venerdì 3 dicembre 2010

Run for your Life

Anche se ci ho perso dietro quasi un anno e mezzo di lavoro fra la sceneggiatura e tutto quello che è successo dopo.
Anche se il mio nome non appare nell'articolo.
Anche se il mio nome non apparirà in copertina.
Anche se il mio nome appare in piccolo, tipo scritte legali, all'interno del volume.

Di QUESTO lavoro, un pezzetto del merito è anche mio. E me lo prendo di diritto.

mercoledì 10 novembre 2010

...And we drove every nail of that old coffin for the trench.

Questa è una vecchia storia che per molto tempo si è nascosta tra le pagine della mia Moleskine e che dopo mille indecisioni, ho deciso di pubblicare...
A me ha sempre fatto sorridere.















martedì 2 novembre 2010

Perchè volevi il mare, o almeno quel che poco che basta, ma è una delusione come Satana e quasi tutti i giorni di festa

La vita è un’illusione. La felicità, l’emozione di un nuovo incontro, la piccola fiamma che scalda il cuore nelle notti più fredde, sono attimi. Attimi che scivolano fra le mani come granelli di una sabbia troppo sottile per essere afferrata. È questo l’ultimo insegnamento di Jacques Tati, la cui sceneggiatura viene ripresa da Sylvain Chomet e trasformata ne “L’Illusionista”, la sua ultima opera dopo “Appuntamento a Belleville”. Spesso, troppo spesso, sono gli oggetti, un cappotto, un paio di scarpe, a ridarci gioia e speranza in momenti bui, ma il tempo ci coglie nudi, impreparati, di fronte alla verità. La verità che quella felicità è passeggera, è frutto di un’illusione, di un inganno che nessuno ci restituirà più. La galleria di personaggi che attraversano il film vive il riflesso di una società che sta cambiando e che sta tagliando fuori chi resta indietro, chi non ha affronta la realtà preferendo rifugiarsi in un mondo di fantasia: un clown che, al suono dei motivetti del suo circo, cerca il suicidio, senza mai riuscirci. Un burattinaio, uguale al suo burattino, che trova consolazione solo sul fondo della bottiglia. Chi corre, senza fermarsi, sopravvive, tira avanti, strozzando i propri sogni senza guardarsi indietro.
L’illusionista protagonista della pellicola è un uomo ormai sul viale del tramonto, inadatto e fuori dal tempo in cui si trova (come in una beffarda illusione), che si riscopre incapace di calamitare grandi folle ai suoi spettacoli e di essere sorpassato da cantanti dall’andatura ancheggiante e da giovani star del rock che fanno impazzire tutte le giovani londinesi. Senza più un teatro che lo accolga, in compagnia della sua unica spalla, un coniglio ostile e sfuggente, per l’illusionista non resta altra che soluzione che andarsene, alla ricerca di qualche posto che lo accolga, piccoli caffé, pub, teatri di provincia. È proprio in uno di questi luoghi che incontra Alice: la giovane fa le pulizie in un piccolo bar scozzese. Tra i due nasce un’alchimia fatta di silenzi, sguardi, trucchi e sorrisi e quando è il momento di ripartire, alla volta di una Edimburgo che sembra quasi Parigi, l’illusionista la trova al suo fianco, finendo per dividere con lei una piccola stanzetta in uno squallido alberghetto. Lo stupore di un gioco di prestigio, la piccola magia che si crea sotto i riflettori di un palco davanti a una tenda rossa, la voglia di lasciarsi ingannare e di vivere per un solo istante in un mondo dove l’impossibile diventa possibile, sono spariti: a nessuno o quasi interessa più e le poche entrate nelle tasche del protagonista finiscono per essere spese in regali ad Alice. Ma così come il fumo di una candela è destinato a bruciare in breve tempo, anche ogni voglia esaudita e soddisfatta è presto rimpiazzata da un nuovo oggetto del desiderio. Spente le luci di scena, l’illusionista s’improvvisa meccanico pur di far rivivere il sorriso sul volto di Alice ma ogni suo tentativo si rivelerà vano e di corta durata. Gli ottanta minuti scarsi di celluloide ci conducono