martedì 14 settembre 2010

More Human than Human

Robert Kirkman negli ultimi si è imposto nel panorama del fumetto americano e mondiale come uno dei più innovativi sceneggiatori degli ultimi dieci anni. Infatti se gli anni novanta sono stati il trampolino di lancio di un signore britannico che risponde al nome di Garth Ennis, gli anni doppio zero hanno visto la nascita del pacioso Kirkman: esattamente dieci anni fa questo ragazzotto classe ’81 esordiva nel mondo dei fumetti con il delirante Battle Pope, la storia di una papa alcolizzato e violento, autoprodotto dalla sua Funk-O-Tron insieme all’amico Tony Moore. Il ragazzo promette bene, così l’Image Comics lo mette sotto contratto: Kirkman risponde all’appello con il suo folgorante Invicible, che continua tutt’oggi, che riesce nel difficile compito di dare nuova linfa vitale al genere superomistico. Nello stesso anno, il 2003, Kirkman firma, di nuovo in coppia con Moore (e poi con Charlie Adlard), The Walking Dead. Se con Invincible dà prova di essere un autore ispirato, con la saga di Rick Grimes e soci, dimostra di essere fra quel pugno di sceneggiatori da consegnare alla storia. Nelle sue intenzioni, lo sceneggiatore voleva creare “una storia di zombie che non finisse mai”, stufo della tradizione cinematografica che racconta solo uno stralcio della vita dei protagonisti dei film di zombie. Non sai mai come andrà a finire, o cosa succederà dopo. Con Walking Dead il problema non si pone. Raccontare la trama di questa serie è utile tanto quanto mangiarsi un cotechino per dimagrire: dire che si tratti di fumetto solo sugli zombie equivale affermare che Lost sia una serie solo di fantascienza (Remember. Let go. Move On.). C’è molto di più: Rick Grimes, protagonista della serie, cade in coma e tre settimane più tardi, al suo risveglio, il mondo per come lo conosceva lui, e tutto il resto dell’umanità, non esiste più. Attorno a lui solo morte e desolazione. E zombie. In cerca di altri sopravvissuti si dirige ad Atlanta, solo per scoprire che anche nelle grandi città la situazione è la medesima e l’incontro fortuito con Glenn lo porterà a ritrovarsi con un gruppo di superstiti, tra cui la moglie, il figlio e il suo migliore amico. Ben presto la compagine cerca di adattarsi alla nuova vita, con lo spirito di chi si perde tra i boschi per una notte: si vive il brivido dell’avventura ma si sa che per l’appunto di avventura si tratta e che nel giro di un giorno le cose tornano alla normalità. E invece no. Non c’è nessun esercito che entra festeggiando nelle città, non c’è nessun elicottero della protezione civile a tirarci fuori dalla pioggia e dal fango.
Quella di Walking Dead è una parabola della società e di come l’uomo prima nella sua solitudine e poi in mezzo al branco si trovi ad affrontare l’inaffrontabile. La vita di tutti i giorni si trasforma improvvisamente in un incubo cieco, dove ricominciare partendo da zero, anzi, da meno zero. In un mondo sotto sopra bisogna imparare a sopravvivere, a prendere il controllo della propria vita e divenire il capitano della propria anima (e magari anche di quella altrui), talvolta rendendosi conto di quanto prima la vita fosse uno scorrere di giorni uno di fila all’altro. Gli zombie, i vaganti, assurgono al ruolo metaforico di una crisi globale passata inosservata fino a quando non ti è già scoppiata fra le mani, quando ormai è troppo tardi: lo zombie non è come il vampiro, una singola entità in grado sì di far male, ma pur sempre unica. No, gli zombie, sono una massa, un’onda, un’unica gigantesca macchia che non puoi lavare via nemmeno sfregando via la pelle. Lo zombie fa paura come quel barbone che hai sotto casa e non se ne vuole andare: non lo guardi e ne stai alla larga perché hai paura un giorno di diventare come lui, se non peggio. E allora giù botte e fiamme, nella speranza che la sua malattia non infetti anche te o i tuoi cari. Lungo il corso degli eventi l’unica, lucida, illuminazione di Rick Grimes riguardo a sé stesso e ai suoi compagni ci sbatte in faccia la verità: i morti viventi non sono gli altri, gli zombie, no. Sono loro stessi. I sopravvissuti vivono sapendo che nulla li verrà a salvare, che se oggi l’hanno scampata , domani potrebbe non essere lo stesso: vivono in attesa un giorno, vicino o lontano, di divenire anch’essi parte di quell’onda malata fatta di carne marcia e budella spugnose. Ma non basta. Non basta nemmeno sapere che fra chi rimane, c’è chi sa essere più cattivo degli zombie stessi (la scena dello stupro di Mishonne per mano del Governatore è una delle sequenze più sadiche e stilisticamente meglio sceneggiate degli ultimi dieci anni). Ma allora perché gioire nel trovare un rifugio e una nuova casa in un carcere incontrato sulla strada? Dov’è il senso in tutto questo? Istinto di sopravvivenza, certo. Ma è la speranza che tiene accesa l’umanità dei protagonisti di Walking Dead: la speranza di poter anche solo tornare a una parvenza di normalità, godendo di piccoli miracoli quotidiani, come farsi una doccia, cambiarsi d’abito, persino ascoltare musica. La speranza, a volte ingenua, a volte invece così vicina, di vedere di fronte a sé un futuro: non importa quale sarà, l’importante è lottare per conquistarlo. Fosse pure soltanto per un giorno in più.

P.S. In Italia la serie è pubblicata dall’ottima Salda Press che proprio grazie al successo di Walking Dead ha dedicato un’intera sezione a tema zombiesco pubblicando anche Fragile e Raise the Dead. A ottobre in America, e a novembre in Italia, uscirà sul canale AMC la serie tv tratta proprio da Walking Dead: le premesse ci sono tutte, e tutte di grande spessore. Frank Darabont e lo stesso Kirkman (che nel frattempo è diventato uno dei soci dell’Image) come produttori e sceneggiatori, il primo firma la regia anche del primo dei sei episodi da un’ora che completano la prima serie (le riprese della seconda stagione, già confermata, avranno luogo a febbraio del prossimo anno). Nel team di sceneggiatori e registi figurano nomi importanti nel mondo del piccolo schermo, molti dei quali provengono da eccellenti serie come The Shield, Breaking Bad e Dexter.

3 commenti:

Francesco the Pusher Castelli ha detto...

MA NON CI SONO FIGURE!

Tommaso ha detto...

Dimenticavo che non sai leggere, Fra! Prometto di mettere qualche figura la prossima volta!

Francesco the Pusher Castelli ha detto...

Grazie!