martedì 2 novembre 2010

Perchè volevi il mare, o almeno quel che poco che basta, ma è una delusione come Satana e quasi tutti i giorni di festa

La vita è un’illusione. La felicità, l’emozione di un nuovo incontro, la piccola fiamma che scalda il cuore nelle notti più fredde, sono attimi. Attimi che scivolano fra le mani come granelli di una sabbia troppo sottile per essere afferrata. È questo l’ultimo insegnamento di Jacques Tati, la cui sceneggiatura viene ripresa da Sylvain Chomet e trasformata ne “L’Illusionista”, la sua ultima opera dopo “Appuntamento a Belleville”. Spesso, troppo spesso, sono gli oggetti, un cappotto, un paio di scarpe, a ridarci gioia e speranza in momenti bui, ma il tempo ci coglie nudi, impreparati, di fronte alla verità. La verità che quella felicità è passeggera, è frutto di un’illusione, di un inganno che nessuno ci restituirà più. La galleria di personaggi che attraversano il film vive il riflesso di una società che sta cambiando e che sta tagliando fuori chi resta indietro, chi non ha affronta la realtà preferendo rifugiarsi in un mondo di fantasia: un clown che, al suono dei motivetti del suo circo, cerca il suicidio, senza mai riuscirci. Un burattinaio, uguale al suo burattino, che trova consolazione solo sul fondo della bottiglia. Chi corre, senza fermarsi, sopravvive, tira avanti, strozzando i propri sogni senza guardarsi indietro.
L’illusionista protagonista della pellicola è un uomo ormai sul viale del tramonto, inadatto e fuori dal tempo in cui si trova (come in una beffarda illusione), che si riscopre incapace di calamitare grandi folle ai suoi spettacoli e di essere sorpassato da cantanti dall’andatura ancheggiante e da giovani star del rock che fanno impazzire tutte le giovani londinesi. Senza più un teatro che lo accolga, in compagnia della sua unica spalla, un coniglio ostile e sfuggente, per l’illusionista non resta altra che soluzione che andarsene, alla ricerca di qualche posto che lo accolga, piccoli caffé, pub, teatri di provincia. È proprio in uno di questi luoghi che incontra Alice: la giovane fa le pulizie in un piccolo bar scozzese. Tra i due nasce un’alchimia fatta di silenzi, sguardi, trucchi e sorrisi e quando è il momento di ripartire, alla volta di una Edimburgo che sembra quasi Parigi, l’illusionista la trova al suo fianco, finendo per dividere con lei una piccola stanzetta in uno squallido alberghetto. Lo stupore di un gioco di prestigio, la piccola magia che si crea sotto i riflettori di un palco davanti a una tenda rossa, la voglia di lasciarsi ingannare e di vivere per un solo istante in un mondo dove l’impossibile diventa possibile, sono spariti: a nessuno o quasi interessa più e le poche entrate nelle tasche del protagonista finiscono per essere spese in regali ad Alice. Ma così come il fumo di una candela è destinato a bruciare in breve tempo, anche ogni voglia esaudita e soddisfatta è presto rimpiazzata da un nuovo oggetto del desiderio. Spente le luci di scena, l’illusionista s’improvvisa meccanico pur di far rivivere il sorriso sul volto di Alice ma ogni suo tentativo si rivelerà vano e di corta durata. Gli ottanta minuti scarsi di celluloide ci conducono per mano fino al definitivo raffronto con la realtà: l’umiliazione più grande è quella di mettere in atto la sua arte illusoria a scopo pubblicitario, in una vetrina di un grosso centro commerciale, e infine la scoperta che Alice si vede con un ragazzo della sua stessa età. Bisogna saper abbandonare la partita quando si ha ancora la dignità indosso ed è giusto lasciare che ogni cosa segua il suo corso, accettare con coraggio la sconfitta e farsi da parte. La stessa Alice, ormai lontana dalla giovane ragazza che faceva le pulizie in un gelido pub su un’isola scozzese, non si accorge di quanto sia cambiata fino a quando una fredda notte di pioggia non rientra a casa e si scopre senza difese davanti alla realtà dei fatti. In quel momento assistiamo alla perdita di quell’innocenza giovanile che finora l’ha resa cieca: ora non resta che riprendere la valigia e andarsene sotto braccio con il proprio uomo, senza sapere come andare avanti. L'Illusionista è una presa di coscienza: dei suoi protagonisti, che intrecciando le loro storie, capiscono l'uno che il proprio tempo è finito e l'altra che capisce che il suo tempo sta cominciando e non si può più pensare solo ai propri svaghi.
