mercoledì 24 giugno 2009

People=Shit

Dopo un bella assenza (o di post "nuovi) di diversi giorni, ritorno con questa... Cantata come la canterebbe lui, con voce ferma e pulita, passo delicato e soave e a cuor leggero, dedicandola a un bel pò di gente...

mercoledì 10 giugno 2009

Deskmonsters strike back!

Altri sfondi per il vostro computer... naturalmente aggratis, basta che esprimiate un vostro commento, sia che vi piacciano sia che anche no!



lunedì 8 giugno 2009

Things I Did when I was Dead

Negli ultimi mesi mi sono fatto conoscere sul blog attraverso illustrazioni, sketch e quant’altro ma in realtà di professione faccio lo sceneggiatore, o quantomeno faccio il possibile per esserlo. A differenza dei miei più illustri colleghi, non passo il tempo a scrivere opinioni, storie, recensioni e menate varie: sono decisamente un tipo di poche parole. Nella vita, così come nel web. Di tanto in tanto però ammetto che un po’ di (auto) pubblicità non fa mai male e quindi…
Le Cronache del Regno della Fantasia è una serie di libri fantasy per ragazzi, dai 9 ai 14 anni circa, editi da PIEMME e scritti da Geronimo Stilton: all’interno di questi volumi trovate una storia a fumetti di 32 pagine illustrate in maniera egregia dal buon Stefano Turconi e sceneggiate dal sottoscritto. Si tratta di storie autoconclusive autonome (o quasi) rispetto ai romanzi e pertanto godibili a sé stanti.
Per il momento sono usciti i primi tre volumi della saga: Il Reame Perduto, La Porta Incantata e La Foresta Parlante. Dai link andate nella sezione extra, in basso a destra dove potrete direttamente scaricarvi il pdf del fumetto... e per favore non chiamiamole graphic novel, solo perché fa figo…
Piccola nota a latere: ovviamente tutti i diritti del materiale che potrete vedere è di proprietà esclusiva di PIEMME.

venerdì 5 giugno 2009

Little Drops of Poison - Pt. 6

Franklin Thomas (1923-1986)

Franklin nacque in un piccolo paese della Scozia del nord. Uno di quei paesini in cui la principale attività è la pesca di salmoni e per chi il pesce l’ha sempre odiato, la vita era davvero dura. A quindici anni, Franklin decise di abbandonare tutti, parenti, amici, scuola e lavoro con in testa il suo unico grande sogno… la city, Londra. Qui lavorò come lavascarpe, operaio, muratore, postino, saltimbanco e Dio sa cos’altro: ma puntualmente dopo qualche mese la vita gli andava stretta e doveva cambiare mestiere. Ma un giorno, mentre lavorava come facchino in stazione gli capitò di trovare un vecchio clarinetto evidentemente dimenticato da qualche passeggero. Quando le sue dita sfiorarono lo strumento ebbe una strana sensazione, una sensazione simile all’amore, alla perdita d’equilibrio, alla nostalgia. Lì per lì non seppe che farsene del clarinetto ma si allenò sera dopo sera, dopo il suo lavoro come barman, e divenne un eccellente musicista. Correva l’anno 1956, Franklin aveva 33 anni e a quel punto anche Londra gli stava stretta: così deciso di attraversare l’oceano, destinazione New York. Sulla nave che lo trasportava, passò la maggior parte del tempo a suonare il suo clarinetto e fu proprio qui che il suo destino prese una piega inaspettata. A viaggiare su quella nave c’era un uomo, un fotografo. Il tale lavorava per la rivista Glamour e aveva visto qualcosa in Franklin, un magnetismo dovuto alla sua musica e al suo aspetto di chi ha vissuto una vita intensa o più semplicemente per il suo lungo e buffo naso che sembrava un secondo clarinetto…
Sta di fatto che Franklin accettò di essere fotografato dall’uomo mentre suonava: non passarono che due soli mesi che Franklin era nel giro della New York più cool, più pop, quella di Andy Warhol, dei Velvet Underground e della rivoluzione sessuale. Suonava nei locali più in, e la gente lo acclamava: lo stesso Warhol lo volle tra i soggetti da ritrarre, tra le sue icone pop. In tutto questo Franklin non fece assolutamente nulla per entrare in questo mondo così assurdamente colorato e trasgressivo, in un ambiente in cui tutti cercavano di sfondare lui faceva l’esatto opposto eppure sembravano tutti ruotare attorno a lui piuttosto che il contrario. Lui era felice così, con il suo clarinetto. Registrò persino dei pezzi meravigliosi insieme alle cantanti jazz più in voga del momento, come Ella Fitzgerald o Regina Marbury, ma tutto ciò non sembrava sfiorarlo. Aveva conquistato i ghetti più neri di Harlem, lui, che aveva la carnagione talmente bianca che non poteva stare troppo sotto il sole senza scottarsi. Ma un giorno, nel 1963, uscì dal locale in cui suonava. Prese l’aereo per Halifax. Tornò al suo paesino natale e divenne un eccellente pescatore di salmoni. Aveva svolto mille mestieri, aveva conosciuto celebrità di ogni sorta, ma persino quella vita frenetica lo soffocava. Ma in mezzo a quel freddo mare grigio azzurro si sentiva libero con i suoi pesci e il suo clarinetto, finalmente aveva trovato la sua dimensione. Di lui non si sente più parlare e solo il giornale locale riportò il suo necrologio, il 13 luglio 1986.

