mercoledì 6 ottobre 2010

Apocalypse Please

A essere scettici, francamente, non si sbaglia mai. Anzi, quasi mai. È il caso questo di Umbrella Academy: una mini a fumetti di sei numeri, disegnata dall’astro nascente brasiliano Gabriel Bà. E fin qui non ci sarebbe nulla di strano. Se non che ai testi troviamo Gerard Way: un nome che ai più risulterà anonimo: infatti questo nome è ben più conosciuto in un altro ambito, quello musicale. Way è infatti il cantante dei My Chemical Romance, gruppo pop-emo-teen, uno di quei gruppi che “no, cioè noi siamo diversi, siamo ribelli, anzi, ribbelli, noi ci distinguiamo dalla massa con i nostri capelli piastrati e i pirzing in bocca tutti uguali, lasciateci in pace e fateci vivere le nostre emozioni liberamente”. Quando mi sono trovato di fronte in libreria a questo volume, edito in Italia da Magic Press, ne sono stato subito attratto per i disegni convincenti di Bà, che ricordano il Mignola degli inizi, e per una premessa narrativa che non brilla certo per la sua originalità ma che allo stesso tempo insinua una buona dose di curiosità nel lettore. Stupisce leggere in quarta di copertina che questa serie, nel 2008, ha vinto un Eisner Award per la miglior serie limitata: il tarlo di non trovarmi di fronte a una mera operazione di marketing per far vendere a orde di giovani biadesivi piastrati, ormai è entrato nella mia testa. E fortunatamente il tarlo aveva ragione.
La sequenza iniziale si apre con una gomitata atomica volante durante un incontro di wrestling spaziale per poi proseguire poche pagine più tardi e arrivare al giorno in cui la torre Eiffel impazzisce, e scoprire così che lo zombirobot Gustav Eiffel la sta comandando dall’interno. C’è poco da dire o da lamentarsi, il cantante dei My Chemical Romance è un signor scrittore: non ci avrei scommesso nemmeno un euro, eppure ci si trova di fronte ad un’opera divertente, incalzante, ironica e talvolta oscura. La serie regala tratti di grande intrattenimento divertendo senza mai prendersi (troppo) sul serio: gli snodi narrativi sono articolati in maniera intelligente e non mancano nemmeno spunti e riflessioni su i grandi temi della vita (e della morte). Quarantasette donne danno alla luce, senza alcun preavviso, dei figli: di questi, sette, vengono trovati, riuniti sotto lo stesso tetto e allevati dal padre padrone Lord Hargreeves, con un unico scopo, quello cioè di salvare il mondo. Da chi e da cosa non si sa bene di preciso ma i sette bambini, dotati di superpoteri, nel corso della loro vita si confronteranno con il mondo esterno e soprattutto con il mondo interno, quello della loro famiglia. Alla morte del loro padre/mentore Hargreeves i bambini, ora diventati uomini e donne, hanno intrapreso strade diverse che li hanno allontanati, divisi. Ma la vita ci insegna che si può scappare da tutto e da tutti, persino da sé stessi, ma mai dalla propria famiglia: ecco quindi che i protagonisti si troveranno di fronte a un duro faccia a faccia, ognuno con i propri fantasmi e la propria vita da raccontare. La storia di qualsiasi famiglia è fatta di confronti, amori, rivalità e odio e talvolta di indifferenze: e quella de La Suite dell’Apocalisse non fa eccezione. Siamo ancora lontani dalla creazione di un’opera che resterà impressa nella memoria del fumetto, si tratta pur sempre di un esordio che non può che rivelare il suo lato più acerbo, ma con questa miniserie vengono poste le basi di quello che potrebbe rivelarsi uno dei più originali e divertenti sceneggiatori del domani. La morte, i rapporti fra i membri di una famiglia molto allargata, il destino sono i temi che reggono la miniserie, le chine sporche e i colori molto poco saturi contribuiscono insieme alla sceneggiatura a permeare l’atmosfera di una sottile carica di ironica oscurità: un senso dell’umorismo amaro, allo stesso tempo molto fresco ed essenziale, che si racconta con la leggerezza di una nota di violino. Ammetto che forse la scarsa aspettativa iniziale ha contribuito a un maggiore entusiasmo dopo, ma nel complesso, la Suite dell’Apocalisse, è un bel fumetto, ben scritto e ben disegnato che convince e diverte: se Way dovesse tornare alla nona arte, e mi auguro sinceramente che lo faccia presto, sarò indubbiamente uno tra i suoi fan. A meno che questo non voglia dire che dovrò far crescere un bel ciuffo nero corvino da piastrarmi, o piantarmi un piercing sulla lingua: perché allora sì, quello potrebbe essere per davvero l’annuncio di un Apocalisse.