per mano fino al definitivo raffronto con la realtà: l’umiliazione più grande è quella di mettere in atto la sua arte illusoria a scopo pubblicitario, in una vetrina di un grosso centro commerciale, e infine la scoperta che Alice si vede con un ragazzo della sua stessa età. Bisogna saper abbandonare la partita quando si ha ancora la dignità indosso ed è giusto lasciare che ogni cosa segua il suo corso, accettare con coraggio la sconfitta e farsi da parte. La stessa Alice, ormai lontana dalla giovane ragazza che faceva le pulizie in un gelido pub su un’isola scozzese, non si accorge di quanto sia cambiata fino a quando una fredda notte di pioggia non rientra a casa e si scopre senza difese davanti alla realtà dei fatti. In quel momento assistiamo alla perdita di quell’innocenza giovanile che finora l’ha resa cieca: ora non resta che riprendere la valigia e andarsene sotto braccio con il proprio uomo, senza sapere come andare avanti. L'Illusionista è una presa di coscienza: dei suoi protagonisti, che intrecciando le loro storie, capiscono l'uno che il proprio tempo è finito e l'altra che capisce che il suo tempo sta cominciando e non si può più pensare solo ai propri svaghi.
Chomet imbastisce con poesia una storia difficile, dura, trattandola con i toni di una commedia che pian piano s’incupisce senza perdere di vista la propria vena ironica. La sconfitta di un uomo che, giunto alla vecchiaia, si trova “allo specchio” è trattata con molto rispetto, con la stessa eleganza e sobrietà che si convengono solo ai registi migliori. Sarebbero molte le scene da citare, la moneta dietro l’orecchio, Alice che non si avvede della sua stessa “erede”, l’addio sulla collina, il bassotto a due zampe, la bambina che perde la matita sul treno, che prese singolarmente sono già dei piccoli gioielli, ma che proprio nel loro amalgamarsi traghettano l’opera ad un livello di gran lunga superiore. Siamo ai livelli dei migliori film Pixar, senza però la patina commerciale che questi si trovano a doversi portare appresso. Come sempre nelle opere di Chomet il parlato non ha valore alcuno, anzi è più uno spunto per creare situazioni buffe che non per aiutare a gestire gli snodi narrativi del racconto: quello è tutto delegato all’espressività dei caratteri, alla loro gestualità, le loro posture, ridicole, esagerate ma tremendamente autentiche. La scelta consolidata di un’animazione in 2D, aiutata talvolta da un utilizzo di un 3D su alcuni movimenti di camera, contribuisce al meglio nelle atmosfere così vive eppure così poco sature di colore: i complementari si sfidano in un gioco di ombre e penombre dai tratti grezzi, macchiati e sporchi. Da tempo sostengo che Chomet sia il nuovo Burton: ora, Burton è uno dei miei personali padri spirituali per la sua logica non-sense, ma da anni si è adagiato su degli schemi e dei meccanismi predefiniti. Ormai da lui ci si aspetta un certo tipo di storia, dal look cupo e macabro, con dei personaggi più o meno bizzarri che facciano cose strambe e assurde. Ha perso tutto lo smalto e lo spessore delle sue opere migliori, ha smesso di ricercare per accontentare il grande pubblico. Chomet con la sua intimistica visione del mondo e il suo approccio al racconto, ricorda molto il Burton degli inizi, per lo stessa sensibilità nel trattare le storie e i personaggi, degli out-sider che si trovano a fare i conti con sé stessi e il mondo che li circonda. Fra dieci, quindici anni, magari anche il regista canadese farà lo stesso errore ma per ora è meglio farsi trascinare nelle sue straordinarie opere che pur lasciando un groppo alla gola e un sapore di amaro sulla lingua, ti fanno stare bene, senza la sensazione, a luci accese, di essere stato ingannato dal trucco di un mago.
Del resto, la verità è scritta a chiare lettere sull’ultimo biglietto che l’illusionista lascia ad Alice in quella notte piovosa: Magicians do not exist.