Little Drops of Poison - Pt. 5

Jamila Hollis (1932-1994)

Jamila nacque nel 1932 in una piccola cittadina vicina a Johannesburg, in Sudafrica. Figlia di un agente dei servizi segreti inglesi e di una povera ragazza di strada, Jamila non ha mai conosciuto l’identità del padre che dovette tornare in patria pochi mesi dopo la sua nascita. La piccola Jamila cresce per le strade di Johannesburg dove lei e sua madre si erano trasferite: l’unico ricordo che la bimba conserva del padre è un vecchio disco di un certo Jesus Smith, un vecchio pianista jazz che l’uomo metteva ogni volta che metteva a letto la figlia. Gli anni però passano più in fretta di quanto una sigaretta non bruci il suo tabacco e Jamila si ritrovò ormai quindicenne: la vita, ahimé, non le aveva restituito il padre e anzi l’aveva posta di fronte a una scelta dura e univoca: o la strada o la
strada. Dalla madre aveva ereditate queste grosse labbra… ma davvero grosse, le più grosse che il Continente Nero avesse mai visto e per una ragazza povera un paio di soffici labbra color ciliegia possono essere un dono prezioso per fare soldi facili. Eppure Jamila era testarda, ribelle e abbassare la testa (in ogni senso) non era certo da lei, non poteva e non voleva scendere così in basso (in ogni senso). Ma quando il destino chiama, non rispondere è dura e fu in questo modo che Jamila trovò sotto il suo letto una vecchia scatola al cui interno si trovava “Freedom or Death” di Jesus Smith, il disco che da bimba la cullava di notte. La decisione era così chiara, limpida, a portata di mano che per Jamila fu impossibile da non afferrare. Le sue labbra racchiudevano un tesoro, una voce incantevole: sfruttando quel tesoro sarebbe diventata la cantante più famosa d’Africa e avrebbe girato il mondo. Era certa che il padre l’avrebbe riconosciuta e allora si sarebbero riuniti, lui, lei e la madre, come una famiglia vera. Quando il discografico Jeffrey Ashton accettò di produrla, il successo piovve come un temporale estivo: improvviso e devastante. Le canzoni di Jamila fecero per davvero il giro del pianeta e nel 1964 non c’era nessuno da Chicago a Melbourne che non conoscesse almeno uno dei suoi pezzi. Ma per quanta fortuna potesse avere, per quante tournee avesse potuto fare, per quanti show avesse partecipato, il padre non si fece mai vivo. Mai. Tutti sacrifici fatti fino a quel momento non valevano nulla: la sua voce a quel punto si fece più triste e roca ma malgrado le preoccupazioni dello staff di cui si era attorniata, Jamila accrebbe ancora di più la sua fama. Una fama più simile a una maledizione ora che non aveva più uno scopo. E siccome alle maledizioni non si può scappare, Jamila Hollis continuò a fare jazz fino alla morte, nel 1994, a causa di un cuore malato e con un piccolo difetto genetico, unica eredità lasciata da un padre assente.