mercoledì 7 aprile 2010

Un Dernier Verre (Pour La Route)

Ci sono storie capaci di insinuarsi lentamente dentro di noi. Si annidano nelle zone più nascoste della nostra coscienza e si fermano lì, senza inutili clamori o maremoti emotivi: sono quelle storie che credi di leggere molto velocemente ma poi, a distanza di giorni, settimane mesi rispuntano fuori. Senza un come o un perché. Magari mentre stai stendendo il bucato della sera prima, oppure mentre stai sentendo una canzone e fuori il sole spunta da un banco di nuvole. È in quei momenti che quelle storie ti assalgono, ti colgono alla sprovvista e ti lasciano lì, congelato, in attimi di splendida immobilità e nemmeno ti accorgi che stai sorridendo o stai pensando a uno dei tuoi più cari ricordi d’infanzia. È con questa premessa che accolgo le opere di Shaun Tan.
La mia storia con questo autore risale a qualche anno fa: una delle prime volte che andai a Barcellona, trovai in una libreria The Lost Thing: mi colpì per la cura del dettaglio in ogni singola pagina, dalla copertina, passando per i risguardi, il frontespizio, la quarta di copertina. La storia poi, in inglese, era fresca, ricolma di un immaginario avvolgente, capace di catapultarti all’interno delle pagine, di farti sentire uno degli oggetti smarriti del titolo. Ritornato in Italia ho provato a cercare qualcosa di suo in libreria ma sembrava che, proprio come i suoi racconti, Shaun Tan fosse uno di quei sogni che svaniscono nel dormiveglia. Fino a un paio di anni fa. In libreria infatti uscì “L’approdo”: ed è stato il successo. Per una semplice ragione: Shaun Tan sa scrivere storie per bambini che per bambini non sono. Sono storie tenere, delicate, intrise di quella leggerezza malinconica, che si posa come un velo invisibile sul lettore. Un adulto si spoglia di qualsiasi differenza rispetto ad un bambino davanti a questo libro, ritorna a un’età indefinita. E allora senza utilizzare le parole l’autore ci racconta di un uomo che lascia tutto per trovare tutto. Poi basta dire che è una graphic novel, anzi UN graphic novel (…) e allora l’attenzione dell’universo si catalizza sul prodotto: ma questa è una mia lotta personale sulla terminologia moderna che non c’entra con questa opera che si merita qualsiasi attenzione possibile. Recentemente è uscita l’edizione italiana di “The Lost Thing”, “Oggetti smarriti” che inaspettatamente contiene un altro racconto: “L’albero rosso”, una perla di rara bellezza surreale. “Piccole storie di periferia”, edito in Italia da Rizzoli è invece una raccolta di racconti brevi che miscelano parole e immagini come solo pochi autori riescono a fare: ci sono un bufalo indiano in fondo alla strada, un esserino di nome Eric, viaggi pericolosi e oltreconfine (quale poi il confine, in un mondo di immaginazione?), tartarughe da salvare e altro ancora.

C’è odore di ricordi in queste storie. Odore di nostalgia. Odore della muffa in cantina. Avrei davvero voluto leggere questi libri da bambino, anche se forse leggerli ora mi ha riportato indietro di vent’anni, mi ha riportato alle mie estati in campagna dove non c’era altro da fare che leggere o giocare a pallone e la sera attorno c’erano solo buio e cavallette.
Un’ambientazione perfetta per un racconto di Shaun Tan.

2 commenti:

Colei che... ha detto...

Shaun Tan ha "stregato" anche me... ho letto prima "L'approdo", e poi "Oggetti smarriti", nell'edizione italiana. Entrambi bellissimi, immaginifici, surreali, romantici. Bellissimi gli sfondi di "Oggetti smarriti", fatti con i ritagli di vecchi libri di ingegnieria... :) E fantastica e' l'atmosfera de "L'approdo"... ;)

Per il resto, il tuo "profilo" e' trai migliori che ho letto! ;) Ciao!

Tommaso Valsecchi ha detto...

Grazie mille!!!!