mercoledì 6 ottobre 2010

Apocalypse Please

A essere scettici, francamente, non si sbaglia mai. Anzi, quasi mai. È il caso questo di Umbrella Academy: una mini a fumetti di sei numeri, disegnata dall’astro nascente brasiliano Gabriel Bà. E fin qui non ci sarebbe nulla di strano. Se non che ai testi troviamo Gerard Way: un nome che ai più risulterà anonimo: infatti questo nome è ben più conosciuto in un altro ambito, quello musicale. Way è infatti il cantante dei My Chemical Romance, gruppo pop-emo-teen, uno di quei gruppi che “no, cioè noi siamo diversi, siamo ribelli, anzi, ribbelli, noi ci distinguiamo dalla massa con i nostri capelli piastrati e i pirzing in bocca tutti uguali, lasciateci in pace e fateci vivere le nostre emozioni liberamente”. Quando mi sono trovato di fronte in libreria a questo volume, edito in Italia da Magic Press, ne sono stato subito attratto per i disegni convincenti di Bà, che ricordano il Mignola degli inizi, e per una premessa narrativa che non brilla certo per la sua originalità ma che allo stesso tempo insinua una buona dose di curiosità nel lettore. Stupisce leggere in quarta di copertina che questa serie, nel 2008, ha vinto un Eisner Award per la miglior serie limitata: il tarlo di non trovarmi di fronte a una mera operazione di marketing per far vendere a orde di giovani biadesivi piastrati, ormai è entrato nella mia testa. E fortunatamente il tarlo aveva ragione.
La sequenza iniziale si apre con una gomitata atomica volante durante un incontro di wrestling spaziale per poi proseguire poche pagine più tardi e arrivare al giorno in cui la torre Eiffel impazzisce, e scoprire così che lo zombirobot Gustav Eiffel la sta comandando dall’interno. C’è poco da dire o da lamentarsi, il cantante dei My Chemical Romance è un signor scrittore: non ci avrei scommesso nemmeno un euro, eppure ci si trova di fronte ad un’opera divertente, incalzante, ironica e talvolta oscura. La serie regala tratti di grande intrattenimento divertendo senza mai prendersi (troppo) sul serio: gli snodi narrativi sono articolati in maniera intelligente e non mancano nemmeno spunti e riflessioni su i grandi temi della vita (e della morte). Quarantasette donne danno alla luce, senza alcun preavviso, dei figli: di questi, sette, vengono trovati, riuniti sotto lo stesso tetto e allevati dal padre padrone Lord Hargreeves, con un unico scopo, quello cioè di salvare il mondo. Da chi e da cosa non si sa bene di preciso ma i sette bambini, dotati di superpoteri, nel corso della loro vita si confronteranno con il mondo esterno e soprattutto con il mondo interno, quello della loro famiglia. Alla morte del loro padre/mentore Hargreeves i bambini, ora diventati uomini e donne, hanno intrapreso strade diverse che li hanno allontanati, divisi. Ma la vita ci insegna che si può scappare da tutto e da tutti, persino da sé stessi, ma mai dalla propria famiglia: ecco quindi che i protagonisti si troveranno di fronte a un duro faccia a faccia, ognuno con i propri fantasmi e la propria vita da raccontare. La storia di qualsiasi famiglia è fatta di confronti, amori, rivalità e odio e talvolta di indifferenze: e quella de La Suite dell’Apocalisse non fa eccezione. Siamo ancora lontani dalla creazione di un’opera che resterà impressa nella memoria del fumetto, si tratta pur sempre di un esordio che non può che rivelare il suo lato più acerbo, ma con questa miniserie vengono poste le basi di quello che potrebbe rivelarsi uno dei più originali e divertenti sceneggiatori del domani. La morte, i rapporti fra i membri di una famiglia molto allargata, il destino sono i temi che reggono la miniserie, le chine sporche e i colori molto poco saturi contribuiscono insieme alla sceneggiatura a permeare l’atmosfera di una sottile carica di ironica oscurità: un senso dell’umorismo amaro, allo stesso tempo molto fresco ed essenziale, che si racconta con la leggerezza di una nota di violino. Ammetto che forse la scarsa aspettativa iniziale ha contribuito a un maggiore entusiasmo dopo, ma nel complesso, la Suite dell’Apocalisse, è un bel fumetto, ben scritto e ben disegnato che convince e diverte: se Way dovesse tornare alla nona arte, e mi auguro sinceramente che lo faccia presto, sarò indubbiamente uno tra i suoi fan. A meno che questo non voglia dire che dovrò far crescere un bel ciuffo nero corvino da piastrarmi, o piantarmi un piercing sulla lingua: perché allora sì, quello potrebbe essere per davvero l’annuncio di un Apocalisse.

