoscenza degli strumenti a propria disposizione: Cooke, come il suo mentore, è alla continua ricerca e scoperta delle potenzialità del mezzo fumetto. È questo che fa di lui un grande autore: il suo lavoro trasuda amore da ogni segno d’inchiostro delle sue tavole. Non si accontenta, vuole di più, chiede di più. Ottiene delle risposte, ma altrettante domande che forse, chissà, magari risolverà nel prossimo capitolo. Quel che è certo è che quando quel capitolo uscirà, io ci sarò. Perché di gente come Cooke, o come Parker, ce n’è sempre bisogno.

venerdì 14 ottobre 2011

Sick, Sick, Sick

Oggi sono di fretta, quindi ho deciso di sperimentare, con uno stile che mi permettesse di velocizzarmi... C'è ancora da lavorarci, ma nel complesso mi pare qualcosa che possa funzionare.



mercoledì 12 ottobre 2011

Questa non è musica, è rumore.


...ovvero i 7 gruppi italiani degli ultimi dieci anni che devi ascoltare almeno una volta nella vita, ma magari pure di più.

Se gli anni ’90 sono stati quelli dei Bluvertigo, dei (primi) Subsonica, dei Marlene Kuntz, degli Afterhours e dei Verdena (che continuano a romper culi), quali sono i gruppi meritevoli di ascolto nel nuovo secolo?

Miriam in Siberia
Questi giovanotti casertani ci sanno fare eccome, i loro pezzi sono esplosioni di rock nervoso e arrabbiato dalla carica che monta brano dopo brano fino allo scoppio di Before the Insane God, canzone (quasi) conclusiva del primo disco. Se riescono a scrollarsi di dosso la forte influenza dei Verdena, a cui assomigliano molto, anzi direi troppo, allora avremo un nuovo gruppo del decennio. Il tempo, e l’imminente secondo album, ci diranno chi avrà ragione e chi no.

The Bastard Sons of Dioniso
Incredibile, ma vero. I tre trentini, che se riesci a pronunciarlo hai vinto una mela della Val di Non, saltano fuori da un talent show che finora ha prodotto spazzatura, buona giusto da dare ai maiali o alle classifiche digitali e di MTv. Eppure i "bastardi" se ne escono due anni fa con un disco ben fatto, che di commerciale ha certo parecchie sfumature ma che riesce a rimanere assolutamente coerente con i lavori precedenti della band. Anzi, ne migliora gli spunti ottenendo un suono vivace, divertente e divertito. Dopo i primi entusiazzi da singolo, l’album è praticamente è passato inosservato, prendendosi insulti dai siti specializzati di musica che lo giudicano troppo pop e prendendosi insulti da chi si aspettava un lavoro alla Finley (LOL). Nel 2011, rescindono il contratto dal colosso Sony e proseguono con un’etichetta indipendente.

Bud Spencer Blues Explosion
Questo duo del Tufello, che già ha dato i natali al “Giggetto regazzino” dello stornello romano, si affaccia sulla scena musicale italiana alla fine di questa decade, ma lo fa in maniera consistente. Con un blues’n’roll potente e accattivante, una sorta di risposta nostrana ai lontani e ben più rodati cugini americani Black Keys, riescono ad attirare l’attenzione delle orecchie e non la mollano fino alla fine del disco, suonato in maniera tecnicamente impeccabile: sono perfettamente capaci di sperimentare e mescolare più generi, spaziando dal folk, al blues, con accenni punk e qualche narcisismo pop. E poco importa se il cantante ha un accento fin troppo marcato (se sentite una “Z”, probabilmente sarà una “S”), questo gruppo suona dannatamente bene.
Pezzi da ascoltare? Hey boy Hey Girl e Mi sento come se.