Chomet imbastisce con poesia una storia difficile, dura, trattandola con i toni di una commedia che pian piano s’incupisce senza perdere di vista la propria vena ironica. La sconfitta di un uomo che, giunto alla vecchiaia, si trova “allo specchio” è trattata con molto rispetto, con la stessa eleganza e sobrietà che si convengono solo ai registi migliori. Sarebbero molte le scene da citare, la moneta dietro l’orecchio, Alice che non si avvede della sua stessa “erede”, l’addio sulla collina, il bassotto a due zampe, la bambina che perde la matita sul treno, che prese singolarmente sono già dei piccoli gioielli, ma che proprio nel loro amalgamarsi traghettano l’opera ad un livello di gran lunga superiore. Siamo ai livelli dei migliori film Pixar, senza però la patina commerciale che questi si trovano a doversi portare appresso. Come sempre nelle opere di Chomet il parlato non ha valore alcuno, anzi è più uno spunto per creare situazioni buffe che non per aiutare a gestire gli snodi narrativi del racconto: quello è tutto delegato all’espressività dei caratteri, alla loro gestualità, le loro posture, ridicole, esagerate ma tremendamente autentiche. La scelta consolidata di un’animazione in 2D, aiutata talvolta da un utilizzo di un 3D su alcuni movimenti di camera, contribuisce al meglio nelle atmosfere così vive eppure così poco sature di colore: i complementari si sfidano in un gioco di ombre e penombre dai tratti grezzi, macchiati e sporchi. Da tempo sostengo che Chomet sia il nuovo Burton: ora, Burton è uno dei miei personali padri spirituali per la sua logica non-sense, ma da anni si è adagiato su degli schemi e dei meccanismi predefiniti. Ormai da lui ci si aspetta un certo tipo di storia, dal look cupo e macabro, con dei personaggi più o meno bizzarri che facciano cose strambe e assurde. Ha perso tutto lo smalto e lo spessore delle sue opere migliori, ha smesso di ricercare per accontentare il grande pubblico. Chomet con la sua intimistica visione del mondo e il suo approccio al racconto, ricorda molto il Burton degli inizi, per lo stessa sensibilità nel trattare le storie e i personaggi, degli out-sider che si trovano a fare i conti con sé stessi e il mondo che li circonda. Fra dieci, quindici anni, magari anche il regista canadese farà lo stesso errore ma per ora è meglio farsi trascinare nelle sue straordinarie opere che pur lasciando un groppo alla gola e un sapore di amaro sulla lingua, ti fanno stare bene, senza la sensazione, a luci accese, di essere stato ingannato dal trucco di un mago.
Del resto, la verità è scritta a chiare lettere sull’ultimo biglietto che l’illusionista lascia ad Alice in quella notte piovosa: Magicians do not exist.

5 commenti:

StarGirl ha detto...

Ho adorato il film, e dopo aver letto questa recensione, ora lo amo ancora di più.

Tommaso ha detto...

Eh, eh, eh! Graziegrazie!

Eva Luna ha detto...

Ho adorato anch'io il film e adoro anche i Ministri, se può interessarti, ottima citazione!

Tommaso ha detto...

Molte grazie, Eva. L'Illusionista è davvero un capolavoro!

Anonimo ha detto...

Non voglio lasciare un commento sul film ma vorrei entrare in contatto con l'autore de libro "Un panda a colori" per comunicazioni di carattere didattico. Sono un'insegnante di scuola primaria e lascio il mio indirizzo di posta elettronica in attesa di ricevere la sua e-mail.
daniela.fina@istruzione.it