giovedì 30 settembre 2010

Maggie's Farm

Ah! Ve li ricordate quei cari vecchi film di una volta? Quando prima di uscire ci mettevamo il completo buono, e ci passavamo chili di frizione per capelli in testa? Quando per qualche nichelino potevi vedere due spettacoli e persino il notiziario...

martedì 21 settembre 2010

Hero of the Day

Da questa settimana potete trovare in libreria l'ottavo capitolo dei Supereroi, scritto da me... insieme a Geronimo Stilton, ovviamente! Se invece siete dei pigroni, potete anche acquistarlo on-line qua, dove potete anche leggervi prima un estratto del libro! La copertina è di quel magico trio che risponde ai nomi di Giuseppe Facciotto, Flavio Ferron e Daniele Verzini!



Tutti i diritti sono di proprietà esclusiva di PIEMME.

venerdì 17 settembre 2010

I love you, I'm gonna blow up your school

Tempere al guazzo, matitaccia e acquarello su carta riciclata....



No, okay, sono sincero: ArtRage e Photoshop.

martedì 14 settembre 2010

More Human than Human

Robert Kirkman negli ultimi si è imposto nel panorama del fumetto americano e mondiale come uno dei più innovativi sceneggiatori degli ultimi dieci anni. Infatti se gli anni novanta sono stati il trampolino di lancio di un signore britannico che risponde al nome di Garth Ennis, gli anni doppio zero hanno visto la nascita del pacioso Kirkman: esattamente dieci anni fa questo ragazzotto classe ’81 esordiva nel mondo dei fumetti con il delirante Battle Pope, la storia di una papa alcolizzato e violento, autoprodotto dalla sua Funk-O-Tron insieme all’amico Tony Moore. Il ragazzo promette bene, così l’Image Comics lo mette sotto contratto: Kirkman risponde all’appello con il suo folgorante Invicible, che continua tutt’oggi, che riesce nel difficile compito di dare nuova linfa vitale al genere superomistico. Nello stesso anno, il 2003, Kirkman firma, di nuovo in coppia con Moore (e poi con Charlie Adlard), The Walking Dead. Se con Invincible dà prova di essere un autore ispirato, con la saga di Rick Grimes e soci, dimostra di essere fra quel pugno di sceneggiatori da consegnare alla storia. Nelle sue intenzioni, lo sceneggiatore voleva creare “una storia di zombie che non finisse mai”, stufo della tradizione cinematografica che racconta solo uno stralcio della vita dei protagonisti dei film di zombie. Non sai mai come andrà a finire, o cosa succederà dopo. Con Walking Dead il problema non si pone. Raccontare la trama di questa serie è utile tanto quanto mangiarsi un cotechino per dimagrire: dire che si tratti di fumetto solo sugli zombie equivale affermare che Lost sia una serie solo di fantascienza (Remember. Let go. Move On.). C’è molto di più: Rick Grimes, protagonista della serie, cade in coma e tre settimane più tardi, al suo risveglio, il mondo per come lo conosceva lui, e tutto il resto dell’umanità, non esiste più. Attorno a lui solo morte e desolazione. E zombie. In cerca di altri sopravvissuti si dirige ad Atlanta, solo per scoprire che anche nelle grandi città la situazione è la medesima e l’incontro fortuito con Glenn lo porterà a ritrovarsi con un gruppo di superstiti, tra cui la moglie, il figlio e il suo migliore amico. Ben presto la compagine cerca di adattarsi alla nuova vita, con lo spirito di chi si perde tra i boschi per una notte: si vive il brivido dell’avventura ma si sa che per l’appunto di avventura si tratta e che nel giro di un giorno le cose tornano alla normalità. E invece no. Non c’è nessun esercito che entra festeggiando nelle città, non c’è nessun elicottero della protezione civile a tirarci fuori dalla pioggia e dal fango.