Il Teatro degli Orrori
Un’estrazione di un dente cariato senza anestesia. Una gettata di sale su una ferita scoperta. Un ago spezzato sotto pelle. Immaginati questo e avrai ottenuto metà della potenza sonora e visiva del gruppo. Insomma, il più memorabile noise rock che puoi trovare nella terra dei cachi. Sotto il nome del gruppo, ritroviamo praticamente tutti gli ex One Dimensional Man/Super Elastic Bubble Plastic. Sia il primo, Dell’Impero delle Tenebre che il secondo album, A Sangue Freddo, stupiscono per l’impatto emotivo in grado di dare: un rock ignorante e casinista ma carico di citazioni (Truffaut, Majakovskij, Ken Saro-Wiwa) che dà il meglio di sé in perfomance live devastanti, di quelle che ne esci coi lividi anche se eri appoggiato in fondo, vicino al mixer (ché quella è la posizione migliore per sentire i concerti).
Pezzi da ascoltare? La canzone di Tom e A sangue freddo.

Marta sui Tubi
Che dire di questo duo di siciliani trapiantati a Bologna? Che quando li ho sentiti alla Salumeria della musica in molti momenti avevo la pelle del cappone a Natale. Che Giovanni Gulino ha la voce più impressionantemente impressionante della musica italiana, superiore persino a quella di John De Leo, ex leader dei Quintorigo. Che questo gruppo non è incasellabile in un nessun genere visto che si passa dal folk al punk al rock al melodico in uno starnuto (prova a cercarli su wikipedia e a far caso in quali e quanti generi vengono etichettati). Al quarto disco della loro carriera, I Marta sui Tubi continuano a sfornare pezzi incredibili, carichi di poesia e sentimento, ma anche di rabbia, ironia, dolore e amore.
Ti sembra poco? No, non lo è.
Pezzi da ascoltare? Perché non pesi niente e Cristiana.

Fratelli Calafuria
Power trio milanese con già due album sulle spalle, sfoderano una verve e una potenza sonora davvero rara. Canzoni a presa rapida, talmente rapida che dopo il primo ascolto, hai voglia di riascoltarlo: ritmi serrati, riff di chitarra martellanti, rock casinista e soprattutto menefreghista fanno da contraltare a testi schizzati, ironici ma non per questo privi di spessore. L’unico motivo per cui non salgono sul gradino più alto di questo scarno podio è il secondo album che fa un mezzo passo indietro rispetto al primo, causa un cambio di formazione. Si alternano infatti alla batteria Giulio Favero del Teatro degli Orrori e Moreno Ussi dei La Crisi, e seppure il risultato sia ottimo, c'è proprio l'impressione di qualcosa fuori posto, figlia probabilmente di un’eccessiva sperimentazione di generi che causa troppa confusione e si perde un po’ per strada.
Pezzi da ascoltare? La Nobile Arte e Cresico Memè.

Ministri
Premettiamo subito che io ai Ministri ci voglio bene e che il mio giudizio è positivamente di parte e che non ammetto risposte contrarie. Se c’è un gruppo che merita la palma di gruppo dell’anno, ma anche del decennio, ma anche di tutti i secoli dei secoli amen, sono proprio loro. Cominciano con il botto nel tardo 2007 con un album da fucilata in fronte per proseguire poi con altri due dischi e un ep che mantengono alta la qualità di musica e testi, malgrado il contestato passaggio a una major. Vicini a me, geograficamente, ma anche anagraficamente, i Ministri hanno un’attitudine nel comporre le canzoni assolutamente nuova, un approccio molto più inglese o americano, senza per questo rinunciare all’italiano come lingua madre. È musica fatta da gente della mia età per gente della mia età e chi ne è fuori, resta fuori. L’attenzione intorno a loro è parecchia, speriamo che non rischi di bruciarli: il “pericolo” è di perdere spontaneità e andare incontro a gusti più commerciali, d’altra parte lo dicono anche loro… il futuro è una trappola.
Pezzi da ascoltare? Abituarsi alla fine e Diritto al tetto.

Il solo modo degno di chiudere questo pezzo è spiegando che Le luci della Centrale Elettrica non sono un gruppo, non lo saranno mai, e Vasco LOL Brondi scrive le canzoni allo stesso modo in cui Bart vince a scarabeo, cioè utilizzando parole come Kwyjibo (uno stupido scimmione pelato del Nord America senza mento e con un pessimo carattere) mentre un emù vicino a lui picchietta il becco sulla chitarra.