Quella di Walking Dead è una parabola della società e di come l’uomo prima nella sua solitudine e poi in mezzo al branco si trovi ad affrontare l’inaffrontabile. La vita di tutti i giorni si trasforma improvvisamente in un incubo cieco, dove ricominciare partendo da zero, anzi, da meno zero. In un mondo sotto sopra bisogna imparare a sopravvivere, a prendere il controllo della propria vita e divenire il capitano della propria anima (e magari anche di quella altrui), talvolta rendendosi conto di quanto prima la vita fosse uno scorrere di giorni uno di fila all’altro. Gli zombie, i vaganti, assurgono al ruolo metaforico di una crisi globale passata inosservata fino a quando non ti è già scoppiata fra le mani, quando ormai è troppo tardi: lo zombie non è come il vampiro, una singola entità in grado sì di far male, ma pur sempre unica. No, gli zombie, sono una massa, un’onda, un’unica gigantesca macchia che non puoi lavare via nemmeno sfregando via la pelle. Lo zombie fa paura come quel barbone che hai sotto casa e non se ne vuole andare: non lo guardi e ne stai alla larga perché hai paura un giorno di diventare come lui, se non peggio. E allora giù botte e fiamme, nella speranza che la sua malattia non infetti anche te o i tuoi cari. Lungo il corso degli eventi l’unica, lucida, illuminazione di Rick Grimes riguardo a sé stesso e ai suoi compagni ci sbatte in faccia la verità: i morti viventi non sono gli altri, gli zombie, no. Sono loro stessi. I sopravvissuti vivono sapendo che nulla li verrà a salvare, che se oggi l’hanno scampata , domani potrebbe non essere lo stesso: vivono in attesa un giorno, vicino o lontano, di divenire anch’essi parte di quell’onda malata fatta di carne marcia e budella spugnose. Ma non basta. Non basta nemmeno sapere che fra chi rimane, c’è chi sa essere più cattivo degli zombie stessi (la scena dello stupro di Mishonne per mano del Governatore è una delle sequenze più sadiche e stilisticamente meglio sceneggiate degli ultimi dieci anni). Ma allora perché gioire nel trovare un rifugio e una nuova casa in un carcere incontrato sulla strada? Dov’è il senso in tutto questo? Istinto di sopravvivenza, certo. Ma è la speranza che tiene accesa l’umanità dei protagonisti di Walking Dead: la speranza di poter anche solo tornare a una parvenza di normalità, godendo di piccoli miracoli quotidiani, come farsi una doccia, cambiarsi d’abito, persino ascoltare musica. La speranza, a volte ingenua, a volte invece così vicina, di vedere di fronte a sé un futuro: non importa quale sarà, l’importante è lottare per conquistarlo. Fosse pure soltanto per un giorno in più.

P.S. In Italia la serie è pubblicata dall’ottima Salda Press che proprio grazie al successo di Walking Dead ha dedicato un’intera sezione a tema zombiesco pubblicando anche Fragile e Raise the Dead. A ottobre in America, e a novembre in Italia, uscirà sul canale AMC la serie tv tratta proprio da Walking Dead: le premesse ci sono tutte, e tutte di grande spessore. Frank Darabont e lo stesso Kirkman (che nel frattempo è diventato uno dei soci dell’Image) come produttori e sceneggiatori, il primo firma la regia anche del primo dei sei episodi da un’ora che completano la prima serie (le riprese della seconda stagione, già confermata, avranno luogo a febbraio del prossimo anno). Nel team di sceneggiatori e registi figurano nomi importanti nel mondo del piccolo schermo, molti dei quali provengono da eccellenti serie come The Shield, Breaking Bad e Dexter.

venerdì 10 settembre 2010

You ain't No Friend of Mine.

Lungo la strada polverosa e grigia della squallida provincia americana, tra scheletri di bufalo, corvi solitari e nuvole dense come sacchi di farina, corre un autotrasportatore dell’azienda Mesmo Delivery, il cui carico non deve essere MAI aperto: intesi? Alla guida del camion c’è un ex-pugile professionista, grosso quanto un orso bruno prima di entrare in letargo, con un capellino in testa che gli incolla i lunghi capelli unti alla fronte: di fianco a lui, mentre guarda lo spettacolo desolato ha di fronte a sè, cantando in sottofondo una delle canzoni di Elvis, c’è Sangrecco: lui Elvis lo conosce piuttosto bene, è un suo sosia, ma non diteglielo. Perché lui vi direbbe che è meglio di Elvis. Le lunghe basette bianche che si arrampicano lungo il suo volto scavato sono lì a dimostrarlo. Le ore alla guida piegano umore e schiena, inoltre Sangrecco non guida: non ha la patente, lui, perciò meglio approfittare della prima tavola calda per una pisciata e magari per mettere qualcosa sotto ai denti. Nella realtà deprimente e appiccicosa di ciascuno dei personaggi la sola via di fuga è la rabbia: una rabbia figlia della noia e della frustrazione. Cane mangia cane e chi azzanna per primo ha più possibilità di sopravvivere, senza guardare in faccia nessuno. Rufo, pugile fallito, si muove per le tavole come uno zombie, solo per forza di inerzia, sorretto solamente dal passato, dalla gloria che fu e che ha sfiorato: oggi, un ricordo che non se ne vuole andare, anzi, preme sotto pelle in cerca di riscatto (“Tiriti su, Critino!”). Ed è questo bisogno impellente di non sentirsi uno sconfitto dalla vita, che lo spinge ad accettare di fare a botte con uno psicopatico che al posto di una mano, si è fatto montare un pugno gigante, “come quello dei cartoni animati”. Il naturale corso degli eventi ci porta a una escalation di carne e sangue, di follia e di odio estremo.
Mesmo Delivery, opera prima dell’autore brasiliano Rafael Grampà pubblicato in Italia da Comma 22 non spicca, diciamocelo, per originalità o una storia particolarmente folgorante eppure questo fumetto riesce a tenere incollato il lettore alla pagina. Tecnicamente ineccepibile, nel lavoro di Grampà è forte l’influenza del mondo underground degli anni ’80, su tutti Crumb e Corben, senza ovviamente tralasciare le lezioni impartite da Miller nel suo Sin City, ma non solo: si respira Lansdale da queste parti, Tarantino potrebbe trovarsi alla prossima stazione di servizio. Grampà possiede una meccanica narrativa che porta a una scompozione della pagina decostruendo vignette, ricche di dettagli e segni, sporchi e bastardi, fino all’inverosimile. L’impatto emotivo del segno travalica quello più prettamente tecnico di una storia di media qualità: le tavole si muovono con lo stesso passo sincopato e molleggiato di Elvis Presley. Il punto di forza di Grampà è proprio quello di riversare dentro il racconto tutta la sua anima, quello di parlarci con la faccia di chi ci assomiglia, che non sarà certo bella, ma quantomeno è sincera. L’impossibilità di avere un pubblico per l’arte di Sangrecco suscita un paragone con l’arte dello stesso autore in un gioco nascosto di rimandi: eppure ho la certezza che di questo autore, di Sangrecco, della Mesmo Delivery e dei suoi carichi che non vanno MAI aperti, ne risentiremo parlare presto e allora sì che il pubblico ci sarà. E in massa. E allora sì che sarà un vero bagno di sangue.
Ci volete scommettere cinquanta dollari?

venerdì 30 luglio 2010

In the Forest

Erano assenti da un po', ma i protagonisti di MonO [Lamiavitaèunamerda] sono più vivi che mai, anche se dopo questa non saranno così in salute...




(questa volta doppia citazione musicale... un pupazzo a chi indovina!)

mercoledì 14 luglio 2010

Wolverine Blues


Tommasoooooo! Già che sei qua, perché non mi aiuti a togliere i nodi alla gatta?
Veramente io starei…
Dai, che ci mettiamo cinque minuti!
Mà, guarda che tanto non ci sta la gatta a farsi tagliare via i nodi! Lo sai!
Ma figurati! Basta che la tieni ferma per le zampe!
Uhm… Vabbè…
Ecco, dai! Afferrala!
Okay, ce l’ho! La tengo, però fai in fretta!
Su, su… dai, Wendy, stai buona, ecco… coooosì… via uno…
FFFFFFHHH!!!
Mà, muoviti, non vedi che soffia!?
Sì, ma capirai, mica ti fa niente!
FFFFFFH!!!
Oh, allora, Wendy! Buona! Guarda abbiamo quasi…
MEEEEOOOOWWRLRLR!!!
- STRAP! –



Ecco, lo vedi? Te la sei lasciata sfuggire!
...
.....
........
Eh sì, mà… hai proprio ragione.

giovedì 17 giugno 2010

I wanna make it wit 'chu (anytime, anywhere)

Una delle prove per una copertina mai andata in porto...
(Ed essendo il tema cucina/mare, direi che questa è l'espressione più appropriata...)



lunedì 14 giugno 2010

Miles Davis and the Cool

So why don't you sing to me on this long drive home?
Let the sound of your voice sway sweet and slow.
As we go down, down, down.
From our youth to the ground.
Down down down.
From our youth to the ground
We might always be blue.



giovedì 3 giugno 2010

Lost in Hollywood

Uhm... Il suo nome è Scary Grant... è una lumaca. Almeno...credo.



Uhm...It's name is Scary Grant... it's a slug. Well... I think it is.

giovedì 22 aprile 2010

Sad

Come le cellule monocellulari di MonO, anche il loro creatore è in continua evoluzione, alla ricerca di uno stile che mi convinca... direi di essere arrivato ora a una soluzione che mi piace, in attesa ovviamente di cambiare un'altra volta (ma speriamo neanche)!

mercoledì 21 aprile 2010

Bloodhounds on my trail

Questo giovinotto anonimo farà strada. Mi ha dato e continua a darmi un sacco di idee e consigli davvero utili sul disegno, perfino quando sta in piedi fino alle cinque del mattino, tra un video di Rosaria Mannino e quest'altro.
La sua versione di Mono è veramente bella, ma una delle cose che preferisco è
questa qui!

venerdì 9 aprile 2010

Calm like a Bomb

Circa un mese fa lì avevamo lasciati alle prese con un'altalena... scopriamo ora le conseguenze!

mercoledì 7 aprile 2010

Un Dernier Verre (Pour La Route)

Ci sono storie capaci di insinuarsi lentamente dentro di noi. Si annidano nelle zone più nascoste della nostra coscienza e si fermano lì, senza inutili clamori o maremoti emotivi: sono quelle storie che credi di leggere molto velocemente ma poi, a distanza di giorni, settimane mesi rispuntano fuori. Senza un come o un perché. Magari mentre stai stendendo il bucato della sera prima, oppure mentre stai sentendo una canzone e fuori il sole spunta da un banco di nuvole. È in quei momenti che quelle storie ti assalgono, ti colgono alla sprovvista e ti lasciano lì, congelato, in attimi di splendida immobilità e nemmeno ti accorgi che stai sorridendo o stai pensando a uno dei tuoi più cari ricordi d’infanzia. È con questa premessa che accolgo le opere di Shaun Tan.
La mia storia con questo autore risale a qualche anno fa: una delle prime volte che andai a Barcellona, trovai in una libreria The Lost Thing: mi colpì per la cura del dettaglio in ogni singola pagina, dalla copertina, passando per i risguardi, il frontespizio, la quarta di copertina. La storia poi, in inglese, era fresca, ricolma di un immaginario avvolgente, capace di catapultarti all’interno delle pagine, di farti sentire uno degli oggetti smarriti del titolo. Ritornato in Italia ho provato a cercare qualcosa di suo in libreria ma sembrava che, proprio come i suoi racconti, Shaun Tan fosse uno di quei sogni che svaniscono nel dormiveglia. Fino a un paio di anni fa. In libreria infatti uscì “L’approdo”: ed è stato il successo. Per una semplice ragione: Shaun Tan sa scrivere storie per bambini che per bambini non sono. Sono storie tenere, delicate, intrise di quella leggerezza malinconica, che si posa come un velo invisibile sul lettore. Un adulto si spoglia di qualsiasi differenza rispetto ad un bambino davanti a questo libro, ritorna a un’età indefinita. E allora senza utilizzare le parole l’autore ci racconta di un uomo che lascia tutto per trovare tutto. Poi basta dire che è una graphic novel, anzi UN graphic novel (…) e allora l’attenzione dell’universo si catalizza sul prodotto: ma questa è una mia lotta personale sulla terminologia moderna che non c’entra con questa opera che si merita qualsiasi attenzione possibile. Recentemente è uscita l’edizione italiana di “The Lost Thing”, “Oggetti smarriti” che inaspettatamente contiene un altro racconto: “L’albero rosso”, una perla di rara bellezza surreale. “Piccole storie di periferia”, edito in Italia da Rizzoli è invece una raccolta di racconti brevi che miscelano parole e immagini come solo pochi autori riescono a fare: ci sono un bufalo indiano in fondo alla strada, un esserino di nome Eric, viaggi pericolosi e oltreconfine (quale poi il confine, in un mondo di immaginazione?), tartarughe da salvare e altro ancora.

C’è odore di ricordi in queste storie. Odore di nostalgia. Odore della muffa in cantina. Avrei davvero voluto leggere questi libri da bambino, anche se forse leggerli ora mi ha riportato indietro di vent’anni, mi ha riportato alle mie estati in campagna dove non c’era altro da fare che leggere o giocare a pallone e la sera attorno c’erano solo buio e cavallette.
Un’ambientazione perfetta per un racconto di Shaun Tan.

lunedì 15 marzo 2010

Mr. Moustache

Mr. Moustache è un tipo riservato, ma perchè il suo sguardo è così sospettoso? Cosa avrà mai da nascondere? E perchè è ancora in vestaglia?




mercoledì 10 marzo 2010

I've come back to the places I had run from...

Questa settimana in tutte le librerie troverete questo:



Si tratta del mio primo libro scritto per il Battello a Vapore, è la storia di un panda che viaggia per il mondo alla ricerca di qualcosa... Se la troverà oppure no, lo scoprirete solo leggendo!
Le illustrazioni sono di
Gabriele Antonini a cui va un sentito ringraziamento per aver fatto un lavoro ottimo!

venerdì 5 marzo 2010

Meglio se non lo sai

Garantire un giorno fisso per l'uscita di MonO mi è praticamente impossibile, per cui ho deciso che appena ho una nuova strip pronta, la posto... E vualà!

martedì 2 marzo 2010

No one's gonna love you (more than I do)

Ah, l'amore! Quanto può essere crudele! Lo snack al cioccolato vorrebbe amare la ciambella, ma uno è un poliziotto e l'altro è un ladro... riusciranno mai a cambiare il corso del destino?
Io non credo, ma...


venerdì 19 febbraio 2010

Snake's Tooth

Se c'è una cosa che Rudolph non ha mai sopportato sono i serpenti, figuratevi lo stupore quando un serpente se l'è mangiato! Curiosa la vita, eh!




venerdì 5 febbraio 2010

Sometimes

Ogni tanto però una buona notizia arriva pure nel mezzo.
Date un'occhiata a questo web magazine: è ben fatto, ben realizzato e decisamente interessante!



giovedì 4 febbraio 2010

E' un periodo di merda.
Però forse ne sto uscendo.
Appena mi rimetto in sesto, ritorno.

martedì 12 gennaio 2010

...I, but, I'm still Alive....

L'inizio del nuovo anno mi sembra una occasione perfetta per rispolverare dall'armadio uno dei miei primi lavori. L'anno è il 2007 e per la prima volta pubblico un libro: in questa occasione mi ritrovo a vestire i panni dello scrittore e quelli del disegnatore. Il libro si intitola Dentro la Paura e lo trovate in vendita qua! Inutile dire che mi sono divertito un sacco a lavorare su entrambi i fronti soprattutto su una storia come questa che per me ha un significato speciale. A distanza di anni le illustrazioni mi sembrano ancora discrete, mooooolto particolari, seppure con tutte le inesperienze del caso, e rivederle con i colori "giusti", senza lo stavolgimento tipico dei processi di stampa, rende sicuramente più onore alle immagini rispetto alla edizione cartacea. Insomma a me piace! Con un pò fortuna a proposito di libri per bambini ci saranno novità a breve...
Naturalmente per dovere di cronaca tutti i diritti delle immagini seguenti appartengono a ScuoladelFumetto Editore.